Il fatalismo organicista di Spengler e le sue due metamorfosi contemporanee
Articolo 2 di 4, Serie «La Ragione, il Mito e la Foresta»
«Colui che combatte con i mostri deve guardarsi dal non diventare egli stesso un mostro. E se guardi a lungo in un abisso, anche l’abisso guarderà dentro di te.»
Friedrich Nietzsche, Al di là del bene e del male, §146 (1886)
Al suo punto di rottura, la ragione che calcola non si supera: genera il proprio doppio autoritario. Il primo articolo di questa serie ha tracciato la genealogia di quella ferita, la Zweckrationalität che dal cogito cartesiano in poi divora la Wertrationalität, la ragione dei valori che interroga i fini e non solo i mezzi, fino a produrre gli effetti patologici che Nietzsche, Simmel, Weber e Spengler hanno registrato con precisione sismica. Restava aperta una domanda: dalla diagnosi condivisa, dove si biforca il cammino?
La biforcazione non corre tra ragione e irrazionalismo. Sta dentro la ragione stessa, tra una ragione che si arrende al proprio fallimento e si irrigidisce in strutture di dominio, e una ragione che apprende dai propri limiti e li traduce in dispositivi istituzionali. Due vie, due destini. Questo articolo percorre il ramo della chiusura: il fatalismo di Spengler e le sue due metamorfosi contemporanee. Il ramo dell’apertura, e il fondamento che lo regge, attende le tappe successive.
I. Il polo Spengler: l’organicismo fatalista
Il punto forte, prima di demolirlo
Nell’articolo precedente abbiamo concesso a Spengler un punto forte. La critica all’universalismo astratto, l’idea che una sola forma di razionalità non possa valere per tutte le civiltà e che la storia non abbia un’unica direzione obbligata, è la stessa critica che, con strumenti analitici più raffinati, Amartya Sen rivolgerà alle metriche economiciste del benessere. Spengler coglie che la ragione strumentale cancella la pluralità: riduce il mondo a un parametro quantificabile, e in quella riduzione perde ciò che rende irripetibile ogni esperienza culturale, il rapporto con il sacro, il paesaggio, la forma simbolica. L’intuizione merita rispetto, nella misura esatta in cui anticipa il disagio che il pensiero del Novecento proverà davanti alla pretesa della ragione calcolante di essere l’unica ragione legittima. Ma il rispetto si ferma all’intuizione. La soluzione che Spengler propone non è all’altezza della diagnosi.
Il deragliamento: l’organicismo come meccanicismo mascherato
Il Tramonto dell’Occidente presenta le civiltà come organismi: nascono, crescono, fioriscono, decadono e muoiono secondo leggi predeterminate. La metafora organica seduce, e Spengler la lavora con erudizione per circa milleduecento pagine. Eppure tradisce se stessa. L’organicismo spengleriano è, a ben vedere, un meccanicismo mascherato: le civiltà seguono traiettorie rigide e ineluttabili, la variabile Schicksal (destino) prende il posto della variabile «forza» della meccanica newtoniana, ma la struttura logica resta identica. Determinismo, impossibilità di apprendere, chiusura del sistema.
Il paradosso è profondo. Spengler nega all’organismo proprio la capacità che lo definisce. Un vivente, come la biologia ha mostrato ben oltre le intuizioni del primo Novecento, si caratterizza per la capacità di adattamento, apprendimento e variazione interna in risposta alle perturbazioni dell’ambiente. Un sistema che non può apprendere non è un organismo: è un meccanismo a orologeria con un programma prestabilito. Spengler usa il vocabolario della vita per descrivere la logica della macchina.
L’esito politico: il Cesarismo
Se il tramonto è destino, se nessun apprendimento è possibile, se la Zivilisation è la fase terminale di un ciclo biologico ineluttabile, allora resta una sola risposta: il governo della fase finale. Spengler lo chiama Cesarismo, il potere dell’uomo forte che impone ordine sul caos terminale, non per invertire un declino impossibile da invertire, ma per amministrarlo con disciplina. Il Cesare non salva la civiltà; la accompagna alla tomba con dignità militare.
