Maalouf, scrittore libanese di lingua francese, ricostruisce nel 1983 le Crociate dalla prospettiva dei cronisti arabi medievali (Ibn al-Athīr, Usāma ibn Munqidh, Imād ad-Dīn). Da quel materiale, applica all’Europa emersa dalla rivoluzione comunale una formula che il diretto interessato non avrebbe saputo formulare: «una società distributrice di diritti» (Les Croisades vues par les Arabes, p. 301). Lo sguardo è esterno, e l’esteriorità è la condizione del giudizio. Chi abita la distribuzione non la riconosce, perché la distribuzione coincide col proprio orizzonte; chi viene da fuori la riconosce subito, per contrasto con l’orizzonte da cui proviene. Il dispositivo è quello dello straniamento, già operante in Montaigne, dove i «cannibali» del Brasile guardano l’Europa e ne dichiarano l’ingiustizia; ma la direzione del giudizio, in Maalouf, è invertita: l’osservatore arabo medievale guarda l’Europa e ne dichiara l’eccezione positiva.
Pellicani, nel quarto capitolo del Potere, della libertà e dell’eguaglianza, raccoglie la formula maaloufiana e ne dichiara la condizione di possibilità. La distribuzione si è prodotta come accumulo di privilegi strappati dalle città, dalle corporazioni, dagli ordini religiosi, dalle università; non si sarebbe conservata, però, se non avesse trovato un sigillo materiale che la difendesse dall’essere riassorbita. Quel sigillo, sostiene Pellicani, è la proprietà privata, riconosciuta non come diritto naturale (Locke), né come condizione dell’efficienza economica (economia neoclassica), né come premio del merito individuale (etica protestante), ma come una istituzione di dispersione del potere. Il movimento è quello che il capitolo precedente aveva lasciato in sospeso: come la libertà che il collasso della Megamacchina aveva fatto scaturire si traduce in diritti soggettivi formalmente garantiti. La risposta articola due tempi: lo strappo che produce la distribuzione, il sigillo che la conserva.
Lo strappo dei diritti
Braudel pone la cesura: a partire dall’anno Mille, scrive nella Grammaire des civilisations, «il destino dell’Europa è stato segnato, da una parte all’altra, dallo sviluppo ostinato di libertà particolari, di franchigie, che erano privilegi riservati a certi gruppi». La formula è calibrata. Non si parla di libertà al singolare, ma di libertà al plurale, ciascuna specifica, ciascuna di gruppo determinato, ciascuna strappata in circostanza specifica. Non c’è un’idea universale che si impone dall’alto: c’è un accumulo di eccezioni concrete, ciascuna conquistata con uno strumento giuridico codificato (la franchigia, il privilegio, lo statuto, il fuero, la carta), nei momenti in cui un signore feudale, un papa, un imperatore avevano bisogno di alleati e di risorse, e accettavano di concedere riconoscimento in cambio di sostegno.
L’universalizzazione, il passaggio dai privilegi di gruppo ai diritti dell’uomo e del cittadino, è movimento successivo. Attraverserà secoli, culminerà nelle dichiarazioni del XVIII. Il punto di partenza è la franchigia medievale, non la dichiarazione moderna.
Cosa vede l’osservatore arabo medievale dell’Europa che l’osservatore europeo non vede?
Vede ciò che il proprio mondo non produce: un tessuto di gruppi che hanno strappato al potere centrale spazi di autonomia giuridica e materiale, e che difendono questi spazi con strumenti giuridici codificati. Wesson li chiama «centri di individualismo» (State System, 1978); il termine non è metaforico, indica unità sociali (la corporazione mercantile, la comunità monastica, l’università, il comune cittadino) che hanno conquistato e conservato un margine di autogoverno irriducibile alla volontà del sovrano. Sono questi centri, sostiene Pellicani, ad aver reso possibile l’espansione della catallassi commerciale e l’istituzionalizzazione della figura del cittadino: il suddito titolare di diritti soggettivi formalmente riconosciuti, sottoposto a uno Stato a sovranità limitata, controllato materialmente dai contropoteri della società civile e formalmente dalla legge.
