Il primo capitolo del volume di Pellicani aveva posto la domanda della nascita dello Stato: come, da società egualitarie e senza surplus, emerga per la prima volta la scissione fra un «piccolo numero» che comanda e un «grande numero» che obbedisce. Il secondo capitolo si sposta dal quando al come: se lo Stato è nato, come funziona? In che cosa consiste, meccanicamente e simbolicamente, la nuova forma di vita collettiva che sostituisce la tribù? Qui Pellicani compie una mossa che dà il nome al capitolo e al concetto: la prende, Lewis Mumford, e la rilancia contro Hegel.
Mumford, nel suo Mito della macchina (1967-70), aveva proposto di chiamare «Megamacchina» l’organismo socio-tecnico delle prime civiltà arcaiche. Non una metafora: un dispositivo reale, composto da esseri umani trattati come ingranaggi, coordinati da un’élite che monopolizza violenza, sapere amministrativo e sacro. Pellicani adotta il concetto e lo carica di un’urgenza polemica: la nascita dello Stato, così intesa, è una «catastrofe morale, non già, come pretendeva Hegel, “l’ingresso di Dio nel mondo”» (Pellicani 2019: 17). L’inciso è decisivo. L’intera tradizione idealistica che pensava la civiltà come progresso dello Spirito viene rovesciata: la civiltà, nel suo atto fondativo, è «discesa dalla libertà alla schiavitù», come aveva scritto Nietzsche, «la schiavitù rientra nell’essenza della cultura».
Lo Stato è «l’ingresso di Dio nel mondo», come voleva Hegel, o una catastrofe morale?
L’organismo e le sue sette costanti
La forza analitica della Megamacchina mumfordiana sta in una tesi genetica precisa: non si tratta di due congegni paralleli che si fondono, ma di una cascata. La macchina di guerra viene prima: è l’apparato di comando che mobilita il corpo sociale per la conquista. Solo dopo, e sviluppandosi da essa, nasce la macchina di lavoro: lo stesso dispositivo di comando applicato non più alla battaglia ma alla produzione di eccedenze. Mumford, citato da Pellicani (2019: 20), lo dice senza giri: «la macchina di guerra è stata il nucleo originario della macchina di lavoro, e questa, sviluppandosi, ha preso progressivamente le forme della Megamacchina». È questa sequenza, non una confluenza casuale, a spiegare perché il dominio coercitivo resti il nucleo pulsante anche delle civiltà all’apparenza più «produttive».
Mumford non si limita a diagnosticare il meccanismo: ne isola sette costanti strutturali che attraversano, invariabili nelle proporzioni, tutta la storia delle civiltà. Nelle sue parole, le principali caratteristiche delle civiltà sono «l’accentramento del potere politico, la separazione delle classi, la divisione a vita del lavoro, la meccanizzazione della produzione, l’esaltazione della forza militare, lo sfruttamento economico del debole e l’instaurazione della schiavitù e del lavoro forzato a fini industriali e militari» (Pellicani 2019: 20). La formula è densa e vale la pena lasciarla respirare. Non c’è storia della civiltà, in questa prospettiva, che non sia anche storia dello sfruttamento del debole. Ciò che i Greci avevano intuito chiamando queste formazioni δεσποτεία, regime del padrone (despótēs), e che la modernità avrebbe etichettato come «dispotismo orientale», è la figura politica che corrisponde a quelle sette costanti.
Il punto cruciale, che Pellicani mette in rilievo e che avvicina la diagnosi di Mumford a quella di Foucault, riguarda la forma del potere sovrano in questa configurazione. Non un governo limitato, non una giurisdizione: un dominio assoluto sulla vita biologica dei sudditi. Il despota orientale è il titolare del «diritto di far morire o di lasciar vivere» (Pellicani 2019: 21): Pellicani riprende una formula con cui Foucault, ne La volontà di sapere (1976), aveva qualificato il potere sovrano dell’Ancien Régime, e la applica per analogia alla configurazione dispotica arcaica. La coincidenza terminologica fra Mumford e Foucault segnala che due ere storiche diverse (il despotismo arcaico e la monarchia assoluta europea) condividono la stessa struttura logica del potere sovrano: il dominio assoluto sul vivere e sul morire. Adam Smith, che non aveva davanti l’archeologia ma la società civile del suo tempo, aveva già formulato con esattezza economica che cosa tutto questo significhi in concreto: «in una società di centomila famiglie, ve ne saranno forse cento che non lavorano affatto e che, tuttavia, o con la violenza o con la regolare oppressione della legge, assorbono una quantità di lavoro sociale superiore a quella di diecimila famiglie» (Pellicani 2019: 19). La Megamacchina è il nome antropologico di questa ingiustizia.