L’operazione è coerente con le premesse, ed è per questo che le premesse preoccupano. Il fatalismo organicista produce il Cesarismo come conseguenza necessaria: senza futuro aperto, non serve democrazia. Il dibattito, il pluralismo, la fatica della deliberazione collettiva diventano lussi che una civiltà morente non si concede. Rimane il comando.
Organicismo: dal gr. ὄργανον (órganon, strumento), da ἔργον (érgon, opera) e dalla radice indoeuropea *werǵ- («fare, operare»), donde anche energia. Dottrina che legge le realtà sociali e culturali sul modello degli organismi biologici: nascita, crescita, maturità, declino. In Spengler diventa determinismo morfologico, le civiltà come entità a ciclo fisso.
Cesarismo: da Caesar, cognomen di Gaio Giulio Cesare (di etimologia incerta già per gli antichi). In Spengler, il potere personale che emerge nella fase di Zivilisation, quando le istituzioni rappresentative sono svuotate e solo la volontà dell’uomo forte governa la transizione terminale. Non tirannia nel senso classico (usurpazione), ma esito «naturale» di un organismo politico che ha esaurito le proprie risorse creative.
Schicksal: dal ted. Schicksal (XVIII sec.), dal basso-tedesco e nederlandese schicksel (XVII sec.), a sua volta dal verbo schicken («disporre, ordinare, far accadere, mandare»), formazione causativa connessa all’ant. alto-ted. skehan («andare in fretta, accadere»), donde geschehen. Non da una radice del «tagliare»: la sua famiglia semantica è quella dell’accadere. Già incontrato nell’Articolo 1. In Spengler il destino non è volontà di un dio né calcolo di una legge fisica, ma il ritmo interno dell’organismo culturale, il suo «battito cardiaco» metafisico; resta però ineluttabile quanto una legge fisica, e in questo rivela il meccanicismo sotto la metafora organica.
La contraddizione performativa di Spengler
Nel primo articolo avevamo annotato, senza dispiegarla, una contraddizione che percorre l’intera opera spengleriana. È il momento di scioglierla.
Oswald Spengler nasce nel 1880 a Blankenburg am Harz, cittadina di provincia della Sassonia prussiana. Figlio di un impiegato postale, cresce in un ambiente piccolo-borghese, lontanissimo dall’aristocrazia terriera che idealizzerà nell’opera. Studia matematica, scienze naturali e storia; insegna per qualche anno in un ginnasio di Amburgo; si ritira a Monaco a scrivere il Tramonto con i proventi di una modesta eredità. Vive da scapolo appartato, nel mondo della carta stampata e delle biblioteche: Zivilisation incarnata, non Kultur.
Eppure l’opera che produce celebra i guerrieri, gli aristocratici, gli uomini della terra e del sangue, il tipo umano che disprezzerebbe l’intellettuale che lo celebra. Spengler idealizza gli Junker prussiani, i latifondisti militari a est dell’Elba, il cui ethos rovescia la vita che lui stesso conduce. E soprattutto scrive un’opera enciclopedica di circa milleduecento pagine, con metodo classificatorio rigidissimo, tabelle comparative, paralleli sincronici tra civiltà, tassonomie di stili e di forme politiche, per dimostrare che l’intelletto classificatorio uccide la vita. La posizione di chi enuncia contraddice il contenuto dell’enunciato: è la ragione strumentale al suo apice che annuncia la morte della ragione strumentale.
Dichiariamo apertamente che lo schema della contraddizione performativa, la struttura per cui l’atto dell’enunciazione smentisce ciò che l’enunciato afferma, è qui una rilettura retroattiva dell’autore di questo blog, non una scoperta filologica. Vale come analogia analitica, non come genealogia in senso proprio. Lo schema tiene, però, e si riproduce con precisione quasi geometrica nei due eredi contemporanei di Spengler.
