Autopoiesi, mito aperto e ragione complessa
Articolo 3 di 4 — Serie «La Ragione, il Mito e la Foresta»
«The major problems in the world are the result of the difference between how nature works and the way people think.»
— Gregory Bateson, Ecology of Mind (conferenza, 1970)
Nell’articolo precedente, la biforcazione è stata percorsa fino in fondo. Da un lato, il polo Spengler: la crisi come destino biologico, il sistema che si chiude, il Cesarismo come esito logico, e due metamorfosi apparentemente opposte ma strutturalmente identiche , un Cesarismo sacrale che restaura il mito imperiale con metodo ingegneristico, un Cesarismo algoritmico che perfeziona la ragione strumentale travestendola da innovazione visionaria. Dall’altro, il polo Hazard: la crisi come forza permanente, il dubbio come risorsa, il processo alla tradizione come precondizione dell’evoluzione. La connessione Hazard, Popper, nomocrazia ha aperto una via: il fallibilismo istituzionalizzato come traduzione politica dell’inquietudine produttiva.
Ma la via, per quanto potente, resta incompleta. La connessione Hazard-Popper-Pellicani opera sul piano epistemologico-istituzionale: dice cosa serve (il dubbio istituzionalizzato, la revisibilità permanente, la legge che vincola il potere) ma non spiega perché i sistemi tendono intrinsecamente alla chiusura, e quindi perché la democrazia è strutturalmente fragile. Per completarla serve scendere a un livello più profondo: il livello dei sistemi viventi. Serve un cambio di paradigma: dalla macchina alla foresta.
Questo articolo compie quel cambio. Dove i primi due articoli hanno operato come pars destruens , genealogia della ferita, demolizione delle false alternative , questo è la pars construens: la proposta di una ragione che abita la complessità senza sopprimerla, fondata non su un’aspirazione filosofica ma sulla biologia stessa dei sistemi viventi.
I. Dalla ragione strumentale alla ragione complessa
La ragione strumentale non va abolita. L’operazione che le metamorfosi reazionarie tentano, rifiutare la ragione in nome del sacro (Dugin) o assolutizzarla in nome dell’algoritmo (Thiel), produce, come abbiamo mostrato, sistemi chiusi destinati al collasso. La ragione strumentale va ricollocata: restituita al suo ruolo di strumento parziale, potentissimo ma cieco quando pretende di essere il tutto. Il passaggio non è dall’illuminismo all’irrazionalismo, che è la trappola in cui cadono gli Ultimi Uomini travestiti da Übermensch, ma dall’illuminismo semplice all’illuminismo complesso.
Edgar Morin ha dedicato sei volumi de La Méthode (1977-2004) e la sintesi dell’Introduction à la pensée complexe (1990) a questa operazione. La pensée complexe (dal lat. complexus, participio di complecti: intrecciare insieme, abbracciare; la complessità non è complicazione ma intreccio) non è una rinuncia al rigore: è un ampliamento del rigore. La ragione semplice, la Zweckrationaliät weberiana nella sua forma pura, opera secondo causalità lineare: A causa B, l’effetto è proporzionale alla causa, il sistema è la somma delle parti. La ragione complessa integra quattro principi che la ragione semplice non può catturare.
Il primo è la causalità circolare. Nei sistemi viventi, e nei sistemi sociali che da essi emergono, gli effetti retroagiscono sulle cause: i feedback loops modificano le condizioni iniziali, il sistema si rimodella in corso d’opera, la previsione lineare diventa strutturalmente impossibile oltre un certo orizzonte temporale. L’algoritmo di Palantir, che pretende di processare la società come res extensa calcolabile, ignora questa circolarità, e quando la realtà non si conforma al modello, non corregge il modello ma forza la realtà.
Il secondo è il principio di emergenza: il tutto non è la somma delle parti, ma possiede proprietà che le parti isolate non hanno. La coscienza non è la somma dei neuroni; il mercato non è la somma degli scambi; la democrazia non è la somma dei voti. Ogni tentativo di governare il sistema processandone le componenti isolate, che è l’operazione per eccellenza della ragione strumentale, perde ciò che rende il sistema vivo: le relazioni, i pattern, le strutture che emergono dall’interazione e che non esistono nei componenti presi singolarmente.
Il terzo è l’osservatore implicato: la fine della «vista da nessun luogo» cartesiana. La res cogitans che osserva il mondo dall’esterno, come un ingegnere davanti al progetto, è una finzione, e lo abbiamo già mostrato, nella serie «Anatomia di una Libertà Fragile», attraverso Antonio Damasio e l’ipotesi del marcatore somatico: la razionalità è intrinsecamente incarnata, legata a processi emotivi e corporei. L’osservatore non è fuori dal sistema: è parte del sistema che osserva. Ogni conoscenza è posizionata, e questa posizionalità non è un difetto da correggere ma un dato strutturale da integrare.
