«The term catallactics was derived from the Greek verb katallattein (or katallassein) which meant, significantly, not only “to exchange” but also “to admit into the community” and “to change from enemy into friend”. From this we can form an English term catallaxy which we shall use to describe the order brought about by the mutual adjustment of many individual economies in a market.»
Friedrich A. Hayek, Law, Legislation and Liberty, vol. II, The Mirage of Social Justice, 1976, pp. 108-109.
Le cinquantadue agenzie europee di fact-checking che hanno verificato i contenuti falsi della campagna per le elezioni del Parlamento europeo nel 2024 hanno trovato il falso quasi interamente su X e Facebook, e quasi mai su Telegram e WhatsApp. Lo studio di Andreu Casero-Ripollés, Laura Alonso-Muñoz e Diana Moret-Soler pubblicato su Media and Communication nel 2025 esamina 278 contenuti falsi raccolti in venti paesi UE e registra una distribuzione asimmetrica: le weak-tie platforms, dove la connessione fra utenti è ampia e debole, dominano la diffusione del falso, mentre le strong-tie platforms, dove la connessione è ristretta e forte, vi hanno parte residuale. Il dato impone un riposizionamento della domanda. La pubblicistica europeista del biennio recente ha chiesto perché il cittadino europeo crede al falso. Domanda mal posta. La domanda strutturalmente più produttiva è perché due architetture commerciali producono il falso che altre due, di analogo bacino utenti, non producono. Spostare il peso dal cittadino al sistema cambia il problema, non solo l’inquadratura.
La risposta dominante alla domanda mal posta è il repertorio cognitivista: il cittadino crede al falso perché ha bias. La triade canonica che la divulgazione europeista ha consolidato fra il 2018 e il 2024 menziona quasi sempre tre dispositivi: il confirmation bias, il backfire effect, l’identità tribale online. La triade ha avuto fortuna editoriale superiore alla sua tenuta scientifica.
Il confirmation bias è concetto stabilizzato. Peter Wason lo definì nel 1960, Raymond Nickerson ne scrisse la rassegna canonica nel 1998 sulla Review of General Psychology, e da allora la letteratura ha distinto la positive test strategy dal ragionamento motivato (Klayman e Ha 1987, Kunda 1990). Funziona, è documentato, descrive bene il modo in cui il sistema cognitivo seleziona conferme alla propria visione del mondo. È strumento corretto.
Il backfire effect è altra cosa. La tesi di Brendan Nyhan e Jason Reifler nel 2010, secondo cui la smentita di una credenza falsa rinforza paradossalmente la credenza, è entrata nel discorso pubblico come fatto stabilizzato. Non lo è. Thomas Wood ed Ethan Porter pubblicarono nel 2019 su Political Behavior una replica su scala massiva, oltre diecimila soggetti in cinque esperimenti, e individuarono un solo caso di backfire, sull’item-survey più complesso del campione, non replicato sulla versione semplice. Il titolo del paper, The Elusive Backfire Effect: Mass Attitudes’ Steadfast Factual Adherence, è già una sentenza. Lo stesso Nyhan, undici anni dopo la tesi originaria, sulla Proceedings of the National Academy of Sciences del 2021, riconosce che il backfire è raro nella pratica e propone meccanismi alternativi per spiegare la persistenza delle false credenze, in particolare il ragionamento motivato e la identity-protective cognition nella formulazione di Dan Kahan. La triade canonica continua a circolare nei manuali UE e nei briefing divulgativi come se gli ultimi quindici anni di ricerca non fossero accaduti. È mito accademico ormai sepolto, non strumento.
L’identità tribale online è descritta meglio da Lilliana Mason in Uncivil Agreement del 2018 e da Shanto Iyengar e Sean Westwood nel 2015 sull’American Journal of Political Science che dalla generica «consonanza ideologica» della divulgazione: la fusione fra identità sociali (etniche, religiose, ideologiche) e identità partitica produce in-group bias massimo e demonizzazione dell’out-group, soprattutto nei sistemi mediatici frammentati per filtraggio algoritmico.
