Il dispotismo mite: la profezia di Tocqueville che abbiamo realizzato

Il pericolo terminale per le democrazie occidentali non si presenta con l’apparato del terrore, si presenta con quello della tutela amministrativa. Tocqueville, scrutando l’America jacksoniana fra il 1831 e il 1832 e poi rielaborando le sue note nella casa di campagna sulla penisola del Cotentin lungo il decennio successivo, riconobbe nella democrazia non l’antidoto al dispotismo ma una delle sue possibili declinazioni più sottili, quella che procede non per sottrazione di diritti ma per saturazione amministrativa della vita pubblica. Le distopie del Novecento (lo stivale orwelliano calpestato sul volto umano, i roghi di libri, il terrore di polizia) sono la grammatica facile dell’immaginario, ma sono la grammatica sbagliata: il pericolo che minaccia oggi i regimi liberaldemocratici non ha il volto del tiranno classico, ha quello del sovrintendente burocratico che esonera il cittadino dalla fatica di vivere e dalla pena di pensare.

La diagnosi tocquevilliana

Tocqueville completa il secondo volume di De la démocratie en Amérique nel 1840, cinque anni dopo il primo, e il dato cronologico conta. Il Tocqueville del 1840 non scrive più con l’entusiasmo del giovane viaggiatore che descriveva le township del New England nel 1835, scrive con la preoccupazione di chi ha visto, nel decennio intercorso, la centralizzazione amministrativa francese consolidarsi sotto la monarchia di Luglio e l’individualismo borghese diventare la nuova religione laica delle élite parigine. Il dispotismo che descrive non è ipotesi astratta, è proiezione della Francia di Luigi Filippo prolungata nel tempo della democrazia di massa. È in questo contesto, e specificamente nella parte IV capitolo VI («Quale specie di dispotismo le nazioni democratiche hanno da temere»), che la diagnosi si formalizza. Tocqueville ha quasi cinquant’anni, è già stato deputato, ha visto il movimento delle riforme rallentare, ha letto le pagine di Guizot e di Thiers sulla centralizzazione, e scrive la sua diagnosi più severa.

Il passaggio centrale del capitolo merita di essere restituito nella sua traduzione canonica, con la formulazione integrale dello sguardo: «Se cerco di immaginarmi il nuovo aspetto che il dispotismo potrà avere nel mondo, vedo una folla innumerevole di uomini eguali, intenti solo a procurarsi piaceri piccoli e volgari, con i quali soddisfare i loro desideri. Ognuno di essi, tenendosi da parte, è quasi estraneo al destino di tutti gli altri». La descrizione prosegue introducendo il dispositivo: «Al di sopra di essi si eleva un potere immenso e tutelare, che solo si incarica di assicurare i loro beni e di vegliare sulla loro sorte. È assoluto, particolareggiato, regolare, previdente e mite. Rassomiglierebbe all’autorità paterna se, come essa, avesse lo scopo di preparare gli uomini alla virilità, mentre cerca invece di fissarli irrevocabilmente nell’infanzia; ama che i cittadini si divertano, purché non pensino che a divertirsi».

Il passaggio merita tre note analitiche, una per ciascuna coppia oppositiva che lo organizza. La coppia aggettivale «previdente e mite» rovescia la rappresentazione classica del dispotismo: il potere che Tocqueville teme non si presenta più come terrore, si presenta come welfare; non interrompe la vita, la copre. La coppia concettuale «autorità paterna / preparare alla virilità» rovesciata in «fissare nell’infanzia» rivela il meccanismo della pedagogia rovesciata: il dispositivo dei moderni è inverso a quello classico, non conduce fuori dall’infanzia politica, vi trattiene. La coppia modale «si divertano / pensare a divertirsi» fissa l’esito antropologico: la libertà dei moderni si riduce alla licenza dei consumi privati, sottratto il piano della deliberazione collettiva. Il cittadino che si limita a stare contento e che non pensa che a stare contento non è più cittadino: è soggetto consumatore, ed è proprio questa la condizione che il dispositivo si dà come obiettivo.

La parte successiva del capitolo VI esibisce il meccanismo materiale del dispositivo: «il sovrano estende il suo braccio sull’intera società; ne copre la superficie con una rete di piccole regole complicate, minuziose ed uniformi, attraverso le quali anche gli spiriti più originali e vigorosi non saprebbero come mettersi in luce e sollevarsi sopra la massa; esso non spezza le volontà, ma le infiacchisce, le piega e le dirige». L’esito conclusivo viene affidato a quattro verbi paratattici e a una metafora pastorale: «non tiranneggia direttamente, ma ostacola, comprime, snerva, estingue, riducendo infine la nazione a non essere altro che una mandria di animali timidi ed industriosi, della quale il governo è il pastore». La sequenza ostacola-comprime-snerva-estingue va letta come gradazione: il dispositivo opera in modo asintotico, non spegnendo improvvisamente la facoltà politica, infiacchendola progressivamente fino al punto in cui il suo esercizio diventa inconcepibile. La chiusura con il governo-pastore-della-mandria apre, centoquarant’anni prima della sua formalizzazione foucaultiana, la genealogia del potere pastorale come tecnologia di governo.

