Viviamo in un’epoca dominata da una metafora potente e seducente: l’idea che la nostra mente sia un dispositivo di elaborazione delle informazioni. Secondo questa visione, il cervello sarebbe un computer sofisticato che riceve dati dal mondo esterno (“input”), li elabora attraverso algoritmi interni e produce comportamenti (“output”).
Questa narrazione, figlia della rivoluzione cibernetica e cognitivista degli anni ’50, ha plasmato non solo l’intelligenza artificiale, ma il nostro stesso senso comune. Tuttavia, se osserviamo la vita biologica con la lente sistemica e complessa, questa metafora crolla. La mente non è uno specchio della natura, né un calcolatore logico.
In questo saggio, esploreremo un cambio di paradigma radicale: dall’idea della rappresentazione del mondo all’idea della costruzione del mondo. Attraverso i concetti di autopoiesi ed enazione (o enattivismo), vedremo come la biologia ci costringa a ripensare non solo la cognizione, ma le basi stesse della nostra convivenza politica.
Il vicolo cieco del Cognitivismo: la Mente disincarnata
Per comprendere la rivoluzione enattiva, dobbiamo prima osservare il “dogma” che essa intende superare: il cognitivismo computazionale. Il programma di ricerca cognitivista, nato nel 1956, risponde alla domanda “Che cos’è la cognizione?” in modo inequivocabile: è manipolazione di simboli basata su regole.
Secondo questa visione:
- Esiste un mondo oggettivo “là fuori”, con proprietà predefinite.
- Il compito della mente è “rappresentare” questo mondo, creando una mappa interna accurata per risolvere problemi.
- Il sistema interagisce solo con la forma dei simboli (sintassi), non con il loro significato.
Varela descrive questa situazione come un paradosso: se rimuoviamo il programmatore umano che interpreta i simboli, il significato svanisce e rimane solo un “fantasma”, come guardare sequenze di bit senza manuale d’uso. Questa visione ha un difetto fatale: tratta la conoscenza come un’elaborazione di dati disincarnata, ignorando che per un sistema vivente il significato non è un’etichetta, ma una questione di sopravvivenza.
Il “Problema Difficile” (Hard Problem)
Il limite più evidente del cognitivismo è la sua incapacità di spiegare l’esperienza soggettiva. È possibile spiegare perfettamente le funzioni cognitive in termini computazionali, lasciando però completamente oscuro il perché queste funzioni siano accompagnate dal “provare qualcosa” (Cappuccio, 2006).
Autopoiesi: il ritorno al vivente
Per uscire dal vicolo cieco computazionale, dobbiamo tornare alle radici biologiche del conoscere. Qui entra in gioco il concetto di autopoiesi, introdotto da Humberto Maturana e Francisco Varela.
Come abbiamo visto parlando di educazione nel nostro articolo “Autopoiesi, educazione e complessità”, un sistema vivente non è una macchina eteropoietica (costruita per un fine esterno, come un’automobile), ma una rete di processi che produce i suoi stessi componenti. L’autopoiesi ci dice due cose fondamentali sulla mente:
- Chiusura Operativa: Il sistema nervoso è una rete chiusa. Non ha “input” o “output” nel senso informatico.
- Autonomia: Il sistema subordina tutti i cambiamenti al mantenimento della propria organizzazione .
Il Volo Strumentale
Per comprendere appieno questa chiusura, immaginiamo un pilota in un volo strumentale. Il pilota non ha accesso al mondo esterno (non vede le nuvole o le montagne); opera esclusivamente manipolando le letture dei suoi strumenti all’interno della cabina. Quando atterra con successo, gli osservatori esterni si congratulano per come ha gestito il “mondo esterno”, ma per il pilota (il sistema nervoso), tutto ciò che è accaduto è stato mantenere certe correlazioni interne tra gli indicatori . Il sistema nervoso non “vede” il mondo; gestisce le proprie correlazioni interne.
Dall’Auto-organizzazione all’Enazione
Prima di arrivare all’enattivismo puro, la scienza cognitiva ha attraversato una fase cruciale: la scoperta dell’auto-organizzazione (o connessionismo). Qui si abbandonano i simboli e si abbracciano le reti neurali: sistemi composti da elementi semplici che, interagendo localmente, fanno emergere stati globali coerenti (attrattori) senza un controllore centrale. Tuttavia, anche l’auto-organizzazione spesso cade nella trappola di dover “risolvere un problema” predefinito.
Qui approdiamo alla fase finale: l’Enattivismo (o, come lo definisce Varela, l’alternativa del Disvelamento). Il termine enaction (“mettere in atto”) suggerisce che la cognizione non è la rappresentazione di un mondo indipendente, ma l’atto di far emergere (disvelare) un mondo attraverso la nostra interazione vivente.
- L’Uovo e la Gallina: Varela usa questa analogia per smontare il realismo ingenuo. La posizione della “Gallina” afferma che il mondo precede l’immagine che proietta sul sistema; la posizione dell’”Uovo” afferma che il sistema crea il mondo. L’enattivismo supera questa dicotomia: organismo e ambiente, come l’uovo e la gallina, si co-definiscono e emergono insieme .
