Tom Nichols e l’equipollenza epistemica: la morte degli esperti come patologia democratica

Il titolo originale del libro non lascia margini al lettore: The Death of Expertise. Quando Tom Nichols nel 2017 lo pubblica per Oxford University Press, e l’edizione italiana di Luiss University Press lo intitolerà La conoscenza e i suoi nemici nella traduzione di Sara Caraffini, la formula necrologica scelta dall’autore nomina un fenomeno che la sua stessa pacatezza espositiva ha difficoltà a contenere: la dissoluzione dell’autorità del sapere nel pulviscolo dell’opinione. La diagnosi è esatta nei sintomi, parziale nella genealogia.

Ciò che Nichols chiama «morte degli esperti» non è un incidente di percorso della modernità tecnologica né l’effetto secondario delle reti sociali; è il portato maturo di un equivoco filosofico più antico, costitutivo della cultura democratica moderna, che soltanto questa stagione storica porta agli estremi: la confusione fra eguaglianza politica ed eguaglianza epistemica.

Questo articolo, in superficie, recensisce il saggio di Nichols. In profondità, lo legge come sintomo di una tensione strutturale che il libro nomina senza scavarla. La democrazia moderna ha eretto la pari dignità del cittadino a fondamento del proprio ordine politico, e non poteva fare diversamente. Ma quel principio, lasciato da solo, scivola con naturalezza verso un suo travestimento corrosivo: la pari dignità di ogni asserzione, indipendentemente dalla competenza di chi la formula. Tocqueville lo intuiva nel 1840, nelle pagine sulla pressione del numero. Arendt lo rinominò nel 1967, dentro la distinzione fra verità di ragione e verità di fatto. Per Nichols, mezzo secolo dopo Arendt, la patologia è ormai abitudine quotidiana. Tre tempi, una stessa diagnosi che si aggrava.

Una repubblica di ignoranti felici: la diagnosi di Nichols

La forza del libro sta nel rifiuto di consolare il lettore. Tom Nichols, professore di Affari Nazionali al Naval War College e autore già noto per i suoi studi sulla dissuasione nucleare e sulla politica estera americana, abbandona qui il tono dello specialista per assumere quello del moralista civile. La sua argomentazione, asciutta e ripetitiva come una requisitoria, si tiene su una constatazione che il libro modula su otto capitoli e riformula in ognuno da un’angolatura nuova. La cultura democratica contemporanea, in particolare quella americana ma in misura crescente anche quella europea, ha sviluppato una forma di rancore antiintellettuale che non colpisce primariamente l’élite politica o economica: colpisce chi sa qualcosa.

L’oggetto del risentimento non è il potere; è la competenza. La differenza è dirimente. Si può contestare il potere di un’istituzione senza contestarne il sapere: gli oppositori di una politica sanitaria possono argomentare che essa danneggia le libertà individuali pur riconoscendo i dati epidemiologici su cui poggia. Quando invece la contestazione investe il sapere, la discussione si chiude prima di aprirsi. Il dato non è più premessa condivisa del dibattito, è diventato pretesa autoritaria di una parte contro l’altra. Nichols documenta con esattezza statistica e con casistica clinica come questa torsione, negli ultimi due decenni, abbia attraversato la medicina, l’economia, la storia, la pedagogia, e abbia colpito perfino le scienze esatte sotto la maschera di un sospetto generalizzato verso «chi non si fa sentire dalla gente comune».

A sostenere strutturalmente l’edificio del libro c’è uno studio di psicologia cognitiva che Nichols cita senza ostentazione e ripropone in più punti come spina dorsale della propria argomentazione: l’effetto Dunning-Kruger, descritto nel 1999 da Justin Kruger e David Dunning sul Journal of Personality and Social Psychology. L’esperimento, condotto su gruppi di studenti universitari, mostrò che le competenze di base in un dominio servono non solo a eseguire bene un compito, ma anche a riconoscere quando lo si sta eseguendo male. Senza quelle competenze, l’incompetente non solo sbaglia: non dispone degli strumenti metacognitivi necessari per accorgersi di sbagliare. Il deficit è strutturale, non psicologico, e per questo radicalmente difficile da emendare: l’ignoranza coincide con la propria autocertificazione di adeguatezza.

