L’anomalia europea: come la libertà è nata dalla frantumazione della Megamacchina (Pellicani, cap. 3)

Il secondo capitolo del volume di Pellicani si era chiuso con una tensione produttiva. Se la Megamacchina è stata per millenni la forma normale delle civiltà complesse, il dominio del «piccolo numero» sul «grande numero» nel quadro del «diritto di far morire o di lasciar vivere», resta da capire come qualcosa di radicalmente diverso sia emerso in una regione specifica del pianeta. L’«anomalia europea» di cui parla il cap. 3 non è un primato ontologico né un destino manifesto: è una deviazione statisticamente implausibile rispetto al pattern dispotico, resa possibile da una convergenza di condizioni contingenti. Pellicani nomina il bivio con un lessico che sarà il filo conduttore dell’intero capitolo: la distinzione fra gubernaculum (l’esercizio del potere) e iurisdictio (il controllo giuridico del potere), che Hayek riprende dal diritto medievale inglese e che in Europa diventa la matrice costituzionale del rule of law.

La domanda di Pellicani (2019: 23) è dunque precisa: quali fattori hanno permesso all’Europa di sfuggire alla trappola dispotica in cui erano rimaste imprigionate tutte le altre grandi civiltà agricolo-burocratiche? La risposta non è ideologica ma storica, e si articola su una lunga sequenza che attraversa quindici secoli. Parte da una condizione necessaria e paradossale: il collasso.

L’Europa è un’eccezione o una regola statisticamente rara?

Il collasso e il vuoto

Nel III e nel IV secolo l’Impero romano aveva imboccato quella che Pellicani chiama l’«asiatizzazione» (2019: 24): sotto pressione fiscale e militare, lo Stato romano si era progressivamente trasformato in un apparato dispotico-burocratico che ricalcava, per ragioni di necessità, il modello orientale. La «gabbia d’acciaio» weberiana calava sul mondo tardo-antico; la libertà politica era ormai «ridotta al minimo», l’autogoverno delle città svaniva, l’iniziativa economica si spegneva nell’«asfissia del mercato» imposta dalla politica dirigista. Tutto lasciava prevedere che l’Occidente seguisse il destino delle grandi monarchie orientali.

Fu il collasso dell’Impero romano d’Occidente, nel V secolo, a rompere la traiettoria. Non si trattò di una transizione ordinata ma di una disgregazione: la burocrazia imperiale, vertice del «triplice monopolio» politico, economico e spirituale, si frantumò senza essere sostituita da un potere altrettanto pervasivo. La Megamacchina romana andò in frantumi, e proprio in questa disgregazione, per secoli vissuta come catastrofe, si creò la precondizione dell’eccezione europea. Come Pellicani osserva con formula tagliente, l’Europa è «grazie all’assenza della Megamacchina» che potrà diventare «la terra dell’individualismo» (2019: 31). Il vuoto non è ancora libertà, ma è lo spazio in cui la libertà può essere inventata.

Per secoli, tuttavia, quel vuoto fu occupato da una società gerarchica e immobile. L’aristocrazia della spada dominava una massa contadina «inchiodata a un modo di produzione chiuso e statico». La Chiesa cattolica consacrava l’ordine delle cose decretando che la società tripartita di oratores, bellatores, laboratores corrispondeva al disegno divino (Pellicani 2019: 26), e ogni violazione della tradizione «veniva colta come qualcosa di innaturale». Il barbaro medioevo non era liberazione, era un’altra forma di soggezione, priva però di un centro capace di ricomporla in sistema. Il vero innesco della rottura fu un conflitto che scoppiò nell’XI secolo al vertice dell’architettura medievale: la Lotta delle investiture, durante la quale Papato e Impero si disputarono con tale violenza l’egemonia da far precipitare l’Europa, dice Pellicani, «nella più completa anarchia» (2019: 27). In quella crepa si infilò un fenomeno inatteso.

Città autocefale e catallassi: l’invenzione della libertà

A partire dalla seconda metà dell’XI secolo, soprattutto nella penisola italica dove la presenza del Papato aveva paralizzato l’Impero, sorsero centinaia di comuni cittadini che Pellicani chiama autocefali, termine ripreso dal greco patristico (αὐτοκέφαλος, «che ha il capo in sé»). Il loro atto fondativo, descritto da Guizot nella Storia della civiltà in Europa che Pellicani cita a p. 27, è di una concretezza politica impressionante:

Si tassarono, elessero i loro magistrati, giudicarono, punirono, si riunirono per deliberare sui propri affari; fecero la guerra per proprio conto, contro il signore; ebbero nuove milizie. Per dirla in breve, si governarono da sé.