Resta il punto strutturale. Anche assumendo i tre dispositivi nella loro versione corretta, descrivere la disinformazione come prodotto cognitivo significa accettare un’operazione di traslazione: il problema sta nella testa del cittadino, e la soluzione sta nella pedagogia che lo riformi. La riforma pedagogica diventa la quarta corona della catechesi: educare alla critica, formare al fact-checking, addestrare al riconoscimento delle fallacie. Operazione lecita ma deviante. La disinformazione contemporanea non si manifesta perché il cittadino sia improvvisamente diventato più stupido fra il 2010 e il 2024. Si manifesta perché l’architettura attraverso cui l’informazione circola è cambiata, e cambiata in una direzione che premia strutturalmente il falso. Il dato del paper Casero-Ripollés, Alonso-Muñoz e Moret-Soler è esattamente questo. Non parla di bias cognitivi, parla di piattaforme. Le agenzie hanno trovato il falso dove l’architettura del mezzo lo rende vantaggioso, non dove le teste umane sono peggio formate.
L’asimmetria epistemica strutturale che ho discusso in altra sede, seguendo la diagnosi di Tom Nichols sulla morte degli esperti, opera in questo livello, non al piano della singola testa che crede o non crede. È condizione del campo, non disposizione del giocatore. E al piano somatico, il marcatore di Antonio Damasio mostra come l’attivazione emotiva preceda la valutazione razionale in modo che nessun curricolo di pensiero critico potrà mai correggere completamente. La cognizione corretta è argine necessario, non risolutivo.
La distinzione fra cosmos e taxis è di Friedrich Hayek nel primo volume di Law, Legislation and Liberty del 1973. Cosmos è l’ordine che emerge spontaneamente dall’interazione di una pluralità di agenti, ciascuno dei quali persegue scopi propri senza che esista un piano unitario di coordinazione. Taxis è l’ordine costruito intenzionalmente, dotato di scopo unitario, per cui la posizione di ciascun elemento è funzione del progetto del costruttore. La catallassi di mercato, nella formulazione hayekiana, è specie del cosmos: ordine spontaneo della divisione del lavoro fra agenti decentrati. La catallassi mediale storica, nelle democrazie liberali del Novecento, era specie analoga. Una pluralità di editori, redazioni, professionisti dell’informazione, lettori, agenzie pubblicitarie, ognuno con scopo proprio, generava un ordine informativo aggregato che nessuno aveva pianificato e che il pluralismo dei media garantiva.
L’ecosistema piattaformizzato contemporaneo non è specie di cosmos. Ha le apparenze del cosmos, perché gli utenti sono milioni, decentrati, ciascuno con scopi propri. Ma il regime di selezione dei contenuti è progettato. La disposizione del feed, l’amplificazione algoritmica, la moderazione dei contenuti, la configurazione delle metriche di engagement non emergono dall’aggregazione spontanea: sono taxis costruito da architetti centrali, che hanno scopo unitario e ben dichiarato, ovvero la massimizzazione del valore attenzionale del singolo utente per l’inserzionista. La catallassi informativa che si presenta sullo schermo dell’utente è simulazione di ordine spontaneo: i contenuti che paiono emergere dalla pluralità delle voci sono in realtà selezionati da una funzione obiettivo. Per nominare la cosa: taxis algoritmico, ordine costruito che si maschera da ordine spontaneo grazie alla decentralizzazione formale degli utenti.