L’effetto, replicato in oltre venticinque anni di studi successivi e ormai uno dei reperti più solidi della metacognizione contemporanea, ha conseguenze politiche di portata che Kruger e Dunning non avevano in mente. In una società ad alta divisione del lavoro cognitivo, dove ogni cittadino dipende per la propria sopravvivenza quotidiana da migliaia di competenze che non possiede, il deficit metacognitivo del non specialista non è più un fatto privato: è la condizione di base dell’opinione pubblica. Se a quel deficit si somma un dispositivo culturale che traveste l’ignoranza in dignità democratica, la combinazione è tossica.

Nichols nomina con precisione i moltiplicatori contemporanei del fenomeno. Il sistema universitario americano, in primo luogo, ha trasformato lo studente in cliente e il professore in fornitore: la valutazione didattica come mercato delle preferenze del discente svuota il legame asimmetrico fra chi insegna e chi impara, e produce una generazione che esce dall’università con la convinzione di essere stata informata invece che educata. L’industria dei media accompagna il fenomeno per via complementare. La moltiplicazione dei canali e la concorrenza per l’attenzione hanno fatto della ricerca della notizia non più un esercizio di verifica, ma una caccia al consumatore già polarizzato in cerca di conferme. La rete sociale, ultimo arrivato e più potente moltiplicatore, fa di ogni utente simultaneamente lettore, autore e distributore. La dignità formale dell’asserzione, un post che vale come un altro post, una condivisione che vale come un’altra condivisione, viene scambiata per la sua dignità sostanziale, e con quel passaggio si perde la nozione stessa di gerarchia delle fonti.

Bisogna riconoscere a Nichols il merito di non sfociare nella semplice nostalgia. Il libro non sostiene mai che si stesse meglio quando le élite competenti decidevano per i cittadini ignari: la tesi sarebbe falsa oltre che retoricamente scivolosa. Sostiene una cosa più precisa. La decisione democratica suppone un cittadino capace di riconoscere i propri limiti cognitivi e di delegare con discernimento, non un cittadino che pretende di essere ipso facto competente nel solo atto del suo voto. Senza quella capacità di discernimento, la sovranità popolare si rovescia nella sua caricatura. Resta da capire perché questa capacità si sia rarefatta, e qui la diagnosi del libro tocca il proprio limite.

La genealogia rovesciata: l’eguaglianza politica e l’eguaglianza del sapere

La diagnosi di Nichols, esatta nei sintomi, soffre di una limitazione di prospettiva. L’autore tende a trattare il fenomeno come un guasto recente, americano, alimentato da specifici dispositivi tecnologici e da specifiche derive del sistema universitario. La descrizione è accurata; l’eziologia, no. Il fenomeno è più antico, è strutturalmente legato alla forma democratica moderna come tale, e Tocqueville ne aveva già scritto, nel 1840, pagine che non hanno perso un grammo di precisione.

Il secondo volume di De la démocratie en Amérique, pubblicato a otto anni di distanza dal primo, contiene un capitolo intitolato «De l’omnipotence de la majorité dans les États-Unis et de ses effets», in cui Tocqueville osserva un meccanismo che lo aveva colpito fin dalla sua prima ricognizione americana e che il tempo gli aveva consentito di teorizzare. Quando il principio di eguaglianza politica si insedia profondamente in un costume sociale, la maggioranza non si limita a esercitare il proprio diritto al governo: tende a estendere la propria autorità ben oltre i confini del politico, fino a investire l’opinione, il giudizio, perfino l’autoriconoscimento individuale di ciò che è ragionevole pensare. La conseguenza è un’inedita fragilità del giudizio singolare. Non è più necessario, scrive Tocqueville, che il potere imponga il silenzio: lo impone l’opinione di maggioranza con uno sguardo. Chi sa qualcosa che la maggioranza non sa apprende a non dirlo, non per paura della repressione, ma per quella forma più sottile di esclusione sociale che consiste nell’essere considerato anomalo.