I meccanismi del dispositivo

Tocqueville descrive l’effetto. Per spiegare la meccanica del dispositivo, occorre passare attraverso due genealogie successive che si articolano alla sua intuizione.

La prima è quella di Max Weber. La gabbia d’acciaio (stahlhartes Gehäuse), formula della conclusione del capitolo V dell’Etica protestante e lo spirito del capitalismo (1904-1905), nomina il piano amministrativo del dispositivo. La burocrazia razionale-legale, descritta sistematicamente in Economia e società. Dominio, è ciò che Tocqueville aveva intuito sessant’anni prima come «rete di piccole regole complicate, minuziose ed uniformi». La continuità Tocqueville-Weber non è solo cronologica, è strutturale: Tocqueville descrive l’effetto, Weber spiega la meccanica. La Zweckrationalität, la razionalità strumentale che organizza l’amministrazione moderna secondo regole impersonali, calcolabili, previdenti, è cieca rispetto alla razionalità sostanziale, cioè rispetto al fine ultimo per cui si organizza. La gabbia d’acciaio è precisamente l’effetto della razionalità strumentale che dimentica il proprio telos: si autoriproduce per la propria efficienza interna, indipendentemente dalla domanda se gli umani che vi sono dentro stiano vivendo bene, stiano vivendo, o stiano semplicemente essendo gestiti.

La seconda genealogia è quella di Michel Foucault. Il potere pastorale, formalizzato nel corso Sicurezza, territorio, popolazione al Collège de France nel 1977-1978 (edizione italiana Feltrinelli 2005, traduzione di Paolo Napoli), nomina il piano pedagogico del dispositivo. Foucault risale al pastorato cristiano come tecnologia di governo individuale, basata sul rapporto pastore-gregge in cui il pastore conosce singolarmente ogni pecora, ne registra i comportamenti, ne dirige la condotta verso un fine di salvezza. Quando questa tecnologia migra dal regime religioso a quello politico, fra la fine del Medioevo e l’età moderna, diventa il modello del «governo di popolazioni», cioè dell’amministrazione che si prende cura della vita biologica (salute, demografia, longevità, alimentazione) e che, prendendosene cura, la regola, la dispone, la fa esistere in determinate forme anziché in altre. La metafora tocquevilliana del governo-pastore-della-mandria-di-animali-timidi-e-industriosi anticipa di esattamente centoquarant’anni la categoria foucaultiana. La convergenza non è coincidenza letteraria, è riconoscimento dello stesso dispositivo storico osservato in due momenti diversi: l’amministrazione totalizzante che si presenta come cura.

Ciò che Tocqueville descriveva come effetto e Weber-Foucault come meccanica può essere unificato in una formula che ne nomina la combinazione: pedagogia infantilizzante dello Stato amministrativo. Tre piani concorrono a definirla. Sul piano pedagogico, lo Stato amministrativo non si limita a regolare comportamenti, configura attivamente la postura del cittadino verso il pubblico, modellandone aspettative, abitudini, soglie di sopportazione del rischio. Sul piano infantilizzante, l’effetto della pedagogia non è la crescita verso l’età virile (per riprendere il lessico tocquevilliano della parte IV capitolo VI), ma la fissazione irreversibile nell’infanzia, il blocco dello sviluppo politico. Sul piano amministrativo, il dispositivo è strutturalmente burocratico e non politico, e opera attraverso la rete fitta di piccole regole, non attraverso il decreto sovrano del potere classico.

L’etimologia, qui, restituisce il paradosso con una precisione che la sola analisi concettuale non darebbe. Il pedagogo greco (παιδαγωγία, composto di παῖς fanciullo e ἄγω condurre) è figura che ha funzione di condurre fuori dall’infanzia, di traghettare il fanciullo verso la maturità del cittadino; il dispositivo di cui Tocqueville parla trattiene dentro. Il latino infans designa, alla lettera, colui che non parla (in- privativo + fans participio di fari, parlante), e nella tradizione politica della res publica romana il fari è precisamente l’atto del cittadino che prende parola nello spazio pubblico, che delibera, che giudica. La pedagogia infantilizzante è capovolgimento sistematico della pedagogia classica: produce infantes anziché cives, produce soggetti che non parlano (politicamente) e che non sono in grado di parlare. Il dispositivo che la realizza è quello che la categoria di megamacchina (Mumford, The Myth of the Machine, 1967 e 1970, e elaborazione propria del corpus) nomina come totalità organizzativa che integra individui, procedure, tecnologie in un sistema unico di gestione razionalizzata. La megamacchina del dispotismo mite non lavora con la coercizione fisica della megamacchina classica del faraone o dello stalinismo, lavora con la saturazione amministrativa della vita quotidiana.