I dati strutturali confermano la diagnosi. Nel 2018 Soroush Vosoughi, Deb Roy e Sinan Aral hanno pubblicato su Science l’analisi più ampia sulla diffusione differenziale di contenuti veri e falsi: 126.000 cascate di rumor diffuse da circa tre milioni di utenti su Twitter, dal 2006 al 2017, sottoposte a verifica da sei organizzazioni di fact-checking indipendenti. I risultati. Il falso è stato il settanta per cento più probabile di essere ritrasmesso del vero. Il falso ha raggiunto millecinquecento utenti circa sei volte più velocemente del vero. Le cascate di profondità dieci, dove la catena di rilanci si ramifica in modo significativo, sono state raggiunte dal falso circa venti volte più rapidamente che dal vero. Il dato decisivo: rimuovendo dal dataset i bot, la differenza fra diffusione del vero e diffusione del falso permane. Non sono stati i bot a determinare l’asimmetria. Sono stati gli umani, nelle condizioni dell’architettura di ritrasmissione di Twitter. La novità informativa del falso, tipicamente più sorprendente del vero perché non vincolata alla realtà, ha generato risposte emotive di stupore e disgusto che l’algoritmo, ottimizzato per engagement, ha amplificato.
Il punto teorico è capitale. L’umano è componente del sistema, non causa autonoma. La sua propensione a ritrasmettere ciò che lo sorprende è caratteristica antropologica generale, attestata da letteratura amplissima. L’architettura piattaformizzata trasforma questa caratteristica in input dell’ottimizzazione: ciò che sorprende viene amplificato, e l’amplificazione genera ulteriore sorpresa per chi riceve, che ritrasmette, in feedback positivo. Il sistema non discrimina fra vero e falso. Discrimina fra alto engagement e basso engagement. La vittoria strutturale del falso sul vero è risultato deterministico di un’architettura ottimizzata per metriche emotive in un ambiente dove la novità del falso è, in media, superiore a quella del vero.
Le piattaforme commerciali ottimizzate per engagement sono macchine allopoietiche nel senso preciso di Maturana e Varela: la loro organizzazione è orientata a produrre un output esterno alla rete operativa, il valore attenzionale del singolo utente per l’inserzionista. Gli utenti, i contenuti, le interazioni sono input variabili; la funzione obiettivo riproduce regolarmente la stessa selezione differenziale a vantaggio del contenuto emotivamente carico, novissimo, polarizzante, perché la macchina è progettata per quello scopo, non per riprodurre se stessa. Shoshana Zuboff in The Age of Surveillance Capitalism del 2019 e Tim Wu in The Attention Merchants del 2016 hanno tracciato la genealogia economica del modello: l’attenzione del singolo utente è merce, l’inserzionista la compra, le piattaforme la producono attraverso ottimizzazione per ingaggio. Il falso, in queste condizioni, è esternalità positiva del sistema, non patologia da correggere.
| Dimensione | Catallassi mediale storica | Taxis algoritmico contemporaneo |
|---|---|---|
| Principio organizzativo | Pluralità di redazioni, editori, professioni; nessun progetto unitario di selezione | Architettura proprietaria, funzione obiettivo unica e dichiarata, decentralizzazione formale degli utenti |
| Fonte della selezione | Giudizio professionale distribuito, vincoli deontologici di categoria, mercato di lettori plurali | Funzione di ranking ottimizzata per metriche di engagement, opaca all’utente, dinamica |
| Metrica del valore | Reputazione editoriale, fedeltà del lettore, autorevolezza giornalistica nel lungo periodo | Tempo di permanenza, click, condivisione, reazione emotiva immediata, valore attenzionale per l’inserzionista |
| Output sull’utente | Frizione cognitiva, sintesi argomentativa, esposizione asimmetrica al disaccordo | Conferma identitaria, frammentazione emotiva, esposizione regolata da affinità computata |
| Esposizione alla pluralità | Pluralismo per architettura: testate distinte, registri distinti, scelta editoriale visibile | Pluralismo simulato: contenuti diversi tutti filtrati dalla stessa funzione obiettivo |
| Requisito istituzionale di tenuta | Regime giuridico della libertà di stampa, deontologia, mercato pluralistico | Regolazione algoritmica esterna, requisiti di trasparenza, accountability dei processi di moderazione |
Il taxis algoritmico non è male assoluto. È un regime di ordine come altri, con i suoi vantaggi (scala globale, costo marginale prossimo a zero, accesso a contenuti altrimenti inattingibili) e con i suoi vincoli strutturali. Ma non è catallassi. Non genera spontaneamente l’ordine pluralistico che le democrazie liberali hanno conosciuto nel Novecento. Lo simula, lo erode, e nelle condizioni di ottimizzazione per engagement, lo sostituisce.