La «tirannia della maggioranza» tocquevilliana non è la dittatura plebiscitaria, non è la legge del più forte travestita da democrazia. È qualcosa di più insidioso e di più strutturale: è la pressione costante con cui un costume egualitario, pur protettivo della libertà politica, erode la libertà del giudizio. Tocqueville osservava un fenomeno che le società democratiche del suo tempo cominciavano appena a conoscere; lo identificava come il prezzo che la democrazia paga per esistere, e ne traeva una conclusione di prudente conservazione: la democrazia ha bisogno di contrappesi non democratici per non auto-dissolversi. Le università, le accademie, gli ordini professionali, le associazioni religiose, tutto ciò che si sottrae alla pura logica del numero pur senza opporvisi, ha la funzione di proteggere il sapere come bene non maggioritario. Quando questi contrappesi cedono, l’eguaglianza politica scivola con naturalezza nella sua patologia.

Più di un secolo dopo, Hannah Arendt riprende la stessa intuizione da un’altra angolatura. Nel saggio «Verità e politica», apparso sul New Yorker nel 1967 e poi raccolto in Tra passato e futuro nella traduzione italiana di Tania Gargiulo per Garzanti, Arendt distingue con precisione due tipi di verità. La verità di ragione, oggetto della filosofia e della matematica, è fondata su catene deduttive che ognuno può ripercorrere in proprio. La verità di fatto, oggetto della storia e della testimonianza, dipende dalla memoria di chi era presente, dalla pluralità dei resoconti, dalla cura archivistica con cui le tracce vengono conservate. La verità di ragione resiste al consenso: due più due fa quattro indipendentemente da quanti voti riceva. La verità di fatto, invece, no. Cancellabile per via di silenzio, deformabile per via di propaganda, contestabile per via di sospetto generalizzato, vive soltanto fino a che esiste una comunità che la riconosce, e per questo è la più esposta alla pressione politica.

Il bersaglio arendtiano non è l’opinione in quanto tale: è la torsione per cui l’opinione, quando diventa sovrana anche nei territori in cui non lo dovrebbe essere, comincia a riscrivere i fatti. La pressione tocquevilliana del numero, applicata alla verità di fatto, produce non più la cautela del dissidente: produce la disponibilità collettiva a credere ciò che è comodo, dimenticare ciò che è scomodo, considerare prepotente chi insiste sul ricordo. Arendt aveva davanti agli occhi i regimi totalitari del Novecento, che avevano elevato la riscrittura sistematica del passato a tecnica di governo. Ma la sua diagnosi vale più ampiamente: ogni società in cui il consenso politico viene esteso al consenso fattuale ha dichiarato la propria fragilità rispetto a una cosa che non avrebbe mai dovuto essere votata.

C’è un termine, di lunga tradizione logico-scolastica, che condensa con esattezza la patologia descritta da Tocqueville e ridefinita da Arendt e di cui Nichols è il cronista contemporaneo. Aequipollens, nella logica medievale, qualifica due proposizioni che hanno lo stesso valore di verità indipendentemente dalla loro forma. La trasposizione al piano dell’epistemologia politica permette di nominare con precisione ciò che il discorso pubblico ha tendenza a praticare senza saperlo. La confusione che chiamerò equipollenza epistemica, l’illusione costitutiva della cultura democratica matura per cui ogni asserzione vale quanto qualunque altra a prescindere dalla competenza di chi la formula, è ciò che Tocqueville vedeva nascere, ciò che Arendt vedeva conquistare territori sempre più ampi del giudizio, ciò che Nichols vede ormai installato come abitudine quotidiana.

L’equipollenza epistemica si distingue, dirimentemente, dall’eguaglianza politica. La seconda è il principio normativo costitutivo della democrazia moderna, e nessuna critica sensata può proporsi di abolirla: ogni cittadino ha pari dignità giuridica e pari titolo alla deliberazione politica, perché senza questo principio non c’è democrazia ma una sua imitazione censitaria. La prima è una patologia che si insinua nella seconda quando la pari dignità del cittadino come elettore viene scambiata per la pari dignità della sua opinione su qualsiasi materia. È una sostituzione silenziosa di dominio. Il principio del «un cittadino, un voto» si traveste in «un’opinione, un’asserzione», e con questo sequestro semantico la verità di fatto cessa di essere riconoscibile.

Si può accettare il proprio non sapere senza convertirlo in irrilevanza politica?