L’aggettivo «autocefala» (dal greco αὐτοκέφαλος, composto da αὐτο-, da sé, e da κεφαλή, capo), che il capitolo precedente aveva applicato alle città comunali italiane, riceve adesso la sua piena giustificazione istituzionale. Una città autocefala è il punto in cui la distribuzione dei diritti diventa fatto, non dottrina: i diritti esistono perché qualcuno li esercita contro qualcun altro, e li difende con istituzioni proprie. La civiltà liberale matura non concederà nulla che non fosse stato strappato; modificherà soltanto la cornice giuridica della titolarità.
Una distribuzione costruita per accumulo, però, è fragile per definizione: ciascun privilegio è un’eccezione, ciascuna eccezione è un punto di pressione che il potere centrale può sempre tornare a sollecitare. Lo strappo, da solo, non basta. La conservazione richiede una struttura che lo difenda dal riassorbimento. La domanda del cap. 4 di Pellicani diventa, a questo punto, strutturale: cosa ha tenuto aperto lo strappo?
Il sigillo materiale dell’anomalia
La risposta passa attraverso una negazione preliminare: lo Stato assoluto europeo non ha annientato la struttura policentrica del sistema politico. La descrizione delle monarchie moderne come «macchine burocratiche capaci di piallare tutto davanti a sé» (Pellicani) ha così poco a che vedere con la realtà che alcuni studiosi hanno proposto di sopprimere la categoria storica dell’assolutismo (Guerci, Le monarchie assolute, 1986). Voltaire, già nel Saggio sui costumi del 1756, aveva colto la struttura:
«ogni provincia, ogni città aveva i suoi privilegi. I signori feudali combattevano spesso questi privilegi, e i re cercavano parimenti di sottoporre alla loro potenza i signori feudali e le città. Nessuno vi riuscì»
Il dispositivo retorico di Voltaire è triplice senza essere simmetrico: i signori contro i privilegi cittadini; i re contro signori e città; ciascuno fallisce nel proprio progetto. La perdita di una qualunque delle forze in gioco rompe l’equilibrio. L’unica eccezione storica, segnala Pellicani, è Filippo II di Spagna e i suoi successori, che, facendosi campioni della guerra di annientamento delle eresie, diedero allo Stato spagnolo «una torsione totalitaria con conseguenze disastrose sotto tutti i punti di vista». La formula è precisa: non «autoritaria», non «dispotica», ma totalitaria, perché la torsione tenta di chiudere insieme i tre monopoli (politico-militare, economico, spirituale) che la Megamacchina dispotica aveva mantenuto uniti per millenni. Il dispositivo storico che produce la chiusura è la Santa Inquisizione, e Pellicani la nomina con una formula tagliente:
«la “pedagogia del terrore” della Santa Inquisizione soffocò ogni forma di libero pensiero e rese sommamente insicura la proprietà»
Il nesso che segue è la chiave della tesi del capitolo. L’insicurezza della proprietà, prodotta dalla minaccia inquisitoriale di confisca, induce gli intellettuali e gli imprenditori a prendere la strada dell’emigrazione. Le persone che decidono di partire portano con sé competenze e capitali. La Spagna, il Portogallo, il Belgio (ovvero i Paesi Bassi spagnoli) e l’Italia, in particolare il Mezzogiorno, sottoposto al dominio asburgico-spagnolo dal 1442 al 1707, scivolano «irrimediabilmente nel pantano della stagnazione economica, scientifica e tecnologica» (Lüthy, Le passé présent, 1965).
Perché la pedagogia del terrore della Santa Inquisizione produce stagnazione, e non semplicemente conformismo?