La diagnosi cognitivista presenta la libertà epistemica come dote del cittadino europeo: capacità critica, alfabetizzazione mediatica, sovranità sulle proprie fonti. Inversione genealogica del rapporto. La libertà epistemica europea non è proprietà delle teste, è esito storico di un’architettura. È la catallassi informativa che il pluralismo confessionale, territoriale e giurisdizionale dell’Europa moderna ha generato, e che ha permesso la formazione di soggetti capaci di discriminazione critica perché esposti per cinque secoli a una pluralità non riducibile a un centro unitario.
L’anomalia europea, come ho mostrato seguendo Luciano Pellicani, è esattamente la frantumazione policentrica della Megamacchina in una pluralità di poteri concorrenziali. Stato e Chiesa, comuni e principati, città mercantili e ordini monastici, repubbliche marinare e signorie territoriali: nessun centro è riuscito a riassumere su di sé l’intero potere di selezione. Da questa frantumazione è emersa, come ho discusso nella stessa serie attraverso l’analisi della società distributrice di diritti, la dispersione del potere economico e politico che nel Settecento ha permesso al fallibilismo di Hume e Smith e all’epistemologia critica di Kant di costituirsi come tradizione pubblica. La libertà epistemica, in questo senso preciso, è precipitato di un’architettura informativa che il pluralismo policentrico ha mantenuto come cosmos, e che le élite continentali successive hanno tentato ripetutamente di sopprimere senza mai riuscirvi del tutto.
L’Unione europea contemporanea eredita questa anomalia e la nomina nei propri trattati. L’articolo 2 del Trattato sull’Unione europea, nella versione consolidata pubblicata sulla Gazzetta ufficiale dell’Unione europea, recita:
«L’Unione si fonda sui valori del rispetto della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza, dello Stato di diritto e del rispetto dei diritti umani, compresi i diritti delle persone appartenenti a minoranze.»
Sei valori, non quattro. La pubblicistica europeista divulgativa ha l’abitudine di citare l’articolo 2 omettendo democrazia e Stato di diritto, o sostituendovi la solidarietà che è obiettivo dell’Unione (articolo 3 TUE) e principio operativo della politica estera (articolo 222 TFUE), non valore fondativo. L’omissione non è innocua. La democrazia e lo Stato di diritto sono i due valori strutturalmente intrecciati con il cosmos informativo dell’anomalia europea: la prima come regime di selezione politica plurale, il secondo come architettura di limite al potere di selezione del centro. Citare i valori UE senza nominare democrazia e Stato di diritto è fenomeno tipico della catechesi normativa che dimentica la propria genealogia.
A questo livello, la catallassi informativa europea è bene strutturale, non virtù soggettiva. Il taxis algoritmico la erode in modo simmetrico a come, nella Megamacchina descritta da Lewis Mumford e ripresa da Pellicani, il potere centralizzato erodeva il policentrismo medievale: imponendo una funzione obiettivo unitaria a un campo che reggeva proprio sulla pluralità delle funzioni obiettivo. Il problema non è il singolo cittadino europeo che cede al clickbait, è il regime di amplificazione che trasforma la catallassi informativa in taxis commerciale di scala continentale.
Se la libertà epistemica europea è esito strutturale di una catallassi storica, e se la catallassi attuale è erosa da un taxis algoritmico globale, l’argine può essere ricostituito senza ricorrere a un taxis contrario, di natura giuridico-istituzionale, che ridurrebbe a sua volta il pluralismo che dichiara di proteggere?
La domanda non ammette scioglimento elegante. Tiene aperto il movimento del prossimo paragrafo.