Il quarto è il pensiero dialogico: la capacità di tollerare il paradosso, di sostituire l’«o/o» della logica formale con l’«e/e» della complessità. Ordine e disordine. Autonomia e dipendenza. Individuo e sistema. Non sintesi hegeliana che supera i contrari, ma convivenza di tensioni irrisolte che mantengono il sistema in movimento. La democrazia vive di questa tensione: è ordine e conflitto, stabilità e revisione, continuità e rottura. Ogni tentativo di risolvere la tensione sopprimendo uno dei poli, che è precisamente ciò che fanno sia il Cesarismo sacrale sia quello algoritmico, uccide il sistema.
Una cautela è necessaria. La complessità non è un toccasana. Non basta invocarla per risolvere i problemi politici; invocarla senza fondamento è un rischio speculare a quello di ignorarla. Il passaggio dalla complessità come epistemologia alla complessità come fondamento politico richiede un’operazione più specifica: mostrare perché i sistemi sociali tendono alla chiusura, e come alcuni riescono a restare aperti. Per questo serve scendere al livello della biologia dei sistemi viventi. Serve l’autopoiesi.
Complexus: Dal lat. complecti (intrecciare insieme, abbracciare), part. pass. complexus. La complessità non è complicazione (dal lat. complicare, piegare insieme, sovrapporre strati) ma intreccio: relazioni multiple tra componenti che generano proprietà emergenti non deducibili dall’analisi delle parti isolate.
II. Il fondamento autopoietico: perché i sistemi tendono alla chiusura
Nel 1972, due biologi cileni, Humberto Maturana e Francisco Varela, introducono un concetto che rivoluzionerà la comprensione dei sistemi viventi: l’autopoiesi (dal gr. αὐτός, autós, sé stesso + ποιεῖν, poieîn, fare, produrre: un sistema che produce se stesso). Un sistema autopoietico mantiene la propria identità attraverso una rete di processi che producono i componenti che a loro volta producono la rete stessa. Non è un oggetto statico: è un processo ricorsivo, un’organizzazione che si genera continuamente.
La cellula è il paradigma: i suoi processi metabolici producono le membrane che contengono i processi che producono le membrane. La cellula non è un contenitore con dentro delle reazioni chimiche: è le reazioni chimiche che producono il contenitore che le contiene. Non c’è separazione tra la struttura e il processo: la struttura è il processo. Questa è la chiusura operazionale: il sistema è operazionalmente chiuso (i suoi processi interni si determinano reciprocamente) ma termodinamicamente aperto (scambia materia ed energia con l’ambiente). La chiusura operazionale non significa isolamento: significa autodeterminazione dell’organizzazione. Il sistema decide, per così dire, cosa del mondo esterno è pertinente per la sua autoconservazione.
Quando organismi autopoietici, individui umani, ciascuno un sistema che si autoproduce e si automantiene, interagiscono ricorrentemente, generano ciò che Maturana e Varela chiamano accoppiamento strutturale (structural coupling): una storia di interazioni ricorrenti che modifica le strutture di entrambi i sistemi senza che nessuno dei due perda la propria organizzazione autopoietica. Da questo accoppiamento emergono regolarità: norme, consuetudini, istituzioni, linguaggi, strutture di potere. Sono strutture emergenti, non programmate da nessun centro di comando, non deducibili dalle proprietà dei singoli individui, ma generate dall’interazione stessa.
Queste strutture emergenti, norme, istituzioni, gerarchie, strutture di potere, tendono intrinsecamente all’autoconservazione. Non perché siano «cattive», non per una patologia specifica, ma per la dinamica stessa della chiusura operazionale: una volta che un pattern si stabilizza (una norma, un’istituzione, una gerarchia), tende a riprodurre le condizioni della propria persistenza. Il pattern seleziona ciò che lo conferma e respinge ciò che lo perturba. È il meccanismo fondamentale di ogni sistema che ha raggiunto una certa stabilità: la conservazione come attrattore.