Quanto della megamacchina antica sopravvive nelle infrastrutture digitali contemporanee?
Verso l’anomalia europea
Se la Megamacchina è stata, e per millenni è rimasta, la forma normale delle civiltà complesse, si impone una domanda che sarà l’oggetto del prossimo capitolo: come è stato possibile, in una regione specifica del pianeta e in un arco di tempo delimitato, che qualcosa di radicalmente diverso emergesse? Pellicani (2019: 22) nomina il bivio in termini giuridico-medievali che riprende da Hayek: la distinzione fra gubernaculum (l’esercizio del potere) e iurisdictio (il controllo del potere). Nelle civiltà dispotiche le due funzioni coincidono nella persona del sovrano; nell’esperimento europeo si separano, e da quella separazione discende la possibilità del costituzionalismo, del rule of law, delle libertà moderne. L’anomalia europea è esattamente questa: un ordine politico in cui il potere non è solo esercitato, ma anche giuridicamente misurato.
Il capitolo 2 si chiude dunque con una tensione produttiva. Da un lato la diagnosi impietosa: la civiltà, come forma storica dominante, è stata dispotismo. Dall’altro una crepa, un’eccezione che la pars construens del volume dovrà spiegare. Se il potere megamacchinico era, per così dire, il default antropologico, l’Europa rappresenta una deviazione statisticamente implausibile rispetto a quel pattern. Come, dove e perché quella deviazione sia avvenuta è la domanda del terzo capitolo, che il prossimo articolo della serie affronterà.
Come si è riusciti, in Europa, a scalfire una logica che altrove ha dominato per millenni?
| Data | Lemma o opera | Significato operativo |
|---|---|---|
| Fr. mediev. | Corvée (lat. corrogare) | «Convocare insieme, chiamare a raccolta»: prestazione di lavoro obbligatorio imposta dal sovrano; carburante materiale della Megamacchina. |
| Gr. class. | Δεσποτεία (despoteía) | Regime del padrone, opposto da Aristotele (Pol. III) alla politeía: dominio assoluto sul suddito come sul servo domestico. Matrice greca dell’etichetta moderna «dispotismo orientale». |
| Gr. class. | αὐτοκέφαλος (autoképhalos) | «Auto-cefalo», che ha il capo in sé: sovranità integrale non subordinata ad autorità esterna. Nel greco patristico passa a designare le Chiese ortodosse autogovernate; ripreso da Pellicani per caratterizzare gli Stati arcaici. |
| Medioevo | Gubernaculum / iurisdictio (Bracton) | «Esercizio del potere» vs «controllo del potere»: la distinzione giuridica medievale, ripresa da Hayek, che fonda la specificità europea del costituzionalismo. |
| 1776 (1762-63) | Wealth of Nations (Smith) | La formula della società in cui cento famiglie assorbono il lavoro di diecimila è già nell’Early Draft: diagnosi economica dell’iniquità megamacchinica. |
| 1807 | Fenomenologia dello Spirito (Hegel) | «L’ingresso di Dio nel mondo»: formula contro cui Pellicani esplicitamente polemizza, rovesciando l’idealismo in diagnosi antropologica. |
| 1967-70 | Megamacchina (Mumford, Il mito della macchina) | Organismo socio-tecnico in cui guerra e lavoro si saldano. Le sue sette costanti: accentramento, separazione delle classi, divisione a vita del lavoro, meccanizzazione della produzione, esaltazione militare, sfruttamento del debole, schiavitù. |
| 1976 | «Diritto di far morire o di lasciar vivere» (Foucault, La volontà di sapere) | Formula con cui Foucault aveva qualificato il potere sovrano dell’Ancien Régime europeo, in opposizione alla biopolitica moderna. Pellicani (p. 21) la applica per analogia al despota arcaico. |
| 2019 | L. Pellicani, Il potere, la libertà e l’eguaglianza, cap. 2 | Sintesi che fa dialogare Mumford, Foucault, Smith e Hegel (in opposizione) nella diagnosi unitaria della civiltà come dispotismo. |
Prossimo articolo: Capitolo 3, L’anomalia europea (come un ordine politico si è sottratto, per una volta nella storia, alla logica dispotica).

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