La stagnazione è effetto strutturale, non psicologico. Un regime politico che minaccia la confisca per ragioni dottrinali destabilizza l’orizzonte di calcolo dell’agente economico. Investire, accumulare, innovare richiede una proiezione temporale: chi investe oggi vuole godere domani dei frutti dell’investimento. Se domani il sovrano (o il tribunale ecclesiastico al servizio del sovrano) può confiscare i beni per qualsivoglia ragione, l’orizzonte di calcolo collassa. Le persone razionali smettono di investire. Migrano verso luoghi dove l’orizzonte regge. Restano i sudditi che non hanno né i mezzi per partire né i progetti per produrre. La stagnazione che ne segue non è scelta culturale: è path dependency istituzionale che si trascina per secoli, e il blog Pharos riconosce in questa matrice la radice profonda della questione meridionale italiana, dove le vestigia della Megamacchina sopravvissero al loro vettore originario sotto forma di insicurezza patrimoniale, parassitismo burocratico, debolezza strutturale della società civile. La logica dell’estrazione posizionale (la rendita catturata da chi siede in posizione strategica nelle istituzioni territoriali, anziché dalla produzione effettiva) è la traduzione contemporanea, in chiave di teoria della rendita, del meccanismo che Pellicani descrive in chiave inquisitoriale: dove la proprietà non è sicura per diritto, l’unico investimento razionale è la posizione di rendita garantita dall’apparato.
Pellicani inserisce qui, in posizione strategica, il concetto giuridico che codifica il sigillo. Solo da quando il potere dei governanti è stato rigorosamente «costituzionalizzato», un risultato che ha richiesto secoli di lotte e di esperimenti, si è potuto parlare di nomocrazia (νόμος, legge; κράτος, potere): governo della legge come sostitutivo del governo degli uomini. La formula è di Panebianco (Il potere, lo Stato, la libertà, il Mulino 2004), e Pellicani la lega esplicitamente alla cesura genealogica che la serie aveva tracciato nel cap. 2:
«L’istituzionalizzazione della nomocrazia è stata la più grande conquista della civiltà occidentale: essa ha posto fine al tremendo potere discrezionale di lasciar vivere e di far morire, presente in tutte le civiltà orientali»
Il riferimento al «potere di lasciar vivere e di far morire» riprende, senza nominarla, la categoria foucaultiana del potere sovrano dell’Ancien Régime: il potere che si esercita come spada, che decide chi vive e chi muore, che agisce per atto discrezionale e non per norma generale. La nomocrazia abolisce, sul piano del codice giuridico, ciò che la dispersione materiale della proprietà aveva già limitato sul piano dei fatti: il sovrano sottoposto alla legge come chiunque altro, nessuno più legibus solutus.
Lo Stato europeo, aggiunge Pellicani citando Finer, non operò mai su una tabula rasa. Si trovò di fronte a quelle che Braudel chiamava «mille autonomie sottostanti» (Civiltà e imperi nel Mediterraneo nell’età di Filippo II, 1978), e furono precisamente queste autonomie a impedire ai monarchi di diventare ciò che pure desideravano essere. Lorenz von Stein, nella sua Storia e società del 1850-1856, ha riassunto il movimento in una formula che il blog Pharos ha già consolidato come fondazione genealogica: la storia europea come «lotta ininterrotta dello Stato con la società civile e della società civile con lo Stato». La lotta non è difetto: è il meccanismo che impedisce la chiusura dispotica. La vittoria dello Stato sulla società civile, come nel caso spagnolo, blocca la società; la vittoria opposta, della società civile sullo Stato senza più mediazione, come nell’anarchia feudale, lascia il disordine impedire lo sviluppo. La libertà abita nella tensione fra i due poli, non nella vittoria dell’uno sull’altro.