Il paradosso della competenza in democrazia

La domanda che chiude il movimento precedente non ha una risposta ovvia, e il libro di Nichols, dopo trecento pagine di analisi documentata, sembra arrendersi davanti a essa. La conclusione del saggio si rifugia in un appello morale: bisogna recuperare l’umiltà cognitiva, riabituarsi a riconoscere i propri limiti, restituire dignità al sapere specialistico, ricostruire il legame fiduciario fra cittadino ed esperto. La diagnosi è esatta; la cura prescritta è insufficiente. Non perché sia sbagliata, ma perché tratta come questione individuale di carattere ciò che è una tensione strutturale della forma democratica, e nessuna disposizione virtuosa del singolo, per quanto diffusa, basta a risolvere ciò che si genera al livello dell’organizzazione politica complessiva.

Il paradosso strutturale può essere formulato in termini netti. Una democrazia matura non può abolire l’asimmetria epistemica fra il cittadino e lo specialista: è un fatto della società ad alta divisione del lavoro cognitivo, e ogni tentativo di sopprimerla dovrebbe contrarre la complessità tecnico-scientifica della società stessa, cosa che nessuna società moderna è disposta a fare. Ma non può neppure convertire quell’asimmetria in oligarchia degli esperti, in governo dei competenti che decide per i cittadini ignari: questa soluzione sarebbe la fine della democrazia. La forma democratica deve abitare l’asimmetria epistemica in tensione, senza abolirla e senza convertirla in struttura politica. È un equilibrio difficile, e la sua difficoltà non si risolve con appelli all’umiltà.

Karl Popper ha offerto il principio che permette di pensare quell’equilibrio senza dissolverlo nell’una o nell’altra delle due tentazioni, e lo ha fatto in pagine che la cultura politica contemporanea ha citato spesso e capito di rado. La competenza scientifica, sostiene Popper, è autorevole non perché infallibile, ma perché esposta alla confutazione. La verità che la scienza propone è una verità rivedibile, in cui ogni asserzione tiene il campo finché non viene falsificata, e il sapere progredisce per via di confutazione di tesi precedenti. Ciò che il cittadino democratico deve allo specialista non è obbedienza, perché lo specialista non è infallibile; è la fiducia nel suo metodo, che consiste appunto nell’esporsi sistematicamente al rischio della confutazione. L’autorità del sapere, in democrazia, è autorità del fallibilismo praticato.

Questa ridefinizione cambia tutto. Il cittadino democratico non è chiamato a credere ciò che dice lo specialista perché lo specialista lo dice; è chiamato a riconoscere il sapere specialistico in quanto si sottopone alla disciplina della falsificabilità, e a diffidarne quando quella disciplina viene meno. La fiducia non è obbedienza; è discernimento. E il discernimento richiede una cultura pubblica capace di valutare, in proporzione alla complessità tecnica delle decisioni in gioco, non già il contenuto delle tesi specialistiche, ma la qualità del metodo con cui sono prodotte. È un compito faticoso, e le società democratiche lo svolgono male: ma è il compito che la forma democratica esige da sé per non auto-dissolversi.

Su questo asse Nichols non spinge abbastanza. La sua difesa dell’esperto resta, di fatto, una difesa dell’autorità sostanziale del sapere, dove l’epistemologia popperiana suggerirebbe una difesa dell’autorità procedurale del sapere fallibilista. La differenza non è accademica. La prima offre il fianco a una critica facile da parte degli antiintellettuali contemporanei: gli esperti hanno torto su questo, su quello, sull’altro, dunque non meritano fiducia. La seconda, più resistente, risponde che la fiducia nel sapere si fonda sul metodo, non sui risultati. Che gli esperti sbaglino è anzi parte del meccanismo per cui il sapere progredisce, e gli errori specifici di una scuola non distruggono l’autorità procedurale del fallibilismo.