II. Prima metamorfosi: il Cesarismo sacrale
Genealogia di una posizione: Dugin non è un neo-spengleriano
Aleksandr Gel’evič Dugin (1962) viene spesso presentato come il «filosofo di Putin», etichetta giornalistica che comprime una posizione complessa e ne oscura la genealogia reale. La prima precisazione è intellettuale: Dugin non è un neo-spengleriano. Il suo debito filosofico è con il tradizionalismo perennialista di René Guénon e Julius Evola, e con la teoria politica di Carl Schmitt. Spengler gli serve da fornitore di una retorica del declino, non da fondamento teorico.
Guénon (1886-1951) ed Evola (1898-1974) condividono una tesi metafisica radicale: esiste una Tradizione primordiale, una sapienza unica alle origini di tutte le civiltà sacre, via via oscurata dalla modernità, dalla secolarizzazione, dalla democrazia, dal razionalismo. La storia non è progresso ma decadenza, dall’Età dell’Oro alla Kali Yuga indù, dall’ordine sacrale al caos profano. In Guénon la via d’uscita è la ricostituzione iniziatica; in Evola, l’aristocrazia guerriera e la rivolta contro il mondo moderno. Da Schmitt (1888-1985) Dugin prende la teoria dei Großräume, i grandi spazi geopolitici, la distinzione amico/nemico come essenza del politico, la decisione sull’eccezione come fondamento della sovranità.
La Quarta Teoria Politica (2009, trad. inglese 2012) tenta di assemblare questi elementi in un sistema coerente. Dopo il liberalismo, il comunismo e il fascismo, tutte e tre figlie della modernità, servirebbe una quarta via che le trascenda. Dugin la monta con pezzi di Evola, Guénon, Schmitt e Heidegger (il Dasein contro il soggetto liberale, la tecnica come Gestell), assegnando a ogni componente una funzione precisa nell’architettura. Qui affiora il primo indizio della struttura che ci interessa: una «teoria» anti-moderna costruita con gli strumenti della modernità. La ragione strumentale lavora già sotto la superficie del discorso anti-razionalista.
Il katechon: teologia politica di un impero
Il concetto-chiave del dispositivo duginiano è il katechon, e l’etimologia decide. Dal greco κατέχων (katéchōn), participio presente di κατέχειν (katéchein), composto di κατά (katá, giù, contro) ed ἔχειν (échein, tenere, trattenere, dalla radice indoeuropea *seǵʰ-, «tenere, sopraffare»). Alla lettera: «colui che trattiene». La fonte è paolina: nella Seconda Lettera ai Tessalonicesi (2,6-7) si menziona una forza misteriosa che trattiene l’avvento dell’Anticristo. Quale forza, la tradizione esegetica non lo ha mai fissato: l’Impero romano, la Chiesa, lo Spirito Santo.
Carl Schmitt, nel Nomos della terra (1950), ne fa una categoria politica: il katechon è il potere che trattiene il caos, la dissoluzione, l’anomia, la giustificazione teologico-politica dell’ordine sovrano, il potere non come contratto ma come argine ontologico. Dugin radicalizza: il katechon diventa lo zar, la Russia, l’impero sacrale eurasiatico che trattiene la dissoluzione liberale dell’Occidente. Il Russkij Mir (Русский мир, «Mondo Russo») e il gosudarstvo-civilizacija (государство-цивилизация, «Stato-civiltà») sono le formulazioni geopolitiche di questa teologia: la Russia non come Stato-nazione westfaliano, ma come entità civilizzazionale con missione escatologica.
Qui il nodo. Letto nella sua funzione, il katechon duginiano non è un mito vissuto dal basso, non sale dall’esperienza religiosa popolare né dalla tradizione contadina: opera come formula di legittimazione, l’equivalente funzionale della sacralizzazione del Faraone nella Megamacchina di Pellicani, il terzo pilastro del triplice monopolio, quello che trasforma il dominio in ordine sacro. Si può leggere così: come i sacerdoti egizi producevano le formule che facevano del Faraone un dio vivente, una élite ideologica produce le formule teologico-politiche che fanno del sovrano un katechon. Quanto questa narrazione attecchisca davvero nella popolazione, e per quali vie, resta questione aperta e contesa, e la cautela vale tanto più dopo che la migliore analisi accademica ha ridimensionato l’influenza reale di Dugin sul potere. La struttura, però, è la stessa; cambia il vocabolario di superficie.
