Il Premio Pulitzer contestato: Walter Duranty, Gareth Jones e il tradimento degli intellettuali

«Qualsiasi notizia di carestia in Russia è oggi un’esagerazione o propaganda maligna.»

Walter Duranty, «New York Times», 1933

Un premio Pulitzer non certifica la verità: talvolta le presta l’autorità per seppellirla. Quello consegnato nel maggio del 1932 a Walter Duranty, corrispondente da Mosca del New York Times, premiava i suoi dispacci dell’anno precedente, e la motivazione ufficiale non lasciava margini: «for his series of dispatches on Russia specifically the working out of the Five-Year Plan». Nessuna riga sulla fame. Il riconoscimento non onorava la denuncia di un crimine, ma la cronaca compiaciuta del successo industriale sovietico, redatta prima che la carestia toccasse il suo apice. Quando, settant’anni più tardi, lo stesso giornale incaricò lo storico Mark von Hagen di rivalutare quei pezzi, il verdetto fu che si trattava di lunghe rassegne di statistiche produttive attinte per intero alle fonti ufficiali sovietiche, prive di equilibrio e distorte. Il premio più prestigioso del giornalismo occidentale era andato a un uomo che non aveva mai lasciato la scrivania del potere.

Da quel premio nasce un caso che eccede la storia di un cattivo reportage. Duranty sapeva. Negò in pubblico ciò che ammetteva in privato, e lo fece dalle colonne del giornale ritenuto più autorevole del mondo. La sua non è una svista professionale: è la forma compiuta di una «menzogna istituzionalizzata», l’archetipo di quel tradimento dei chierici che Julien Benda diagnosticava già nel 1927, il momento in cui l’intellettuale baratta la verità fattuale per una verità superiore. Capire come funzionò quel meccanismo, e perché continua a funzionare, vale più di qualunque condanna postuma.

Il premio e la cronologia dell’inganno

Due uomini, due modi opposti di stare davanti allo stesso fatto. Da un lato Duranty, installato nel lusso dell’Hotel Metropol, con autista, appartamento e un accesso al Cremlino che la censura sovietica gli concedeva in cambio di una linea docile. La sua autorità non discendeva da ciò che vedeva, ma dalla posizione che occupava: il prestigio della testata, l’intervista esclusiva a Stalin, la capacità di tradurre il terrore in termini digeribili per l’Occidente liberale. Dall’altro Gareth Jones, gallese, già segretario di Lloyd George, ventisette anni. Nel marzo del 1933 Jones fece la sola cosa che Duranty non faceva mai: scese dal treno. Violando il divieto di percorrere le campagne, camminò per giorni tra i villaggi dell’Ucraina, dormì sui pavimenti di terra battuta, divise il pane del suo zaino con contadini ridotti a spettri, annotò ogni cosa. La differenza tra i due non era di opinione, ma di metodo. Jones praticava la parrhēsía, il dire la verità a rischio della propria incolumità; Duranty esercitava la prudenza del cortigiano, che vede ciò che la fonte gli permette di vedere.

La sequenza delle ore in cui la verità affiorò e fu ricoperta è documentata e stretta. Jones consegnò la sua testimonianza alla stampa di Berlino il 29 marzo 1933; il giorno dopo la denuncia usciva sul Manchester Guardian con il titolo «Famine Rules Russia» e sul New York Evening Post. «Ovunque si levava il grido», scriveva, «non c’è pane, stiamo morendo». Il 31 marzo, in una colonna di prima pagina datata da Mosca, Duranty rispose. L’articolo, intitolato «Russians Hungry, But Not Starving», liquidava il reportage del gallese come una «big scare story», una storia messa in giro per spaventare, frutto di un’osservazione frettolosa. Poi veniva l’eufemismo destinato a segnarne la memoria: non c’era vera fame né morte per fame, sosteneva, ma «una mortalità diffusa per malattie dovute alla malnutrizione». La parola carestia spariva, sostituita da malnutrizione; la morte di massa si riduceva a un problema di razioni. Le condizioni, concludeva, erano cattive in alcune zone, l’Ucraina, il Caucaso del Nord, il Basso Volga, «ma non c’è carestia». Mesi dopo, in agosto, da una nuova prima pagina, avrebbe portato la negazione al suo grado estremo, con la frase posta in esergo a queste righe.