Riconosciamo la struttura. È la Megamacchina di Pellicani riletta in chiave biocognitiva. Nella serie fondativa del blog, Pellicani ha mostrato che la condizione «normale» della storia umana è il potere totalizzante: il triplice monopolio della forza, della ricchezza e della legittimazione che si autoriproduce sopprimendo ogni alternativa. L’anomalia europea, la rottura di quel monopolio che ha generato il mercato, il diritto, la libertà, è l’eccezione, non la regola. Ora possiamo dire perché: la Megamacchina non è un’invenzione malvagia dei despoti, è la tendenza naturale di ogni struttura emergente alla chiusura operazionale. Il potere tende a riprodurre se stesso perché ogni sistema stabile tende a riprodurre se stesso. L’anomalia è il sistema che resiste a questa tendenza.
La libertà individuale è strutturalmente in controtendenza rispetto alla dinamica conservativa del sistema. L’individuo è biologicamente autonomo (autopoietico: si autogenera, si automantiene); ma può diventare socialmente eteronomo, il suo comportamento determinato dall’esterno, dalla struttura emergente che lo incorpora: autonomia (dal gr. αὐτός + νόμος, autós + nómos: darsi la propria legge) vs. eteronomia (dal gr. ἕτερος + νόμος, héteros + nómos: ricevere la legge da un altro). La democrazia liberale è il tentativo istituzionale di preservare l’autonomia dei componenti contro la pressione del sistema alla chiusura. La sua fragilità non è un difetto di progettazione: è la conseguenza strutturale del fatto che opera contro la gravità.
Domanda al lettore: Se la tendenza naturale dei sistemi è la chiusura, e la libertà è controtendenza, allora la democrazia non è il punto di arrivo della storia ma un’anomalia permanente che richiede manutenzione continua. Cambia qualcosa nella nostra comprensione delle crisi democratiche contemporanee, se le leggiamo come «ritorno alla norma» anziché come «rottura della norma»?
Autopoiesi (αὐτός + ποιεῖν): Sistema che produce se stesso. La rete di processi che produce i componenti che producono la rete. Introdotto da Maturana e Varela (1972) per definire ciò che distingue il vivente dal non-vivente.
Chiusura operazionale: Il sistema determina internamente i propri processi, pur essendo aperto allo scambio di materia ed energia con l’ambiente. Non è isolamento ma autodeterminazione dell’organizzazione.
Accoppiamento strutturale (structural coupling): Storia di interazioni ricorrenti tra sistemi autopoietici che modifica le strutture di entrambi senza che nessuno perda la propria organizzazione. Fonte di norme, istituzioni, strutture emergenti.
Autonomia / Eteronomia: Dal gr. autós + nómos (darsi la propria legge) vs. héteros + nómos (ricevere la legge da un altro). In Varela: l’individuo biologicamente autonomo può diventare socialmente eteronomo quando la struttura emergente del sistema ne determina il comportamento dall’esterno.
III. La distinzione fondamentale: autopoiesi rigida e autopoiesi adattiva
Se tutti i sistemi tendono alla chiusura, come è possibile che alcuni restino aperti? La risposta sta in una distinzione: la differenza tra due modalità di autoconservazione, due modi in cui un sistema può mantenere la propria identità nel tempo.
La prima modalità è l’autopoiesi rigida: la conservazione dell’identità per soppressione della variazione interna. Il sistema elimina il dissenso, la critica, l’innovazione non prevista. Ogni perturbazione è trattata come minaccia; ogni variazione è soppressa in nome dell’ordine. Nel breve periodo, il risultato è impressionante: il sistema appare stabile, ordinato, efficiente. Nel lungo periodo, è condannato. Avendo eliminato la variazione interna, non ha risorse per rispondere a perturbazioni impreviste. Quando l’ambiente cambia, e l’ambiente cambia sempre, il sistema non può adattarsi: può solo irrigidirsi ulteriormente o crollare. È la «bancarotta spartana» che Pellicani ha documentato nella serie fondativa: l’Unione Sovietica del 1989-91, sistema rigidissimo che crolla di schianto quando le perturbazioni superano la soglia della soppressione.
Riconosciamo in questa struttura i due Cesarismi dell’articolo precedente. Il Cesarismo sacrale di Dugin sopprime il dissenso in nome del sacro: il katechon non tollera falsificazione, perché mettere in discussione il sacro è aprire la porta all’Anticristo. Il Cesarismo algoritmico di Thiel sopprime il dissenso in nome dell’efficienza: l’algoritmo non tollera ambiguità, perché l’ambiguità è un bug da eliminare. In entrambi i casi, il sistema è a rigore allopoietico (dal gr. ἄλλος, állos, altro + ποιεῖν, poieîn, fare: un sistema il cui scopo è determinato dall’esterno) mascherato da autopoietico: il suo scopo non emerge dall’interazione dei componenti ma è imposto dal centro di comando, lo zar-katechon o il CEO-algoritmo.