In questo equilibrio, scrive Pellicani al cuore del cap. 4, i diritti di proprietà non furono messi in discussione. Lo Stato fu costretto a riconoscere che gli individui «avevano capacità e interessi di natura pre-politica, che essi potevano sviluppare e perseguire autonomamente»: la formula è di Poggi (Lo Stato, il Mulino 1992), e Pellicani la cita come categoria tecnica. Persino Bossuet, il più eloquente campione dell’assolutismo, riportato da Pellicani via Bonney (L’absolutisme, PUF 1989), pur consapevole che il comunismo era l’ideale del cristianesimo primitivo, dichiarò che «la proprietà dei beni era legittima e inviolabile». Il dato è genealogicamente ironico: il teologo che scrive la Politique tirée de l’Écriture sainte per fondare il diritto divino dei re ammette, nello stesso movimento, che il diritto del sovrano non si estende alla disponibilità arbitraria dei beni dei sudditi. La proprietà, anche dentro la teologia politica più assolutista, resta anteriore al potere. Bobbio, nell’Età dei diritti del 1990, ha sintetizzato la conclusione che attraversa l’intero capitolo: la proprietà privata fu «il più forte argine al potere arbitrario del sovrano».
Pellicani conclude il movimento con la formula in corsivo che dichiara il fulcro del capitolo: la proprietà operò come una istituzione di dispersione del potere. Il termine va letto con attenzione filologica. Non è teoria del diritto naturale (la proprietà come inerente all’uomo per natura, alla maniera di Locke); non è teorema neoclassico (la proprietà come condizione dell’efficienza allocativa); non è etica protestante (la proprietà come premio dell’industriosità). È analisi istituzionale: la proprietà disperde il potere, perché chi possiede risorse autonome dispone di un margine di azione che il sovrano non può unilateralmente ridurre. Le risorse autonome dal favore statale permettono di resistere alle pressioni senza rischiare la sopravvivenza, di emigrare portando con sé beni e capitale umano, di finanziare opposizione, stampa, istituzioni culturali indipendenti, di sussistere senza prebende e senza clientele. In assenza di proprietà privata, all’opposto, l’individuo dipende interamente dallo Stato: lo Stato è l’unico datore di lavoro, l’unico fornitore di beni, l’unico distributore di opportunità, e l’alternativa alla sottomissione, in quel caso, è la fame. La formula trotzkiana che Pellicani citerà più avanti nel volume («in un Paese dove lo Stato è il solo datore di lavoro, opporsi significa morire di fame») è il corollario, non l’origine, di questa logica.
Una proprietà che il sovrano può confiscare a piacimento è ancora proprietà?
La domanda non è retorica: ha una risposta tecnica precisa, che Pellicani consegna alla chiusura del capitolo attraverso una triade del diritto romano. L’usus (usare la cosa), il fructus (percepirne i frutti), l’abusus (disporne fino all’alienazione, alla donazione, alla distruzione): sono i tre poteri che, insieme, costituiscono il dominium ex iure Quiritium del diritto romano classico (Gaio, Institutiones, II, 40). L’abusus è il tratto decisivo. Distingue la proprietà piena dal possesso condizionato, vale a dire dalla concessione revocabile del sovrano che era il regime dominante nelle civiltà orientali: nel sistema dispotico, il suddito possiede i propri beni per tolleranza del sovrano, che può confiscarli senza violare alcuna norma; nel sistema europeo, il proprietario dispone dei propri beni per diritto, e il sovrano che li confiscasse violerebbe la legge. La differenza non è quantitativa (quanta proprietà), ma qualitativa (se la proprietà sia diritto o concessione). Dove il proprietario dispone della cosa per diritto, cosmos (l’autonomia economica dei privati) ha spazio; quando invece possiede solo per tolleranza del sovrano, taxis (la volontà del sovrano) annienta cosmos. Pellicani sigilla il capitolo con la formula controfattuale che la triade autorizza:
«Senza i diritti di proprietà, l’usus, il fructus e l’abusus, l’esistenza storica dell’Occidente non sarebbe stata diversa da quella dell’Oriente, dove i beni dei sudditi erano considerati cosa del sovrano, che poteva farne un uso discrezionale»