Guizot, Storia della civiltà in Europa, cit. in Pellicani 2019: 27

La formula è cruciale perché rovescia l’intera fenomenologia del potere descritta nei capitoli precedenti. Nelle Megamacchine antiche il potere scendeva dall’alto e produceva obbedienza; nelle città autocefale il potere saliva dal basso e produceva autogoverno. Le mura del comune non sono solo fortificazioni militari: sono il confine di uno «spazio libero e protetto» (Pellicani 2019: 28) in cui, per la prima volta nella storia umana a larga scala, si istituzionalizza una sfera sociale sottratta sia all’aristocrazia della spada sia all’amministrazione imperiale. In questo spazio nasce qualcosa che Pellicani, con Hayek, chiama catallassi, dal greco katallássō (scambiare, riconciliare): l’ordine spontaneo del mercato, l’intreccio non pianificato di azioni individuali che, ciascuna perseguendo il proprio interesse, producono una cooperazione sociale ordinata senza bisogno di un’autorità che la comandi.

La catallassi è il contrario esatto della Megamacchina. Dove l’apparato dispotico coordinava masse umane come ingranaggi di un’unica macchina, la catallassi coordina individui come nodi di una rete in cui nessuno comanda. Dove la Megamacchina estraeva surplus attraverso la coercizione, la catallassi genera ricchezza attraverso lo scambio volontario. Pellicani (2019: 29) sintetizza: la nascita delle città autocefale «portò alla istituzionalizzazione di uno “spazio libero e protetto”, dove gli individui poterono praticare il gioco della catallassi e creare una economia dinamica, regolata dalla legge della domanda e dell’offerta, animata dalla ricerca metodica del profitto, centrata sulla concorrenza e sottoposta al dominio impersonale della ratio».

Perché lo scambio spontaneo produce più ordine del comando centralizzato?

Il passaggio è decisivo anche per capire cosa Pellicani non accetta delle grandi genealogie del capitalismo. Marx, nel capitolo XXIV del Capitale, aveva sostenuto che l’origine del sistema borghese fosse un atto di «accumulazione primitiva»: l’espropriazione violenta delle terre comuni, la deportazione di masse contadine, il saccheggio coloniale. Secondo Marx il capitalismo non può non aver avuto un peccato originale, perché la sua logica sistemica richiede una scissione preliminare fra capitale e forza-lavoro che solo la violenza può produrre. Pellicani (2019: 28-29) obietta su un piano empirico: nei paesi che hanno guidato il «convoglio capitalistico» (Venezia, Olanda, Inghilterra, Stati Uniti) non è rintracciabile alcun drenaggio coattivo di plus-valore agrario di portata sufficiente a spiegare il take off. Il motore non fu la rapina, ma l’istituzione: lo spazio protetto della città autocefala, il contratto, il tribunale, la certezza del possesso. Quel che Marx legge come atto di violenza fondativa Pellicani rilegge come scoperta istituzionale: la ricchezza si genera quando il potere accetta di essere limitato dalla legge.

Smith, il rule of law e la società dei diritti

Adam Smith, che in La ricchezza delle nazioni (1776) formula quella che Pellicani (2019: 30) considera «l’impostazione del problema della genesi del capitalismo» più fertile, aveva colto il punto con lucidità istituzionale. Il capitalismo, scrive Smith, è un fenomeno naturale e spontaneo che tuttavia è riuscito a imporsi raramente nella storia, perché richiede condizioni politiche specifiche:

Commercio e manifatture possono raramente fiorire a lungo in uno Stato che non goda di una regolare amministrazione della giustizia, in cui la popolazione non si senta sicura del possesso della proprietà, in cui il rispetto dei contratti non sia tutelato dalla legge e in cui si ritenga che l’autorità dello Stato non sia regolarmente usata per costringere il pagamento dei debiti di tutti coloro che possono farlo.