- Dal Problem Solving al Problem Setting: La differenza cruciale è che la mente non si limita a risolvere problemi (come un computer che gioca a scacchi in uno spazio predefinito), ma pone i problemi. Il mondo reale non ha confini netti come una scacchiera; è lo sfondo di senso comune su cui noi, vivendo, ritagliamo ciò che è rilevante . L’intelligenza non è trovare la soluzione ottima, ma la capacità di far emergere un mondo di significati condivisi.
- L’Evoluzione come Bricolage: L’evoluzione non è un ingegnere che progetta l’organismo ottimo per un ambiente dato. È un bricoleur che usa ciò che ha a disposizione per creare qualcosa che funzioni, che sia viabile. Non sopravvive il “migliore” in senso assoluto, ma chiunque riesca a mantenere la propria autopoiesi senza disaggregarsi (Bocchi & Ceruti, 1985).
Oltre la Tecnocrazia: Biologia e Democrazia
Le implicazioni di questo passaggio dal “problem solving” al “disvelamento” travalicano la neuroscienza e investono la sfera politica. Se accettiamo il mito della mente-computer, accettiamo implicitamente che esista un “ambiente oggettivo” là fuori e che la politica sia solo la tecnica manageriale per ottimizzare l’adattamento a questo ambiente . Questa è la radice della tecnocrazia.
Ma se adottiamo la prospettiva enattiva, comprendiamo che l’ambiente non è un dato di fatto a cui adattarsi, ma un campo di possibilità che la società stessa “pone innanzi” attraverso le sue azioni.
Dal Programma alla Strategia
La visione computazionale della politica si basa sul concetto di programma: sequenze di azioni rigide per un mondo previsto. L’approccio enattivo ci invita a passare alla strategia: l’arte di navigare nell’incertezza, dialogando con l’evento e modificando le proprie strutture in un accoppiamento continuo con la realtà che cambia (Bocchi & Ceruti, 1985). Il compito della politica (o del management enattivo) non è rappresentare una realtà esterna, ma “creare le condizioni per mantenere le modalità correnti della condivisione del significato”.
Il concetto di “Realtà” come strumento di potere
Se la realtà è dipendente dall’osservatore, la pretesa di possedere una “Verità” oggettiva diventa un atto politico pericoloso. Maturana ci avverte che la tirannia nasce dalla convinzione razionale di avere l’unica chiave di lettura dell’universo. La democrazia non è un metodo per trovare la “soluzione tecnica corretta”, ma l’unico sistema che accetta la legittimità di molteplici domini di realtà, rifiutando quel “corso spontaneo” verso il totalitarismo che nega la validità dell’esperienza altrui .
L’enattivismo ci libera dalla tirannia dell’oggettività disincarnata. Ci restituisce la responsabilità della conoscenza. Dire che “conoscere è fare” significa ammettere che il mondo in cui viviamo non è un destino inevitabile, ma il risultato delle nostre azioni quotidiane e delle nostre distinzioni linguistiche.
Abbracciare la complessità significa rinunciare al Demone di Laplace, il sogno onnisciente di poter calcolare il futuro conoscendo tutti i dati del presente. Se il mondo emerge dalle nostre azioni, il futuro non è da calcolare, è da fare. Come ci ricorda Varela, non bisogna cercare la chiave solo sotto il cono di luce della logica formale perché è l’unico punto illuminato; bisogna esplorare la penombra del senso comune e della vita vissuta.
Abbandonare il mito della mente-computer è il primo passo per smettere di essere esecutori di algoritmi sociali e tornare ad essere, biologicamente e politicamente, creatori di mondi.
Questa visione della mente incorporata ha conseguenze politiche dirette. Scopri come le emozioni guidano il voto nell’analisi sul [Marcatore Somatico e la Democrazia Hackerata].
Bibliografia Essenziale Ragionata
- Maturana, H. R., & Varela, F. J. (1980). Autopoiesi e cognizione. La realizzazione del vivente. Marsilio. Il testo fondativo che introduce il concetto di autopoiesi e la chiusura operativa del sistema nervoso.
- Varela, F. J. (1987). Scienza e tecnologia della cognizione: direzioni emergenti. Hopeful Monster. Un’analisi critica delle fasi delle scienze cognitive, che introduce la distinzione tra l’approccio computazionale (cognitivismo) e l’approccio del disvelamento (enazione), ponendo l’accento sul “porre innanzi” il mondo piuttosto che rappresentarlo.
- Bocchi, G., & Ceruti, M. (a cura di) (1985). La sfida della complessità. Feltrinelli. Testo chiave per la distinzione tra adattamento ottimo e deriva evolutiva (bricolage), e tra programma e strategia.
- Cappuccio, M. (a cura di) (2006). Neurofenomenologia. Bruno Mondadori. Approfondisce il metodo per colmare il divario tra esperienza soggettiva e dati neuroscientifici.
- Maturana, H. R., & Varela, F. J. (1987). L’albero della conoscenza. Garzanti. Opera che esplora le basi biologiche della comprensione umana e la natura sociale del linguaggio.

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