Katechon (κατέχων): dal gr. κατέχειν (trattenere, contenere), comp. di κατά (giù, contro) ed ἔχειν (tenere; radice indoeuropea *seǵʰ-, «tenere, dominare»). Nella teologia paolina, la forza che trattiene l’avvento dell’Anticristo (2Ts 2,6-7). In Schmitt, il potere sovrano come argine ontologico al caos. In Dugin, lo zar e la Russia come baluardo sacrale contro la dissoluzione occidentale.
Allopoiesi (ἄλλος + ποιεῖν): dal gr. ἄλλος (állos, «altro», dalla radice indoeuropea *h₂el-, «altro, oltre», cognata del lat. alius) e ποιεῖν (poieîn, «fare, produrre»). Termine di Maturana, Varela e Uribe (1974), opposto di autopoiesi: un sistema allopoietico non determina il proprio scopo dall’interazione interna dei suoi componenti, ma lo riceve dall’esterno. Una fabbrica è allopoietica (lo scopo lo fissa il proprietario); un organismo è autopoietico (si automantiene). Il Cesarismo sacrale produce un sistema il cui scopo, l’ordine del katechon, è determinato dal centro di comando unico, fuori dall’interazione sociale.
Russkij Mir (Русский мир): lett. «Mondo Russo». Concetto geopolitico che estende i confini della «Russia» oltre lo Stato-nazione, fino a comprendere territori e popolazioni di cultura russofona. Traduzione spaziale della missione del katechon.
Gosudarstvo-civilizacija (государство-цивилизация): lett. «Stato-civiltà». La Russia non come Stato-nazione westfaliano, ma come entità civilizzazionale con fondamento mistico-imperiale. Forma istituzionale del katechon.
La contraddizione performativa di Dugin
Dugin è un accademico moscovita, formatosi nell’ambiente intellettuale della tarda Unione Sovietica e poi nella galassia dei circoli nazional-patriottici degli anni Novanta. Teorizza il radicamento tellurico eurasiatico, la superiorità dell’anima contadina e guerriera sul razionalismo borghese, il ritorno a una spiritualità pre-moderna. E lo fa con l’apparato della filosofia continentale europea: Heidegger, Schmitt, Guénon, Evola. Il suo laboratorio è una scrivania, i suoi strumenti sono libri occidentali, il suo metodo è la costruzione teorica sistematica, gesto per eccellenza della ragione strumentale che pretende di trascendere.
La contraddizione è quella di Spengler, declinata in chiave geopolitica. Un prodotto della modernità occidentale, l’intellettuale urbano, cosmopolita nella formazione e sedentario nella pratica, edifica un discorso che esalta il proprio opposto: la terra, il sangue, il mito, la tradizione pre-razionale. Il rifiuto dell’Occidente prende forma in categorie occidentali; la critica della ragione procede con metodo razionale. La ragione strumentale, mascherata da irrazionalismo, continua a operare al servizio di un disegno di potere.
L’esito sistemico è coerente con la premessa: il Cesarismo sacrale produce un sistema allopoietico mascherato da autopoietico. Il centro di comando unico, lo zar-katechon, fissa lo scopo dall’esterno dell’interazione dei componenti. Il dissenso non viene accolto come variazione interna ma eliminato come disfunzione. Il sistema è chiuso per definizione: il katechon non ammette falsificazione, perché la falsificazione presuppone che la verità sia correggibile, mentre il katechon è per definizione l’ultimo argine prima della dissoluzione. Metterlo in discussione significa, nel suo framework, aprire la porta all’Anticristo.