La seconda modalità è l’autopoiesi adattiva: la conservazione dell’identità attraverso la variazione interna. Il sistema non sopprime il dissenso: lo integra come risorsa. La critica non è una minaccia ma un meccanismo di autoregolazione; la variazione non è un errore ma la materia prima dell’adattamento. Il sistema è fragile nel breve periodo, il dibattito è lento, il pluralismo è caotico, la decisione è faticosa, il conflitto è sempre in agguato, ma è resiliente nel lungo periodo, perché mantiene intatta la capacità di rispondere a perturbazioni impreviste. La variazione interna è la sua riserva di adattamento.
La democrazia liberale è un sistema ad autopoiesi adattiva. Si conserva perché accetta di trasformarsi. I suoi dispositivi, separazione dei poteri, diritti individuali, procedure deliberative, revisibilità di ogni decisione, alternanza al governo, non sono ornamenti: sono i meccanismi che impediscono al sistema di irrigidirsi. Ciascuno di essi è un dispositivo di mantenimento della variazione interna: la separazione dei poteri frammenta la sovranità per impedire che un centro unico sopprima le alternative; i diritti individuali preservano l’autonomia dei componenti contro la pressione del sistema; il fallibilismo istituzionalizzato popperiano traduce il principio di falsificazione in procedura politica.
Questa distinzione fornisce anche l’argomento definitivo contro Spengler, e lo fonda sul piano che Spengler pretendeva di abitare: la biologia. Le civiltà non «muoiono» per destino biologico. Muoiono quando la loro autopoiesi diventa troppo rigida per gestire la complessità ambientale. Il «tramonto» è il destino dei sistemi chiusi, non dei sistemi aperti. Spengler, che usava il vocabolario della vita per descrivere la logica della macchina, si sbagliava proprio sul piano biologico: la vita non funziona come lui credeva. Gli organismi viventi non seguono traiettorie rigide e predeterminate: si adattano, variano, apprendono. Un organismo che non apprende non è un organismo: è un meccanismo ad orologeria con un programma prestabilito; una civiltà che si irrigidisce non sta compiendo il proprio destino: sta rinunciando alla propria vitalità.
Una precisazione è doverosa. La distinzione autopoiesi rigida/adattiva come la presentiamo qui è una rilettura analogica che questo blog costruisce a partire dal framework di Varela e Maturana, non una tassonomia esplicitamente formulata nei loro testi. Varela distingue autonomia ed eteronomia, sistema autopoietico e allopoietico, chiusura operazionale e accoppiamento strutturale; noi estendiamo questi strumenti al piano politico-istituzionale per mostrare che la democrazia e l’autocrazia incarnano due modalità distinte di organizzazione sistemica. L’operazione è consapevole e dichiarata: non attribuiamo a Varela ciò che è nostro, ma fondiamo il nostro argomento nella grammatica dei suoi concetti.
Autopoiesi rigida: Formulazione dell’autore. Conservazione dell’identità per soppressione della variazione interna. Efficiente nel breve periodo, fragile nel lungo. Struttura dei Cesarismi analizzati nell’Art. 2. Sistema allopoietico mascherato da autopoietico.
Autopoiesi adattiva: Formulazione dell’autore. Conservazione dell’identità attraverso la variazione interna. Fragile nel breve periodo, resiliente nel lungo. Struttura della democrazia liberale. Sistema autenticamente autopoietico.
IV. La verità come pratica incarnata: oltre il dilemma metafisica-relativismo
Il framework autopoietico spiega perché i sistemi tendono alla chiusura e come la democrazia resiste a questa tendenza. Ma lascia aperta una questione epistemologica che attraversa il corpus di questo blog e che richiede, per la coerenza dell’intera architettura, un affondo specifico.
La questione, nella sua forma più nuda, è questa: su quale fondamento poggia l’imperativo di non partecipare alla menzogna? Su quale terreno si fonda il coraggio della parrhēsía , il dire la verità a rischio della propria incolumità, che in più articoli di questo blog abbiamo posto come condizione irrinunciabile della società aperta?
Due risposte tradizionali si fronteggiano, ed entrambe, prese da sole, sono insufficienti. La prima è la concezione metafisica della verità: la verità come forza oggettiva che preesiste al soggetto, un ordine del reale che l’individuo è chiamato a servire. In questo quadro, la menzogna è una violazione ontologica, un tradimento dell’ordine delle cose, e il dovere di verità è assoluto. La resistenza morale ha un punto archimedeo incrollabile: la Verità con la maiuscola. Ma questo fondamento, per la sua stessa struttura, condivide la forma logica della chiusura dogmatica: chi possiede la Verità ha ragione, chi la nega ha torto, e nessuna revisione è ammessa. In mani meno nobili di quelle che la invocano in buona fede, questa postura produce esattamente il tipo di chiusura che la democrazia combatte. Non a caso, il Cesarismo sacrale si presenta come custode della Verità eterna della Tradizione.