La prova e la congiura

La prova che Duranty mentisse sapendo di mentire non riposa su una deduzione, ma su un documento. Negli archivi nazionali britannici si conserva il dispaccio diplomatico N. 524 della serie FO 371/17453, inviato il 26 settembre 1933 dall’incaricato d’affari a Mosca, William Strang, al segretario di Stato Sir John Simon. Strang vi fissa, all’indomani di una conversazione privata con il giornalista, le cifre che Duranty teneva per sé. Secondo Duranty, riferisce il diplomatico, la popolazione del Caucaso del Nord e del Basso Volga era calata in un anno di tre milioni, quella dell’Ucraina di quattro o cinque. Sette, otto milioni di persone scomparse, nel calcolo riservato dell’uomo che in pubblico negava l’esistenza stessa della carestia. Nelle stesse settimane, a un altro funzionario britannico, Duranty si spinse oltre: fino a dieci milioni potevano essere morti, ammise, «direttamente o indirettamente per mancanza di cibo» nell’intera Unione Sovietica.

Conviene tenere distinti due ordini di grandezza che il discorso pubblico tende a confondere. Le cifre di Duranty erano stime confidenziali e larghe, riferite a più regioni e comprensive delle morti indirette. Il bilancio che la storiografia ha poi consolidato misura qualcosa di più circoscritto: i morti ucraini diretti per fame. Su quel terreno la convergenza accademica colloca le vittime tra i tre milioni e mezzo e i quattro milioni, con le ricostruzioni demografiche recenti intorno a tre milioni e novecentomila, e un intervallo che va dalla stima bassa di Timothy Snyder, di poco superiore ai tre milioni, a quella alta di Robert Conquest, vicina ai cinque. Le cifre maggiori, i sette o dieci milioni che ricorrono nel discorso pubblico ucraino, appartengono a una legittima rivendicazione politica, includono i mancati nati e non sono condivise dall’accademia internazionale. La precisione qui non è pedanteria: confondere i piani regala argomenti a chi vuole sminuire il fatto. Qualunque sia la cifra esatta, resta lo scarto. Tra il «non c’è carestia» stampato sul New York Times e i milioni ammessi nella cancelleria britannica corre la distanza che separa l’errore dalla menzogna.

Quello scarto ha un nome che il vocabolario di queste pagine ha già introdotto. Il compito del giornalista è mantenere un «accoppiamento strutturale» con il reale: tenere il proprio sistema percettivo agganciato al mondo, non alla fonte. Duranty aveva reciso quell’aggancio. Il suo apparato di osservazione era saldato non all’Ucraina dei villaggi, che non aveva visto, ma alla corte del Cremlino, che lo nutriva di statistiche. Percepiva ciò che la fonte percepiva. La menzogna istituzionalizzata non è, in fondo, un eccesso di malafede individuale: è la condizione di un osservatore che ha scambiato il mondo con la rappresentazione che del mondo gli offre il potere.

Duranty non agì da solo, e qui il caso sale dal singolo al sistema. Eugene Lyons, corrispondente a Mosca e poi pentito, raccontò in Assignment in Utopia (1937) come i giornalisti occidentali si accordassero per concordare una linea che non irritasse la censura, condizione per conservare il visto e il posto. Una congiura del silenzio mossa dal carrierismo e dalla paura dell’espulsione, che funzionava esattamente come quel meccanismo di conformità di gruppo capace di annullare il dissenso, già descritto altrove in queste pagine a proposito di altre cecità collettive. Non serve postulare un complotto: basta una struttura di incentivi che premia chi tace e punisce chi vede. Duranty ne fu l’esemplare più decorato, non l’eccezione.