La risposta giuridica dell’Unione europea al taxis algoritmico si è organizzata, fra il 2022 e il 2024, in una stratificazione di strumenti. Il Regolamento (UE) 2022/2065, Digital Services Act, impone alle piattaforme di larghissime dimensioni obblighi di valutazione e mitigazione dei rischi sistemici (incluso il rischio di disinformazione), accesso ai dati per ricercatori indipendenti, trasparenza dei sistemi di raccomandazione. Il Regolamento (UE) 2024/1083, European Media Freedom Act, costituisce un quadro armonizzato per la libertà e il pluralismo dei media nel mercato interno, con presidi sull’indipendenza editoriale dei media di servizio pubblico e sulla concentrazione proprietaria. Il Regolamento (UE) 2024/1689, Artificial Intelligence Act, classifica per rischio i sistemi di intelligenza artificiale e impone obblighi proporzionati ai sistemi a rischio elevato e ai modelli generativi di scopo generale. Il Code of Practice on Disinformation del 2022, integrato nel quadro DSA come codice di condotta riconosciuto, vincola le piattaforme firmatarie a impegni operativi di smonetizzazione del falso, demonetizzazione degli operatori della disinformazione, trasparenza politica.
Il complesso di strumenti è il più ambizioso che una giurisdizione liberale abbia mai costruito sull’ecosistema informativo digitale. Non ne consegue che sia adeguato. Tre tensioni costitutive limitano ciò che il quadro può promettere.
La prima tensione è interna alla forma del regolamento. Ogni argine giuridico al taxis algoritmico è esso stesso taxis: regime di ordine costruito, con scopo unitario di limitazione del rischio sistemico. La centralizzazione del potere di selezione, che il regolamento riconosce come patologia delle piattaforme, viene contrastata con un potere di meta-selezione (la Commissione europea che valuta la valutazione del rischio fatta dalla piattaforma) che è esso stesso centralizzato. Il fallibilismo che applichiamo agli avversari dell’Unione (autocrazie esterne, regimi che usano la disinformazione di Stato come strumento) deve applicarsi anche all’argine: il Digital Services Act può ridurre la disinformazione virale e simultaneamente ridurre il pluralismo che si voleva proteggere, se la moderazione viene calibrata su soglie troppo conservative o se l’autorità di vigilanza assume orientamenti politicamente parziali.
La seconda tensione è geopolitica. Il Democracy Report 2025 del V-Dem Institute, sulla base del dataset alla versione 15, registra che il livello medio di democrazia liberale nel mondo è tornato ai valori del 1985 per medie pesate sulla popolazione, che 45 paesi sono in episodio attivo di autocratizzazione, e che quasi metà dei paesi che si autocratizzano amplifica simultaneamente la diffusione di disinformazione. Per la prima volta in oltre due decenni le autocrazie nel mondo (91) superano le democrazie (88). L’Unione europea opera in un campo internazionale in cui la disinformazione di Stato (russa, cinese, in misura crescente di altri attori autoritari) è componente strategica della politica estera dei competitori sistemici. La risposta UE deve perciò bilanciare difesa attiva del proprio spazio informativo e tutela del pluralismo interno: due obiettivi non sempre compatibili. Una postura troppo difensiva tende all’autocensura preventiva delle voci critiche; una postura troppo permissiva apre il fianco alle operazioni di influenza ostili.
La terza tensione, più sottile, riguarda la natura del taxis commerciale. Le piattaforme firmatarie del Code of Practice sono attori privati che operano in giurisdizioni multiple. La loro funzione obiettivo, ottimizzazione per il valore attenzionale, non è alterata dal regolamento europeo: viene compatibilizzata. Le piattaforme adattano la moderazione ai requisiti UE quando operano nel mercato unico, mantengono il regime di amplificazione altrove, e ricavano dal differenziale geografico margini operativi di adattamento strategico. La catallassi informativa europea è argine giuridico parziale a un taxis algoritmico globale che continua a riprodursi a piena ottimizzazione fuori dalla giurisdizione UE, e che attraverso le interfacce comuni del codice e del modello aziendale rientra in Europa per altre vie.