La seconda è il fallibilismo radicale: la verità come approssimazione sempre rivedibile, ipotesi sottoposta a test permanente, congettura che attende la propria confutazione. È la posizione epistemologica che questo blog assume come fondativa, da Popper in poi. Ma portata alle sue conseguenze estreme, rischia di dissolvere il fondamento stesso della resistenza morale. Se ogni verità è provvisoria e falsificabile, su cosa si fonda il dovere di rischiare la propria incolumità per testimoniarla? L’investigatore che muore per le sue congetture provvisorie non è un eroe: è un incauto. Il fallibilismo senza presa sul reale degenera in un relativismo che non distingue più la testimonianza dalla menzogna, sono semplicemente due ipotesi in competizione.
L’enattivismo di Varela offre una terza via. La verità non è né un dato metafisico che preesiste al soggetto, né una mera approssimazione linguistica sempre rivedibile, ma una pratica incarnata, un accoppiamento strutturale organismo-ambiente che ha vincoli reali. L’organismo autopoietico non «reappresenta» il mondo come uno specchio né lo «costruisce» come un’invenzione arbitraria: lo enagisce (dal lat. in + agere: fare dentro, portare alla luce attraverso l’azione), lo porta alla luce attraverso la propria attività sensomotoria. La conoscenza non è copia del reale (realismo ingenuo) né costruzione arbitraria (costruttivismo radicale): è un allineamento organismo-ambiente che ha la solidità dei vincoli biologici senza la rigidità dei fondamenti trascendenti.
L’ambiente oppone resistenza. Non puoi «enagire» qualsiasi mondo: i vincoli materiali sono reali, le conseguenze delle azioni sono reali, l’accoppiamento strutturale ha una grana che non dipende dalla volontà dell’osservatore. Questa resistenza è ciò che distingue la conoscenza adeguata dall’illusione, senza bisogno di un fondamento trascendente. La menzogna, in questo quadro, non è la violazione di un ordine metafisico né semplicemente un’ipotesi falsificata: è una rottura dell’accoppiamento strutturale, un disallineamento tra l’organismo (o la comunità epistemica: la società) e il suo ambiente che compromette la viabilità del sistema.
Le conseguenze per la questione morale sono tre, e ciascuna risolve un aspetto del dilemma.
Prima: la verità mantiene una solidità che non è meramente convenzionale. L’accoppiamento strutturale ha vincoli materiali: chi mente sistematicamente non sta semplicemente «avanzando un’ipotesi alternativa». Sta attivamente rompendo l’accoppiamento tra la comunità epistemica e il reale, sta rendendo il sistema cieco alla propria condizione. Questo è un danno oggettivo, misurabile in termini di viabilità del sistema, senza bisogno di invocare la Verità maiuscola.
Seconda: la verità resta strutturalmente fallibilista. L’accoppiamento strutturale non è mai perfetto, non è mai definitivo, è sempre soggetto a perturbazione e riaggiustamento. Nessuno possiede la verità, ma non tutte le posizioni sono equivalenti. Alcune mantengono l’accoppiamento, altre lo rompono. Il criterio non è assoluto: è un criterio di viabilità, non di corrispondenza con un ordine metafisico.
Terza: la resistenza morale trova un fondamento che non è né dogmatico né liquido. La parrhēsía è necessaria non per servire un ordine trascendente, ma perché i sistemi che si mentono su se stessi perdono la capacità di adattarsi e collassano. È la versione epistemologica individuale della bancarotta dell’autopoiesi rigida: un sistema che sopprime il feedback veritiero, che elimina la critica, che perseguita il testimone, che premia la menzogna, è un sistema che si è reso cieco a se stesso, e che perciò è condannato al collasso. La verità non è un lusso morale: è una condizione di viabilità del sistema.
Dichiariamo con onestà metodologica che questa è un’operazione analogica. L’enattivismo non è nato per risolvere il dilemma tra metafisica della verità e relativismo; lo applichiamo consapevolmente come strumento di mediazione. L’analogia è feconda , fornisce un fondamento robusto e non dogmatico alla resistenza morale , ma non va scambiata per deduzione necessaria.
Domanda al lettore: Se la menzogna sistematica non è un’«opinione alternativa» ma una rottura dell’accoppiamento tra la società e il reale, la tolleranza liberale verso il dissenso ha un limite strutturale? Dove finisce il pluralismo delle opinioni e inizia la distruzione deliberata della capacità collettiva di conoscere?