L’eredità e i nuovi cortigiani

La verità riemerse lentamente, per erosione più che per esplosione. Nel 1986 Robert Conquest pubblicò The Harvest of Sorrow, ricostruendo sulla base delle testimonianze dei rifugiati e dei dati demografici il carattere deliberato della carestia, contro l’accademia revisionista che ancora la negava. Con il crollo dell’Unione Sovietica, nel 1991, l’apertura degli archivi confermò ogni parola di Jones: gli ordini di requisizione, il blocco dei villaggi, il sigillo delle frontiere regionali. George Orwell non appartiene a questa cronologia come fonte, perché sulla carestia non testimoniò; vi appartiene come accusatore del tradimento. Nei suoi saggi sulla disonestà dell’intellighenzia filosovietica, e nella prefazione che gli editori gli rifiutarono per La fattoria degli animali, isolò con precisione il vizio dei chierici: la disponibilità a mentire sull’Unione Sovietica per fedeltà a una causa. Il suo bersaglio non era la carestia in sé, ma la viltà di chi, in Occidente, sceglieva di non vederla.

Il caso non si è chiuso. Nel 2003, dopo una campagna internazionale promossa dalla diaspora ucraina e una relazione commissionata dallo stesso New York Times che ne raccomandava la revoca, il Consiglio del Premio Pulitzer decise di mantenere il riconoscimento. La motivazione fu di pura tecnica: negli articoli premiati del 1931 non vi era «alcuna prova chiara e convincente di inganno deliberato», e un Pulitzer, aggiunse il Consiglio, si assegna ai singoli pezzi in concorso, non al carattere dell’autore né alla sua opera complessiva. L’argomento isola gli articoli premiati da quelli che negarono la carestia, e ignora la sostanza: fu proprio l’autorità conquistata nel 1931 a rendere credibile la negazione del 1933. Quel premio non fu il sigillo di una verità, ma la riserva di credito che Duranty spese per coprire un genocidio. Lo stesso giornale che oggi ammette il torto continua ad annoverare quel Pulitzer nel proprio albo.

Qui si lascia nominare il dispositivo che attraversa l’intera vicenda. C’è una cecità che non nasce dall’ignoranza, ma dall’accreditamento: una cecità accreditata. Il verbo accreditare, dal latino ad e credere, indica l’atto di conferire fede, di rendere qualcuno degno di credito; accreditato è colui al quale ci è chiesto di prestare ascolto. La cecità accreditata è quella che il sigillo stesso della credibilità autorizza e protegge: più una fonte è vicina al potere, più ne riceve accesso, e meno vede del mondo che il potere nasconde. Duranty non vedeva nonostante le sue credenziali, ma in virtù di esse. Le credenziali erano il legame che lo teneva saldato alla corte e staccato dai villaggi.

Restano i suoi eredi. Davanti ai crimini delle autocrazie contemporanee una parte dei commentatori invoca la complessità per non chiamare il male con il suo nome, e antepone l’accesso alle fonti ufficiali alla testimonianza delle vittime. La somiglianza con Duranty è reale, ma va maneggiata con esattezza, perché l’argomento si rovescia con facilità in clava contro ogni cautela. Il peccato di Duranty non fu invocare la complessità: la realtà è complessa, e riconoscerlo è il principio di ogni onestà intellettuale. Il suo peccato fu mentire, negare in pubblico una morte di massa che contabilizzava in privato. La complessità, in lui, non era una postura conoscitiva ma la copertura di un falso fattuale. La distinzione è decisiva: c’è la sfumatura di chi resiste alla chiusura morale prematura, e c’è la sfumatura simulata di chi usa il dubbio per non dover vedere. La prima è una virtù; la seconda è la livrea aggiornata del cortigiano. La storia ha riabilitato Gareth Jones, ucciso nel 1935 in circostanze mai del tutto chiarite, due anni dopo aver camminato in quei villaggi. Il mondo continua a premiare i Walter Duranty.