Nichols, americano di formazione conservatrice classica, sembra avvertire questa difficoltà ma non la mette a tema. La sua argomentazione resta quella di un cittadino indignato che difende ciò che la sua educazione gli ha insegnato a rispettare: gli esperti, le università, i quotidiani di tradizione, i meccanismi istituzionali della verifica. È una difesa nobile, ma esposta alla replica antiintellettuale che il libro stesso documenta nelle prime pagine. Una difesa più solida richiederebbe di abbandonare l’argomento dell’autorità sostanziale degli esperti per assumere quello, più sottile e più conforme alla forma democratica, dell’autorità procedurale del fallibilismo. È la mossa che il libro non compie, e la sua assenza è il punto in cui la diagnosi, esatta nei sintomi, lascia il lettore senza terapia.

C’è un’altra dimensione che il libro, per scelta di campo, lascia in ombra. La diagnosi vede negli specialisti i bersagli del rancore antiintellettuale e nei cittadini i suoi soggetti attivi, ma omette di considerare che, in una società ad alta complessità tecnico-economica, gli specialisti stessi non sono un blocco unitario. Esistono asimmetrie all’interno del sapere specialistico, gerarchie che riflettono potere e finanziamento più che merito conoscitivo, conflitti di interesse che il pubblico percepisce confusamente ma percepisce. Una parte non trascurabile del rancore documentato dal libro si nutre proprio di queste asimmetrie interne al campo del sapere, e il libro lo trascura. Il risultato è che la difesa nicholsiana dell’expertise rischia di apparire ingenua davanti a chi sa leggere le coordinate sociologiche del sapere stesso. Non è ingenua del tutto, perché il rancore antiintellettuale colpisce molto più ampiamente del bersaglio sociologicamente legittimo. Ma è insufficientemente articolata.

Ciò che resta del libro, dopo aver svolto questa critica, è la qualità della sua descrizione. Nichols ha visto bene un fenomeno che le democrazie contemporanee tendono a non vedere. Ha avuto il coraggio di chiamarlo con un nome impopolare, e ha resistito alla tentazione di consolare il proprio lettore. Per queste ragioni il libro merita di essere letto, anche da chi alla fine prenderà le distanze dalla sua proposta finale. La diagnosi sopravvive alla cura, e questo è già molto.

Resta il punto strutturale, quello che il libro non porta fino in fondo. La democrazia matura vive del rispetto della distinzione fra eguaglianza politica ed equipollenza epistemica. La prima è un principio normativo costitutivo, irrinunciabile, fondatore. La seconda è una patologia che si insinua silenziosamente nella prima, scambiando la pari dignità del cittadino come elettore per la pari dignità della sua opinione su qualsiasi materia. Lasciar credere che il primo principio implichi il secondo non è democrazia in piena salute: è democrazia che si suicida tributandosi onori. Distinguere i due piani non è un programma politico, e nessuna campagna elettorale lo proporrà mai; è il presupposto perché qualsiasi programma politico abbia ancora luogo di esistere.

Apparato cronologico-glossariale
Data Lemma o opera Significato operativo
1840 De la démocratie en Amérique, vol. II (Tocqueville) L’onnipotenza della maggioranza come dispositivo di soffocamento del giudizio singolare; la «tirannia della maggioranza» come patologia immanente alla forma democratica.
1967 «Verità e politica» (Arendt, The New Yorker; poi in Tra passato e futuro, Garzanti, trad. T. Gargiulo) Distinzione fra verità di ragione e verità di fatto; quest’ultima come bene fragile, esposto alla pressione politica del consenso.
1999 Effetto Dunning-Kruger (J. Kruger, D. Dunning, «Unskilled and Unaware of It», Journal of Personality and Social Psychology, 77/6) Il deficit metacognitivo dell’incompetente, che gli impedisce di riconoscere la propria incompetenza.
2017 La conoscenza e i suoi nemici (T. Nichols, Luiss University Press, trad. S. Caraffini; ed. orig. The Death of Expertise, Oxford University Press) La diagnosi contemporanea del rifiuto antiintellettuale dell’esperto e la sua matrice democratico-narcisistica.
Lat. mediev. Equipollenza epistemica (dal lat. aequipollens: aequus, eguale; pollere, valere) Coniazione propria. L’illusione, costitutiva della democrazia matura, per cui ogni opinione vale come ogni altra a prescindere dalla competenza di chi la formula.
Categoria Asimmetria epistemica La differenza strutturale, in società ad alta divisione del lavoro cognitivo, fra il cittadino e lo specialista; non si risolve abolendola.


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