Il cesarismo algoritmico che ho discusso analizzando Pellicani sul terreno della neoreazione non è prospettiva remota: è la traiettoria politica plausibile di un taxis algoritmico non contrastato, che da regime commerciale di amplificazione si converte in regime politico di selezione delle élite. Il quadro normativo che l’Unione ha costruito è un argine fallibilistico, non una soluzione. Riconoscerne i limiti è parte della difesa, non concessione agli avversari.
L’asimmetria conclusiva non ha scioglimento consolatorio. La libertà epistemica europea, esito di una catallassi storica plurisecolare, è oggi minacciata da un taxis algoritmico la cui funzione obiettivo è esterna alla catallassi. La risposta giuridica europea è essa stessa taxis, fallibile, parziale, esposto al rischio simmetrico che dichiara di combattere. Non c’è ricetta che renda l’argine immune dall’erosione di ciò che protegge. C’è solo l’esercizio costante del fallibilismo applicato anche al proprio quadro normativo, e la consapevolezza genealogica che ogni taxis difensivo eredita la responsabilità di non diventare il taxis che voleva impedire.
Bibliografia ragionata
Sul piano dei dati strutturali della disinformazione contemporanea, lo studio di Andreu Casero-Ripollés, Laura Alonso-Muñoz e Diana Moret-Soler, Spreading False Content in Political Campaigns: Disinformation in the 2024 European Parliament Elections, in Media and Communication, vol. 13 (2025), Cogitatio Press, fornisce l’analisi più completa sulla campagna delle europee 2024 ed è la fonte cui questo articolo riconduce il dato di apertura. Sull’asimmetria di diffusione fra vero e falso resta canonico Soroush Vosoughi, Deb Roy, Sinan Aral, The Spread of True and False News Online, Science 359, 6380 (2018), pp. 1146-1151. Sul ridimensionamento del backfire effect la rettifica filologica si appoggia a Thomas Wood, Ethan Porter, The Elusive Backfire Effect: Mass Attitudes’ Steadfast Factual Adherence, Political Behavior 41 (2019), pp. 135-163, e a Brendan Nyhan, Why the backfire effect does not explain the durability of political misperceptions, PNAS 118, 15 (2021). Per la formulazione contemporanea della identity-protective cognition e del ragionamento motivato si vedano Dan Kahan, Misconceptions, Misinformation, and the Logic of Identity-Protective Cognition, Cultural Cognition Project Working Paper Series, 2017, e Ziva Kunda, The Case for Motivated Reasoning, Psychological Bulletin 108, 3 (1990), pp. 480-498.
Sul piano dell’architettura informativa, la coppia teorica cosmos e taxis è formulata da Friedrich A. Hayek, Law, Legislation and Liberty, voll. I-III, Routledge, 1973-1979, in particolare nel volume II, The Mirage of Social Justice, da cui è tratto l’esergo. Sulla genealogia economica del modello piattaformizzato, Shoshana Zuboff, The Age of Surveillance Capitalism: The Fight for a Human Future at the New Frontier of Power, PublicAffairs, 2019, e Tim Wu, The Attention Merchants: The Epic Scramble to Get Inside Our Heads, Knopf, 2016. Sull’asimmetria dell’ecosistema mediatico, Yochai Benkler, Robert Faris, Hal Roberts, Network Propaganda: Manipulation, Disinformation, and Radicalization in American Politics, Oxford University Press, 2018.
Per l’anomalia europea come categoria genealogica, il riferimento è Luciano Pellicani, Le radici pagane dell’Europa, Rubbettino, 2007, e La società autocefala, Liguori, 1999. Per i dati su autocratizzazione e disinformazione di Stato, V-Dem Institute, Democracy Report 2025: 25 Years of Autocratization, Democracy Trumped?, University of Gothenburg, marzo 2025. Per il quadro normativo UE, Trattato sull’Unione europea, articolo 2 (versione consolidata, Gazzetta ufficiale dell’Unione europea); Regolamento (UE) 2022/2065 Digital Services Act; Regolamento (UE) 2024/1083 European Media Freedom Act; Regolamento (UE) 2024/1689 AI Act; Code of Practice on Disinformation 2022 con successive integrazioni nel quadro DSA.

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