A. Smith, La ricchezza delle nazioni, UTET 1977, p. 508, cit. in Pellicani 2019: 30

La formula di Smith è, a suo modo, il compendio dell’intera anomalia europea. Non c’è capitalismo senza rule of law; non c’è rule of law senza la separazione fra gubernaculum e iurisdictio; non c’è quella separazione senza la frammentazione medievale che le città autocefale seppero trasformare in laboratorio istituzionale. L’intera catena è storica e contingente: in nessun momento l’esito era necessario. Se la Lotta delle investiture avesse avuto un vincitore netto, se l’Impero avesse ricentralizzato o se il Papato avesse stabilito un dominio teocratico, l’Europa avrebbe probabilmente seguito il destino dispotico del resto del mondo. Il capitalismo europeo non è, per Pellicani, un progresso universale: è un’anomalia che ha resistito per via di un equilibrio precario fra poteri concorrenti.

La sequenza si chiude con una trasformazione antropologica che prepara il capitolo successivo. L’Europa che emerge dalla rivoluzione comunale non è solo ricca e libera: è diventata, nelle parole di Amin Maalouf che Pellicani riprende a p. 33, una società distributrice di diritti. È una caratteristica strutturale dell’ordine post-megamacchinico: la libertà non si esercita più contro il potere, ma attraverso il potere. I diritti soggettivi (proprietà, contratto, libertà di pensiero, libertà religiosa) diventano la trama istituzionale attorno a cui l’individuo costruisce la propria vita. Di questa trasformazione, e delle sue conseguenze, si occupa il quarto capitolo.

«Una società distributrice di diritti»: la formula di Amin Maalouf sintetizza ciò che l’Europa, unica fra le grandi civiltà, ha saputo diventare.

Apparato cronologico-glossariale del cap. 3
Data Lemma o opera Significato operativo
III-IV sec. «Asiatizzazione» dell’Impero romano Il Basso Impero si trasforma in un apparato dispotico-burocratico sul modello delle grandi monarchie orientali; prelude al collasso.
V sec. Collasso dell’Impero romano d’Occidente Disgregazione della Megamacchina romana. Il «vuoto di potere» apre lo spazio in cui, per secoli lentamente, emergeranno le istituzioni della libertà.
XIII sec. Gubernaculum / iurisdictio (Bracton) Distinzione giuridica medievale fra esercizio e controllo del potere. Ripresa da Hayek, è la matrice costituzionale del rule of law.
1075-1122 Lotta delle investiture Conflitto fra Papato e Impero che fa precipitare l’Europa nell’anarchia. La crepa del vertice permette l’ascesa dei poteri locali e, di lì, dei comuni.
XI-XIII sec. Città autocefale (gr. autoképhalos) «Auto-cefale», che hanno il capo in sé: comuni cittadini che si governano da sé, eleggono magistrati, amministrano la giustizia, battono moneta, muovono guerra in autonomia. Laboratori istituzionali del rule of law europeo.
XI-XVIII sec. Catallassi (gr. katallássō) «Scambiare, riconciliare»: ordine spontaneo del mercato fondato sullo scambio volontario fra individui che perseguono il proprio interesse. Lemma hayekiano che Pellicani adotta come antitesi strutturale della Megamacchina.
1828-30 Storia della civiltà in Europa (F. Guizot) Le lezioni parigine del 1828-30 di Guizot: studio classico dell’ascesa del Terzo Stato e dei comuni medievali. Pellicani cita l’ed. il Saggiatore, Milano 1968. Fonte della citazione sulle città autocefale.
1776 Wealth of Nations (A. Smith) Il capitalismo come fenomeno naturale e spontaneo, raro solo per assenza del rule of law. La commercial society richiede amministrazione della giustizia, sicurezza della proprietà, tutela dei contratti.
1983 Les Croisades vues par les Arabes (A. Maalouf) Lo scrittore franco-libanese formula il concetto di «società distributrice di diritti»: caratteristica strutturale dell’ordine europeo post-megamacchinico, dove la libertà si esercita attraverso i diritti soggettivi garantiti dallo Stato.
2019 L. Pellicani, Il potere, la libertà e l’eguaglianza, cap. 3 Sintesi genealogica dell’anomalia europea come convergenza contingente di frammentazione politica, autonomia urbana, rule of law e scambio di mercato.

Prossimo articolo: Capitolo 4, La società distributrice di diritti (come la libertà europea si istituzionalizza in diritti soggettivi).



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