III. Seconda metamorfosi: il Cesarismo algoritmico
Il parossismo cartesiano
Dove Dugin maschera la ragione strumentale da irrazionalismo, Peter Thiel la porta al parossismo dichiarato. Non rifiuta Cartesio: lo perfeziona. Il mondo diventa res extensa processabile da Palantir Technologies, e il nome richiama il palantír, la pietra veggente di Tolkien che concede una visione totale a chi la usa, salvo poi rivelare che il veggente è manovrato dal Signore Oscuro che controlla la rete delle pietre. La democrazia è un «bug» da correggere: nel saggio del 2009 Thiel scrive di non credere più «that freedom and democracy are compatible». Il CEO-monarca è la res cogitans separata dal corpo sociale, il soggetto sovrano che decide senza sottostare alla deliberazione collettiva.
Nei due articoli che questo blog ha dedicato a Thiel, «L’Architetto della Gabbia d’Acciaio» e «L’ingegneria sociale della Silicon Valley», a cui rinvio per l’analisi estesa, l’operazione è risultata non solo politica ma epistemologica. Lo Straussian Moment, scritto nel 2004 e pubblicato nel 2007 nel volume Politics and Apocalypse, mobilita insieme Leo Strauss (la verità esoterica riservata all’élite, la narrazione essoterica per le masse), Carl Schmitt (l’eccezione permanente come fondamento della sovranità) e René Girard (la violenza fondativa). Ne esce una teoria del potere che presuppone una diseguaglianza epistemica radicale: chi sa non può essere governato da chi non sa, e la democrazia è il governo dell’ignoranza.
L’iper-razionalizzazione che ne deriva produce un rigor mortis nei sistemi complessi: la pretesa di processare per via computazionale l’intera realtà sociale incorre nella fallacia della mappa scambiata per il territorio, e quando la realtà non si conforma al modello, il sistema non corregge il modello ma forza la realtà. È la ragione strumentale nella sua forma più pura, non un mezzo al servizio di fini umani, ma un apparato che ridefinisce i fini a misura dei propri mezzi.
Cesarismo algoritmico: formulazione dell’autore. Il governo del CEO-monarca fondato sulla capacità di calcolo: l’algoritmo come centro di comando che processa la res extensa sociale. La legittimazione non è sacrale, come nel Cesarismo di Spengler e Dugin, ma tecnica: il diritto a governare discende dalla capacità computazionale, non dal mandato divino né dal consenso.
La contraddizione performativa di Thiel
Peter Thiel è un miliardario tedesco-americano, cofondatore di PayPal e di Palantir, primo investitore esterno di Facebook, cittadino degli Stati Uniti e della Nuova Zelanda, dove ha acquistato una vasta proprietà. Denuncia la decadenza dell’Occidente avvalendosi di ogni sua infrastruttura giuridica e finanziaria: brevetti, tribunali, contratti, venture capital, il sistema universitario di Stanford, la rule of law che garantisce i suoi investimenti. Il sistema che denuncia lo ha prodotto, lo protegge e continua a remunerarlo.
La struttura ripete quella di Spengler e di Dugin: un razionalista strumentale che produce un discorso anti-democratico per fini strumentali. La contraddizione di Thiel è, se possibile, ancora più netta, perché non si maschera nemmeno da irrazionalismo. Thiel non finge di rifiutare la ragione calcolante: la esalta. Rifiuta soltanto il vincolo istituzionale che la contiene, la democrazia, il pluralismo, la deliberazione. Vuole la Zweckrationalität senza la Wertrationalität, il calcolo senza i valori posti come fini, la potenza senza il limite. È il programma della ragione strumentale liberata da ogni freno: non il suo superamento, il suo trionfo.
L’esito sistemico coincide con quello del Cesarismo sacrale, in altra lingua di legittimazione. Il sistema è allopoietico by design: l’algoritmo è il centro di comando che fissa lo scopo dall’esterno dell’interazione sociale. Nel sistema che il modello thieliano prefigura, il dissenso è trattato come inefficienza da eliminare, dove quello duginiano lo elimina come empietà; il katechon serra il sistema invocando il destino, l’algoritmo lo serra invocando il calcolo. La struttura non cambia: la complessità sociale ridotta a un centro di comando unico che non tollera falsificazione.