L’incarnazione italiana

La traduzione italiana del dispotismo mite e della pedagogia infantilizzante dello Stato amministrativo si incarna oggi in una figura specifica della politica regionale, quella del governatore-manager. La figura va riconosciuta per funzione e collocazione istituzionale, non per le persone specifiche che la occupano. Il governatore-manager è il presidente di regione che si presenta non come leader politico portatore di una visione (categoria tocquevilliana del cittadino-magistrato, categoria weberiana del politico-per-vocazione, Politik als Beruf), ma come tecnico dell’efficienza amministrativa, che promette la risoluzione di problemi specifici in cambio di una delega in bianco. La sostituzione della politica con la governance, dell’azione con la procedura, della visione con il management, riproduce in scala regionale il dispositivo che Tocqueville descriveva su scala nazionale: il cittadino rinuncia all’esercizio attivo della libertà politica (faticosa, conflittuale, rischiosa) in cambio della sicurezza amministrativa (garantita, lineare, che esonera).

Il dispositivo, una volta installato, si trasmette per inerzia. L’articolo del 26 maggio 2026 «L’ossimoro di Stalin, l’alleanza rimossa che creò Israele e la sintassi inerziale ereditata della sinistra italiana» ha mostrato come una sintassi politica codificata in una congiuntura storica precisa (Mosca 1948-1953) abbia continuato a operare ben oltre la dissoluzione delle condizioni che l’avevano generata, fino al presente. Il fenomeno analogo opera, sul piano amministrativo, per il dispositivo del dispotismo mite: formalizzato culturalmente nel passaggio dalla società degli ordini all’eguaglianza democratica fra Sette e Ottocento, sedimentato come grammatica delle democrazie occidentali nel Novecento, continua a strutturare le pratiche politiche del XXI secolo. La sopravvivenza inerziale dei dispositivi di potere non è patologia accidentale, è funzione strutturale del modo in cui i dispositivi si trasmettono pedagogicamente fra generazioni di cittadini che li ricevono come naturali. Nulla di tutto questo è inevitabile: l’analisi genealogica serve precisamente a esibire la contingenza storica di ciò che si presenta come dato. Il dispositivo è stato installato in un certo momento, attraverso processi storici determinati; può essere disinstallato, ma solo se viene riconosciuto come dispositivo, non come natura.

L’orizzonte contrastante rispetto a cui la pedagogia infantilizzante si misura è quello della società aperta pellicaniana (Dalla società chiusa alla società aperta, Rubbettino 2002) e dell’anomalia europea, la categoria che nomina il complesso storico-istituzionale unico in cui la libertà politica si è generata. La società aperta vive di tensione e responsabilità, di conflitto regolato, di fallibilismo istituzionalizzato; vive del riconoscimento che gli ordinamenti umani sono provvisori, criticabili, riformabili, e che il loro miglioramento procede attraverso l’esercizio attivo della libertà politica, non attraverso la sua delega a un sovrintendente. La pedagogia infantilizzante dello Stato amministrativo elimina questa tensione: sostituisce il conflitto con la procedura, l’esercizio del rischio con la copertura assicurativa, la responsabilità con la delega. Non chiude la storia con una rivoluzione, la chiude con un’omeostasi.

La gabbia d’acciaio weberiana si è rivelata, nel tempo lungo della democrazia di massa, una gabbia di velluto. Il dispositivo non spezza le gambe, non occorre infliggere dolore: è sufficiente che il cittadino accetti di essere accudito e dimentichi di essere stato cittadino. Tocqueville, scrivendo nel 1840, non immaginava un futuro lontano. Descriveva la deriva che già intravedeva nel proprio presente, sotto Luigi Filippo, e che la Francia avrebbe portato fino in fondo nei centottantasei anni successivi. La deriva è oggi il presente di tutte le democrazie occidentali, dell’Italia delle regioni come dell’Europa delle agenzie. Riconoscerla per quello che è (non degenerazione accidentale, ma forma compiuta del dispositivo amministrativo democratico) è la sola condizione perché la pedagogia infantilizzante non chiuda il suo ciclo di trasmissione generazionale.

Bibliografia

Alexis de Tocqueville, La democrazia in America, a cura di Nicola Matteucci, UTET, Torino, 1968 e ristampe successive.

Luciano Pellicani, Dalla società chiusa alla società aperta, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2002.

Nicola Matteucci, Alexis de Tocqueville. Tre esercizi di lettura, il Mulino, Bologna, 1990.

Giuseppe Bedeschi, Tocqueville, Laterza, Roma-Bari, 1996.

Max Weber, L’etica protestante e lo spirito del capitalismo, traduzione di Piero Burresi, introduzione di Ernesto Sestan, Sansoni, Firenze, 1965 (originale tedesco 1904-1905).

Max Weber, Economia e società. Dominio, edizione italiana a cura di Massimo Palma sull’edizione critica di Edith Hanke per la Max Weber-Gesamtausgabe, Donzelli, Roma, 2012.

Michel Foucault, Sicurezza, territorio, popolazione. Corso al Collège de France (1977-1978), edizione stabilita sotto la direzione di François Ewald e Alessandro Fontana da Michel Senellart, traduzione di Paolo Napoli, Feltrinelli, Milano, 2005 (originale francese Seuil/Gallimard, 2004).

Lewis Mumford, The Myth of the Machine, vol. I Technics and Human Development, Harcourt Brace, New York, 1967; vol. II The Pentagon of Power, Harcourt Brace, New York, 1970.



Lascia un commento