Enagire (enaction): Dal lat. in + agere (fare dentro, portare alla luce attraverso l’azione). Concetto centrale di Varela, Thompson e Rosch (The Embodied Mind, 1991): la conoscenza non come rappresentazione di un mondo preesistente ma come azione incarnata che porta alla luce un mondo di significato nell’interazione organismo-ambiente.
Viabilità: Criterio enattivista di validità della conoscenza: non «corrispondenza con il reale» (realismo) né «coerenza interna» (costruttivismo) ma mantenimento dell’accoppiamento strutturale organismo-ambiente. Una conoscenza è «viabile» se consente al sistema di conservare la propria autopoiesi.
V. Il sacro come saggezza cibernetica: mito-prigione e mito-navigazione
La ragione complessa spiega come pensare la complessità. L’autopoiesi spiega perché i sistemi tendono alla chiusura e come alcuni resistono. L’enattivismo fonda la verità senza dogmatismo. Ma resta un vuoto che nessuno di questi framework, da solo, colma: il vuoto del senso. La ragione strumentale ha divorato lo spazio del significato: è l’Entzauberung weberiano, il disincanto che svuota il mondo di forze magiche ma anche di orientamento; è la «morte di Dio» nietzschiana, il crollo dei fondamenti trascendenti che lascia un vuoto vertiginoso. Le metamorfosi reazionarie tentano di riempire quel vuoto con miti chiusi: il destino biologico (Spengler), il sacro imperiale (Dugin), la tecnica divinizzata (Thiel). Ma esiste una terza possibilità: un rapporto con il mito che non sia né dogmatico né nichilista?
Gregory Bateson (1904-1980), antropologo, biologo, cibernetico, inclassificabile per disciplina come lo sono i pensatori che attraversano le frontiere, offre la chiave. In Steps to an Ecology of Mind (1972) e in Mind and Nature (1979), Bateson identifica il pericolo supremo della modernità non nella ragione in sé, ma nel conscious purpose (lo «scopo cosciente») non corretto dalla saggezza sistemica. Il conscious purpose è la capacità della mente cosciente di selezionare gli archi più brevi dei circuiti causali: isolare una variabile, perseguire un obiettivo, ottimizzare un parametro. È la ragione strumentale nella sua forma più pura: potentissima per raggiungere obiettivi specifici, cieca rispetto alle conseguenze di lungo periodo e ai circuiti di feedback che connettono l’azione alle sue ricadute sull’intero sistema.
Il conscious purpose che non incontra limiti diventa autodistruttivo: ottimizza una variabile ignorando le altre, e il sistema nel suo complesso degenera. È la descrizione batesoniana esatta di ciò che il quartetto diagnostico ha registrato con il proprio vocabolario: l’efficienza senza senso (Weber), la cultura oggettiva che schiaccia la soggettiva (Simmel), la razionalità che dissolve i propri fondamenti (Nietzsche), la Zivilisation che uccide la Kultur (Spengler). In ciascun caso, il conscious purpose ha colonizzato lo spazio del senso.
Per Bateson, ciò che corregge il conscious purpose è il «sacro», ma non il sacro delle religioni rivelate, né il sacro dei tradizionalisti perennialisti. Il sacro batesoniano è una necessità cibernetica: è ciò che trasmette la saggezza dei circuiti lunghi, la consapevolezza che l’individuo è parte di un sistema più vasto, che l’azione locale ha conseguenze globali, che l’ottimizzazione di un parametro a scapito del sistema è autodistruzione. Il rito, il mito, la narrazione profonda non sono superstizioni da eliminare: sono i veicoli attraverso cui il sistema trasmette a se stesso una conoscenza che la ragione strumentale, con la sua focalizzazione sugli archi brevi, non può catturare.
Da qui la distinzione che proponiamo tra due funzioni radicalmente diverse del mito.
Il mito-prigione è il mito chiuso: il Sangue e il Destino di Spengler, l’Impero sacrale di Dugin, l’Algoritmo onnisciente di Thiel. La sua funzione è sopprimere la complessità imponendo una narrazione totalizzante che non ammette revisione. Il mito-prigione nega le conquiste della ragione: impone una risposta definitiva là dove la complessità richiederebbe un’interrogazione permanente. È l’autopoiesi rigida trasposta sul piano simbolico: il sistema conserva il proprio senso sopprimendo ogni senso alternativo.