IV. La convergenza strutturale: identità nella differenza
A prima vista Dugin e Thiel sono l’uno l’antitesi dell’altro. Il primo invoca il sacro, il secondo l’algoritmo; il primo vuole restaurare l’impero, il secondo costruire la startup-Stato; il primo pensa in termini di sangue e terra, il secondo di dati e codice; il primo diffida della tecnologia occidentale, il secondo la celebra. Sotto la superficie delle differenze, però, la struttura coincide. Una tavola comparativa la rende visibile.
| Asse | Cesarismo sacrale (Dugin) | Cesarismo algoritmico (Thiel) |
|---|---|---|
| Fondamento di legittimazione | Mistico-teologico: katechon, Tradizione primordiale, mandato escatologico | Tecnocratico: capacità di calcolo, efficienza, verità esoterica straussiana |
| Centro di comando | Zar-katechon: sovrano sacrale che trattiene la dissoluzione | CEO-algoritmo: fondatore-monarca che processa la complessità |
| Rapporto con la ragione strumentale | Rifiuto dichiarato, uso effettivo: irrazionalismo costruito con metodo razionale | Esaltazione dichiarata: la ragione strumentale come unica ragione legittima |
| Rapporto con la complessità | Soppressione per via mistica: il sacro come narrazione totale che elimina l’ambiguità | Soppressione per via computazionale: l’algoritmo come modello esaustivo che elimina l’imprevedibile |
| Modello sistemico | Allopoietico sacrale: scopo imposto dal centro teologico-politico | Allopoietico algoritmico: scopo imposto dal centro computazionale |
L’identità strutturale emerge con nettezza. I due progetti riducono la complessità sociale a un centro di comando unico che sopprime i meccanismi di correzione e di pluralismo; producono sistemi il cui scopo è fissato fuori dall’interazione dei componenti; rispondono alla complessità sopprimendola, l’operazione par excellence della ragione strumentale.
L’Ultimo Uomo travestito da Übermensch
Nell’articolo precedente, nella sezione su Weber, avevamo anticipato una formula: gli «specialisti senza spirito, edonisti senza cuore» weberiani come versione sociologica dell’Ultimo Uomo dello Zarathustra, e i nuovi autoritari come Ultimi Uomini che si travestono da Übermensch. È il momento di dispiegare la chiave.
Una precisazione filologica è d’obbligo. L’equazione «Übermensch uguale abitatore della complessità» è una rilettura analogica che questo blog propone consapevolmente, non una scoperta genealogica né un’interpretazione che Nietzsche avrebbe riconosciuto come propria. Il Nietzsche dello Zarathustra (tra il 1883 e il 1885) e della Genealogia della morale (1887) ha un bersaglio preciso: l’Ultimo Uomo (der letzte Mensch) è colui che ha rinunciato a ogni grandezza, che cerca solo il comfort, che «ha inventato la felicità» e «ammicca». L’Übermensch supera quella condizione: crea valori nuovi, accetta il rischio, fonda invece di restaurare.
La lettura che proponiamo è questa: Spengler, Dugin e Thiel non sono figure dell’Ultimo Uomo nella versione vulgata del consumatore apatico, ma in quella più profonda, di chi simula l’Übermensch. La loro iperattività è reattiva, non creativa. Non fondano valori nuovi: restaurano vecchie strutture di dominio con strumenti nuovi. Nessuno compie il gesto dell’Übermensch, creare valori che non siano né il vecchio Dio né la sua ombra.
Spengler resta prigioniero dell’ombra del Dio morto nella forma del destino biologico, lo Schicksal che sostituisce la Provvidenza conservandone la struttura di ineluttabilità. Dugin lo è nella forma del sacro restaurato, il katechon che riveste di geopolitica la funzione del Dio cristiano medievale. Thiel in quella della tecnica divinizzata, l’algoritmo che assume la funzione dell’onniscienza, il calcolo al posto della Provvidenza. Tre varianti della stessa incapacità: accettare che il Dio è morto senza riprodurne la struttura.