Una domanda. Quali voci accreditiamo oggi, e che cosa quell’accreditamento ci impedisce di vedere? Se la parrhēsía e la complessità simulata possono indossare lo stesso costume, la sfumatura, come distinguiamo il testimone dal cortigiano prima che gli archivi, fra settant’anni, lo facciano al posto nostro?

Glossario

parrhēsía (παρρησία). Dal greco pân («tutto») e rhēsis («il dire, il discorso»); quest’ultimo risale alla radice indoeuropea *werh₁-, «dire, parlare», da cui anche il latino verbum e l’inglese word. Vale il dire tutto, la franchezza che non tace per timore: nella linea che da Foucault risale ai cinici e a Socrate, il coraggio di enunciare la verità davanti al potere, pagandone il prezzo.

tradimento dei chierici. Calco dal francese la trahison des clercs, titolo dell’opera di Julien Benda (1927). «Chierico» viene dal greco klēros («sorte, parte assegnata»), donde il clero come «porzione» consacrata; indica qui non l’uomo di Chiesa ma l’intellettuale, custode di valori disinteressati. Il tradimento è la sua discesa nella servitù delle passioni politiche.

accoppiamento strutturale. Concetto di Humberto Maturana e Francisco Varela: la relazione di reciproca specificazione tra un vivente e il suo ambiente, per cui il sistema resta congruente con il mondo in cui opera. Trasposto al giornalismo, è il vincolo che tiene la rappresentazione ancorata al reale.

cecità accreditata. Coniazione di queste pagine. Da accreditare, latino ad e credere; credere risale al composto indoeuropeo *ḱred-dʰeh₁-, «porre il cuore», cioè riporre fiducia (affine al sanscrito śrad-dhā, «fede»). Nomina la cecità che l’accreditamento stesso produce e protegge: la prossimità alla fonte ufficiale, che dovrebbe garantire l’informazione, garantisce invece la sottrazione di ciò che la fonte nasconde.

Fonti e autori

La prova documentale della doppiezza di Duranty è raccolta in Marco Carynnyk, Lubomyr Luciuk e Bohdan Kordan (a cura di), The Foreign Office and the Famine: British Documents on Ukraine and the Great Famine of 1932-1933 (Limestone Press, 1988), che trascrive i dispacci della serie FO 371/17453 conservati ai National Archives britannici, fra cui il rapporto Strang del 26 settembre 1933. I due testi giornalistici dello scontro restano leggibili nelle fonti d’epoca: Gareth Jones, «Famine Rules Russia» (Manchester Guardian, 30 marzo 1933), e Walter Duranty, «Russians Hungry, But Not Starving» (New York Times, 31 marzo 1933, prima pagina). Sulla ricostruzione storica della carestia e sul ruolo della stampa occidentale i riferimenti maggiori sono Robert Conquest, The Harvest of Sorrow (1986), Anne Applebaum, Red Famine: Stalin’s War on Ukraine (2017), che alla negazione dedica un capitolo intero, e Timothy Snyder, Bloodlands (2010), per la cornice comparativa e la stima bassa delle vittime. La testimonianza interna alla congiura del silenzio è in Eugene Lyons, Assignment in Utopia (1937). La categoria che governa l’intera lettura proviene da Julien Benda, La trahison des clercs (1927). Sul versante istituzionale, lo statement del Pulitzer Board (21 novembre 2003) e la nota di rivalutazione del New York Times documentano la decisione di non revocare il premio. La genealogia del sistema mediatico in cui questa menzogna si è prodotta è svolta altrove nel corpus, nell’analisi dell’Holodomor come fatto e come numero; il meccanismo psicologico del conformismo e del bias di conferma è discusso nelle pagine su disinformazione e pensiero critico.



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