Il mito-navigazione è il mito aperto: una narrazione profonda che offre orientamento senza pretendere dogmaticità. Il mito-navigazione sa di essere una mappa, non il territorio; sa di essere provvisorio, rivedibile, soggetto ad apprendimento. Non fornisce risposte definitive ma coordinate per la navigazione: un orizzonte di senso che permette all’individuo di abitare la complessità senza esserne schiacciato. È l’autopoiesi adattiva trasposta sul piano simbolico: il sistema conserva il senso attraverso la revisione, non contro di essa.
La foresta non è una macchina (Thiel) né un tempio (Dugin). È un sistema vivente che si mantiene attraverso la variazione, dove ogni albero è autonomo ma accoppiato strutturalmente agli altri attraverso le reti micorriziche sotterranee, dove l’ordine emerge senza centro di comando, dove la complessità non è soppressa ma abitata. La foresta non ha un programma prestabilito: ha un processo. Non ha un architetto: ha un’ecologia. Non ha un destino: ha una storia di adattamenti, perturbazioni, risposte, trasformazioni che la mantengono viva precisamente perché non la irrigidiscono.
La foresta è il paradigma vivente del mito-navigazione: un sistema che ha senso, un ordine, una direzione, una logica interna, senza che quel senso sia imposto da un centro né cristallizzato in un dogma. La foresta è la ragione complessa incarnata: causalità circolare, emergenza, osservatore implicato, pensiero dialogico. Nella serie «Anatomia di una Libertà Fragile» abbiamo proposto il passaggio dalla metafora della macchina a quella dell’ecosistema come chiave per comprendere la democrazia. Qui quel passaggio trova il suo fondamento biologico: la democrazia non è un meccanismo ad orologeria ma una foresta, un sistema vivente che prospera nella variazione e muore nell’uniformità.
Conscious purpose: In Bateson: la capacità della mente cosciente di selezionare gli archi più brevi dei circuiti causali, ignorando i feedback di lungo periodo e le connessioni sistemiche. Potente per raggiungere obiettivi specifici, autodistruttivo quando non è corretto dalla saggezza sistemica. Corrisponde funzionalmente alla Zweckrationaliät weberiana.
Mito-prigione: Formulazione dell’autore. Narrazione chiusa, totalizzante, che non ammette revisione. Funzione: sopprimere la complessità imponendo un senso unico. Autopoiesi rigida trasposta sul piano simbolico. Paradigma: il Schicksal spengleriano, il katechon duginiano.
Mito-navigazione: Formulazione dell’autore. Narrazione aperta che offre orientamento senza dogmaticità. Consapevole della propria provvisorietà, offre una mappa (non il territorio) per navigare la complessità. Autopoiesi adattiva trasposta sul piano simbolico. Paradigma: il sacro batesoniano come necessità cibernetica.
VI. Dalla biologia alle istituzioni: la domanda che resta aperta
Riepiloghiamo il cammino percorso. La ragione complessa (Morin) ha fornito il vocabolario: causalità circolare, emergenza, osservatore implicato, pensiero dialogico. L’autopoiesi (Varela/Maturana) ha fornito il fondamento biologico: la chiusura operazionale spiega la tendenza dei sistemi alla conservazione, e la Megamacchina di Pellicani è stata riletta come espressione politica di una dinamica che opera già a livello dei sistemi viventi. La distinzione autopoiesi rigida/adattiva ha tradotto il framework in categorie politiche: l’autocrazia come sistema che si conserva sopprimendo la variazione (efficiente nel breve periodo, condannato nel lungo), la democrazia come sistema che si conserva attraverso la variazione (fragile nel breve periodo, resiliente nel lungo). L’enattivismo ha risolto il dilemma epistemologico della verità: né metafisica né relativismo, ma pratica incarnata, accoppiamento strutturale con vincoli reali. Bateson ha risolto il problema del senso: il sacro come necessità cibernetica, il mito-navigazione come alternativa al mito-prigione.
La foresta, non la macchina e non il tempio, è il paradigma. Un sistema vivente che si mantiene attraverso la variazione, che ha senso senza dogma, che ha ordine senza centro di comando. La democrazia liberale, nella lettura che proponiamo, non è un meccanismo perfetto né un ideale astratto: è una foresta istituzionale, un sistema vivente che prospera nella variazione e muore nell’uniformità.