Il coraggio nietzschiano, nella lettura analogica che proponiamo, starebbe nell’accettare la complessità senza scorciatoie, nel tenere l’apertura contro la gravità della chiusura, nel fondare valori nel terreno della libertà e del dubbio. È esattamente ciò che né Spengler, né Dugin, né Thiel sono disposti a fare. La complessità li spaventa, il dubbio li indebolisce, la pluralità li disorienta. Cercano un centro di comando: il destino, il sacro, l’algoritmo. Sono, in fondo, Ultimi Uomini travestiti da Übermensch.
Ultimo Uomo (der letzte Mensch): figura nietzschiana (Così parlò Zarathustra, Prologo, §5). Non il «peggiore» degli uomini ma il «più disprezzabile»: chi ha eliminato ogni rischio, ogni grandezza, ogni possibilità di superamento. Nella nostra rilettura: anche chi simula il superamento restaurando strutture di dominio arcaiche con mezzi moderni.
Übermensch (l’Oltre-uomo): dal ted. über (oltre, al di là) e Mensch (essere umano). Non «superuomo» nel senso della dominazione, ma colui che supera l’Ultimo Uomo creando valori nuovi nel vuoto lasciato dalla morte di Dio, senza surrogati. Nella nostra rilettura analogica: l’abitatore della complessità che non cerca scorciatoie.
Contraddizione performativa: «performativo» da perform, dall’anglonormanno performer, alterazione dell’antico francese parfornir («compiere, portare a termine»), composto di par- (intensivo) e fornir (fornire, compiere), dal francone *frumjan, radice indoeuropea *per- («in avanti»); l’accostamento al lat. forma è rietimologizzazione tarda, non l’origine. Con contradictio, da contradicere (contra più dicere, «dire contro»; dicere dalla radice *deyḱ-, «mostrare»). Struttura per cui l’atto stesso dell’enunciazione smentisce il contenuto dell’enunciato. Paradigma: «tutto è relativo» affermato come verità assoluta. Qui: razionalisti strumentali che producono discorsi anti-razionalisti per fini strumentali.
Domanda al lettore. Dugin e Thiel si presentano come nemici mortali, l’Oriente mistico contro l’Occidente tecnologico. Ma se la struttura dei loro progetti è identica, la loro opposizione è reale o è il gioco di specchi di due varianti della stessa risposta? E la contraddizione performativa, costruire con la ragione strumentale un discorso che la nega o la assolutizza, li rende meno credibili o rivela qualcosa di più profondo sulla trappola in cui la ragione moderna si trova?
Una sola via percorsa, e la domanda che resta
Riepiloghiamo il ramo percorso. La diagnosi dell’articolo precedente, la ragione strumentale che al suo punto di rottura genera il proprio doppio autoritario, non conduce per necessità alla resa: la biforcazione è reale e si apre dentro la ragione stessa. Questo articolo ne ha seguito il versante della chiusura.
Da Spengler vengono la crisi come destino biologico, il sistema che si serra, il Cesarismo come esito logico. Da Spengler vengono anche due metamorfosi in apparenza opposte e nella struttura identiche: un Cesarismo sacrale che restaura il mito imperiale con metodo ingegneristico, un Cesarismo algoritmico che perfeziona la ragione strumentale travestendola da innovazione visionaria. Riducono entrambi la complessità a un centro di comando unico, producono sistemi allopoietici chiusi, e si rivelano Ultimi Uomini travestiti da Übermensch: iperattività reattiva al posto della creazione, restaurazione di vecchie strutture di dominio con strumenti nuovi, prigionia nell’ombra del Dio morto.