La tesi è forte, ma genealogicamente onesta solo se riconosce, prima di chiudersi, la propria zona d’ombra. La libertà come dispersione del potere, per la maggior parte della storia europea moderna, è stata libertà dei soli proprietari. Per generazioni e generazioni, scrive Pellicani al primo paragrafo del capitolo successivo, i diritti politici sono stati privilegio esclusivo dei cittadini-proprietari; la massa dei non-proprietari, il «grande numero», è stata percepita dai liberali stessi come «classe pericolosa». L’eguaglianza che i pensatori liberali coltivavano era eguaglianza puramente formale, eguaglianza di fronte a una legge concepita come armatura giuridica della proprietà. La distinzione costantiana fra libertà degli antichi (partecipazione al potere) e libertà dei moderni (sicurezza nella sfera privata) lavora dentro questa asimmetria: la sicurezza che il sigillo proprietario garantisce è goduta soltanto da chi possiede; chi non possiede vive in una libertà dei moderni mutilata, esclusa al contempo dalla partecipazione antica. L’estensione progressiva, ma per molto tempo incompiuta, del diritto di voto e dei diritti sociali è il problema del prossimo capitolo, dove la dialettica fra modello «ateniese» (governo della legge) e modello «spartano» (dominio assoluto di taxis) si gioca dentro questa contraddizione. Il sigillo materiale dell’anomalia europea, prima di diventare libertà universale, è stato libertà di una minoranza. Riconoscerlo non indebolisce la tesi del cap. 4: la fonda come premessa di un movimento più ampio, e non come conclusione consolatoria.
| Data | Lemma o opera | Significato operativo |
|---|---|---|
| II sec. d.C. | Gaio, Institutiones (II, 40); usus, fructus, abusus | Triade della proprietà piena nel diritto romano classico (uso, godimento, disposizione fino all’alienazione). Costituisce il dominium ex iure Quiritium: sigillo della proprietà come diritto, non come concessione revocabile del sovrano. |
| 1756 | Voltaire, Essai sur les mœurs et l’esprit des nations | L’assolutismo come pretesa costantemente smentita dai privilegi locali (province, città, signori feudali). Eccezione storica: Filippo II e i suoi successori. |
| 1850-1856 | L. von Stein, Geschichte der sozialen Bewegung in Frankreich | Dialettica Stato-società civile come «lotta ininterrotta» fra i due poli. Motore della storia europea, non difetto del sistema. |
| 1866 (postumo) | Proudhon, Théorie de la propriété | La proprietà privata come contrappeso politico, non solo economico, alla potenza centralizzatrice dello Stato. |
| 1949 | F. Braudel, La Méditerranée et le Monde Méditerranéen à l’époque de Philippe II | «Mille autonomie sottostanti» che impedirono ai monarchi europei di diventare padroni legibus soluti dei popoli sui quali regnavano. |
| 1965 | H. Lüthy, Le passé présent | Matrice della stagnazione iberico-meridionale. La «pedagogia del terrore» della Santa Inquisizione rende insicura la proprietà e induce l’emigrazione di intellettuali e imprenditori. |
| 1983 | A. Maalouf, Les Croisades vues par les Arabes | «Società distributrice di diritti»: lo sguardo esterno (l’osservatore arabo medievale) coglie la specificità europea che lo sguardo interno non riesce a percepire. |
| 1999 | S.E. Finer, The History of Government from the Earliest Times | I sovrani europei «non operarono su una tabula rasa». Hanno trovato un tessuto istituzionale che resisteva alla pretesa assolutistica. |
| 2004 | A. Panebianco, Il potere, lo Stato, la libertà | Definizione di nomocrazia come «governo della legge quale sostitutivo del governo degli uomini». Codice giuridico del sigillo: pone fine al potere discrezionale di «lasciar vivere e di far morire». |
| 2019 | L. Pellicani, Il potere, la libertà e l’eguaglianza, cap. 4 | La proprietà privata come istituzione di dispersione del potere. Coinage strutturale: sigillo materiale dell’anomalia europea. |

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