Ma un passaggio resta da compiere. Questo articolo ha fornito il fondamento biologico-cognitivo; il prossimo deve operare la traduzione istituzionale definitiva. Se l’autopoiesi adattiva è la forma vivente della libertà, quale architettura istituzionale la incarna? La convergenza tra il cosmos hayekiano (l’ordine spontaneo che emerge dall’interazione senza centro di comando), l’autopoiesi vareliana (il sistema che si conserva attraverso la variazione), la nomocrazia pellicianiana (il potere sottoposto alla legge), e il fallibilismo popperiano (la democrazia come istituzionalizzazione del dubbio) è una convergenza reale o una somiglianza superficiale? Se è reale, abbiamo quattro formulazioni indipendenti dello stesso insight: e quell’insight è che l’ordine che emerge dall’interazione senza centro di comando è più robusto dell’ordine imposto, ma più fragile nel breve periodo, il che richiede il coraggio che l’Ultimo Uomo non ha.
Contro Dugin, che vuole il mito chiuso dell’impero. Contro Thiel, che vuole l’algoritmo chiuso della sorveglianza. La democrazia è il sistema aperto che accetta la propria fragilità come condizione di forza. Ma dimostrare questa tesi, non solo enunciarla ma fondarla nella convergenza di quattro tradizioni indipendenti, è il compito dell’ultimo articolo.
Domanda al lettore: Se la democrazia è una foresta e non una macchina, il modo in cui la difendiamo deve cambiare? Proteggiamo una macchina riparandone i pezzi; proteggiamo una foresta preservandone la biodiversità, la variazione, la capacità di adattamento. Che significa, concretamente, «preservare la biodiversità» di una democrazia?
Fonti e autori
Il paradigma autopoietico
Humberto Maturana, Francisco Varela, Autopoiesis and Cognition: The Realization of the Living (1980). Il testo fondativo: definizione di autopoiesi, chiusura operazionale, distinzione vivente/non-vivente. Humberto Maturana, Francisco Varela, The Tree of Knowledge: The Biological Roots of Human Understanding (1987). Versione accessibile della teoria, con estensione al linguaggio e alla cognizione sociale.
L’enattivismo
Francisco Varela, Evan Thompson, Eleanor Rosch, The Embodied Mind: Cognitive Science and Human Experience (1991). Il manifesto dell’enattivismo: la cognizione come azione incarnata, la via di mezzo tra realismo e costruttivismo, il ponte tra fenomenologia e scienze cognitive.
La ragione complessa
Edgar Morin, Introduction à la pensée complexe (1990). Sintesi accessibile. La Méthode, 6 voll. (1977-2004). L’opera sistematica: dalla natura della natura alla natura delle idee, passando per la vita della vita e la conoscenza della conoscenza. Fondamento della ragione complessa come ampliamento, non rifiuto, del rigore scientifico.
Il sacro come saggezza cibernetica
Gregory Bateson, Steps to an Ecology of Mind (1972). Raccolta di saggi fondativi: il conscious purpose, la patologia epistemologica della modernità, il sacro come necessità cibernetica. Mind and Nature: A Necessary Unity (1979). L’unità del vivente e del conoscente: la mente come processo immanente al sistema vivente, non sostanza separata.
Il marcatore somatico
Antonio Damasio, Descartes’ Error: Emotion, Reason, and the Human Brain (1994). La critica biocognitiva alla ragione disincarnata , già tematizzata nella serie «Anatomia di una Libertà Fragile» e nell’articolo sul marcatore somatico e la democrazia. Qui come ponte tra il framework cartesiano dell’Articolo 1 e il framework enattivista di questo articolo.
Il framework del blog
Luciano Pellicani, Il potere, la libertà e l’eguaglianza (Rubbettino, 2019). Megamacchina, anomalia europea, nomocrazia, il vocabolario fondativo. Karl Popper, The Open Society and Its Enemies (1945). Il fallibilismo istituzionalizzato come presupposto epistemologico della democrazia. Friedrich Hayek, Law, Legislation and Liberty, 3 voll. (1973-79). La distinzione cosmos/taxis: ordine spontaneo vs. ordine costruito. Hannah Arendt, Vita activa (1958). L’azione come natalità: la capacità umana di iniziare qualcosa di nuovo.
Rinvii agli articoli di Pharos Outlook
Serie «Il potere, la libertà e l’eguaglianza» (7 articoli, aprile-maggio 2025): la Megamacchina, l’anomalia europea, la dialettica Atene/Sparta, la nomocrazia, la bancarotta del modello spartano. Serie «Anatomia di una Libertà Fragile» (4 articoli, settembre-ottobre 2025): la finzione operativa, l’ecosistema politico, il fallibilismo istituzionalizzato, il capability approach, lo Stato-giardiniere. «La ferita della ragione» (febbraio 2026): Articolo 1 della presente serie. «Il bivio: Spengler contro Hazard, e le due facce dell’Ultimo Uomo» (febbraio 2026): Articolo 2 della presente serie.

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