Resta il versante opposto, e con esso la domanda che apre la tappa successiva. Se i sistemi sociali tendono per loro natura alla chiusura, se la conservazione dell’identità è la dinamica spontanea di ogni struttura emergente, come fanno alcuni sistemi a restare aperti? Perché la democrazia è strutturalmente fragile? Esiste un fondamento biologico-cognitivo per una ragione che abita la complessità senza sopprimerla? La risposta non sta in un’altra dottrina politica, ma in ciò che la foresta, come paradigma vivente, può insegnare sulla complessità che le strutture di dominio cercano di sopprimere. È il tema del prossimo articolo.
Fonti e autori
L’organicismo fatalista
Oswald Spengler, Der Untergang des Abendlandes, vol. I (1918), vol. II (1922): la morfologia delle civiltà come organismi, la dicotomia Kultur/Zivilisation, il Cesarismo come esito del fatalismo. Per la biografia, Anton Mirko Koktanek, Oswald Spengler in seiner Zeit (1968).
Il tradizionalismo e lo Stato-civiltà
Aleksandr Dugin, Четвёртая политическая теория (2009; trad. ingl. The Fourth Political Theory, Arktos, 2012): l’assemblaggio sintetico di tradizionalismo, Schmitt e Heidegger. René Guénon, La crise du monde moderne (1927): il fondamento metafisico della Tradizione primordiale. Julius Evola, Rivolta contro il mondo moderno (1934): la via aristocratico-guerriera oltre la modernità. Carl Schmitt, Der Nomos der Erde (1950): il katechon come categoria politica e la teoria dei grandi spazi. Marlène Laruelle, Russian Eurasianism: An Ideology of Empire (2008): l’analisi accademica che ridimensiona la portata reale del neo-eurasismo.
Il Cesarismo algoritmico
Peter Thiel, «The Education of a Libertarian», Cato Unbound, 13 aprile 2009: la dichiarazione sull’incompatibilità di libertà e democrazia. «The Straussian Moment», in Politics and Apocalypse, a cura di Robert Hamerton-Kelly, Michigan State University Press, 2007, pp. 189-218 (scritto nel 2004): l’uso di Strauss, Schmitt e Girard come fondamenti della teoria del potere. Blake Masters, Peter Thiel, Zero to One (2014): l’epistemologia del fondatore-monarca.
La chiave nietzschiana
Friedrich Nietzsche, Also sprach Zarathustra (tra il 1883 e il 1885): l’Ultimo Uomo e l’Übermensch. Zur Genealogie der Moral (1887): la genealogia come metodo di smascheramento. Frammenti postumi 1885-1889, ed. Colli-Montinari: la Wille zur Macht come interpretazione prospettivistica.
Il framework del blog
Luciano Pellicani, Il potere, la libertà e l’eguaglianza (Rubbettino, Soveria Mannelli, 2012): Megamacchina, anomalia europea, nomocrazia. Hannah Arendt, The Human Condition (1958; ed. it. Vita activa, dall’originale tedesco Vita activa oder Vom tätigen Leben, 1960): l’azione come libertà praticata. Amartya Sen, Identity and Violence: The Illusion of Destiny (2006): contro le civiltà-prigione e l’identità solitaria.
Rinvii agli articoli di Pharos Outlook
Serie «Il potere, la libertà e l’eguaglianza» (7 articoli, aprile-maggio 2025): la Megamacchina, l’anomalia europea, la dialettica Atene/Sparta, la nomocrazia, la bancarotta del modello spartano.
Serie «Anatomia di una Libertà Fragile» (4 articoli, settembre-ottobre 2025): la finzione operativa, l’ecosistema politico, il fallibilismo istituzionalizzato, il capability approach, lo Stato-giardiniere.
«Il Dispotismo Mite: La profezia di Tocqueville che abbiamo realizzato» (novembre 2025): la gabbia di velluto come Megamacchina soft.
«L’Architetto della Gabbia d’Acciaio» e «L’ingegneria sociale della Silicon Valley»: analisi estesa di Thiel e della neoreazione.
«Oltre lo Scontro: l’Individuo e il Dialogo contro le Civiltà-Prigione» (settembre 2025): la decostruzione di Huntington via Said e Sen.
«La ferita della ragione» (febbraio 2026): Articolo 1 della presente serie.

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