Holodomor, la megamacchina alla prova. L’arma della fame fra il 1932 e il 1933 come dispositivo della società chiusa staliniana

Il 27 dicembre 1929, davanti alla Conferenza degli studenti marxisti della questione agraria riunita a Mosca, Iosif Stalin pronuncia una frase che Pravda riporterà due giorni dopo come svolta dottrinaria: si tratta di passare dalla politica di limitare le tendenze sfruttatrici dei kulaki alla politica di liquidarli come classe. La formula segna il momento genealogico in cui un’intera categoria contadina cessa di essere oggetto economico (il contadino agiato che impiega manodopera salariata) e diventa oggetto escatologico (il nemico di classe destinato all’eliminazione integrale come sacrificio purificatorio della società socialista). Non si tratta di rigore retorico. Si tratta della cornice ideologica che renderà possibile, tre anni dopo, la trasformazione amministrativa della fame in arma di Stato.

Quello che la storiografia chiama Holodomor, dall’ucraino holod «fame» e moryty «far morire», non è una catastrofe naturale incontrata e amministrata dal regime sovietico. È un dispositivo prodotto. Fra il 1932 e il 1933, in Ucraina, fra tre milioni e mezzo e quattro milioni di persone muoiono per inedia in conseguenza diretta di una filiera di decreti staliniani che colpiscono in successione la struttura sociale ucraina, la sua élite intellettuale e religiosa, le sue forme di sussistenza agricola, la sua mobilità geografica. La carestia non accade nonostante la megamacchina industrialista sovietica: è il prolungamento amministrativo della sua logica costitutiva.

L’ipotesi che governa l’analisi è la seguente. L’URSS staliniana fra il 1932 e il 1933 è una società chiusa nel senso bergsoniano-popperiano del termine, una società che si difende dalla critica fallibilistica chiudendo i confini dell’interrogazione e in cui la soppressione sistematica del feedback veritiero non è circostanza accidentale del massacro: ne è la condizione strutturale. La fame come arma diventa praticabile soltanto in un sistema che ha previamente liquidato i nuclei sociali in grado di nominarla, le istituzioni in grado di contestarla, i canali di comunicazione in grado di renderla pubblica. L’Holodomor è il caso paradigmatico di questa logica. Il caso Duranty, di cui si dirà in chiusura, è la sua estensione epistemica verso un Occidente che, per ragioni di realpolitik e di vanità intellettuale, partecipa per riflesso alla chiusura.

L’Ucraina come problema sovietico

L’Ucraina entra nella cornice imperiale russa, e poi sovietica, come anomalia interna. Fra il novembre 1917 e la fine del 1921 si succedono sul suo territorio quattro tentativi di costruzione politica autonoma: la Rada Centrale, la proclamazione di indipendenza piena del gennaio 1918, l’Hetmanato di Pavlo Skoropads’kyj, il Direttorio di Symon Petljura. L’esperienza dura poco e si chiude nel 1921 con il trattato di Riga, che divide il territorio ucraino fra Polonia e Repubblica Socialista Sovietica Ucraina. Resta però la dimostrazione storica che esiste una soggettività politica ucraina dotata di consistenza statuale, lingua propria, cultura propria, tradizione religiosa propria (la Chiesa Autocefala Ucraina, rifondata nel 1921). Per la cornice imperiale russa, di cui il bolscevismo eredita la logica dietro la rivoluzione, questa è una minaccia strutturale: un’anomalia interna che, se non neutralizzata, riapre la questione dei confini dell’impero.

La risposta sovietica del 1923 è apparentemente accomodante. Al XII Congresso del PCUS, nell’aprile, il partito vara la politica della korenizacija, letteralmente «radicamento», che concede alle repubbliche non russe lo sviluppo controllato di lingua, cultura, amministrazione locale. In Ucraina la korenizacija prende la forma della ukrainizatsija: l’ucraino diventa lingua veicolare nelle scuole e nell’amministrazione, fioriscono centinaia di scrittori e poeti, l’editoria nazionale si espande, l’Accademia delle scienze ucraina assume rilievo internazionale. È una fioritura culturale autentica, non un travestimento. Ma è anche una scommessa politica che si rivela, fra il 1929 e il 1932, ingovernabile per la dirigenza di Mosca. Gli intellettuali ucrainizzati non sono diventati funzionari bolscevichi, sono diventati ucraini con strumenti culturali rafforzati. La proporzione si è rovesciata.

Stalin reagisce per gradi, anticipando la carestia. Fra il 1929 e il 1933 procede alla decapitazione preventiva dei nuclei sociali che potrebbero opporre resistenza organizzata: l’élite intellettuale, la gerarchia religiosa, la leadership politica nazionale. Mychajlo Hruševs’kyj, il maggiore storico ucraino dell’epoca, viene esiliato a Mosca nel marzo 1931 e arrestato poco dopo con l’accusa di appartenere a un fittizio «Centro nazionalista ucraino»; morirà il 24 novembre 1934 a Kislovodsk, nel Caucaso del Nord, dove era andato per cure mediche. Il processo SVU del 1930, contro la pretesa «Unione per la Liberazione dell’Ucraina», colpisce simultaneamente intellettuali, scienziati, ecclesiastici e nazionalisti. La Chiesa Autocefala Ucraina viene liquidata nel 1930. Mykola Skrypnyk, Commissario del Popolo per l’Educazione e architetto della ukrainizatsija, si toglie la vita con un colpo di pistola nel suo ufficio nel palazzo Derzhprom di Charkiv il 7 luglio 1933, di fronte alla svolta antiucraina imposta da Mosca. L’operazione complessiva, che la memoria culturale ucraina chiamerà Rozstriljane vidrodžennja, Rinascimento Fucilato, sterminerà fra il 1929 e la fine degli anni Trenta la generazione letteraria, artistica e scientifica formatasi negli anni Venti: nel solo 1931, secondo Lemkin, 51.713 intellettuali ucraini vengono deportati in Siberia; almeno 114 fra i maggiori poeti, scrittori e artisti muoiono fucilati, in Gulag, o nelle esecuzioni di massa della foresta di Sandormoch del 1937.

La sequenza non è marginale rispetto alla carestia che sta per arrivare. Ne è la premessa. Liquidare prima la mente, l’anima e la voce di una nazione significa preparare il terreno perché la sua spina dorsale, i contadini, possa essere spezzata nel silenzio. La cornice è quella della dinamica imperiale russa che la genealogia del corpus PharosOutlook ha articolato altrove come tradizione imperiale eurasiatica: non si tratta di un’eccezione staliniana ma di una continuità strutturale che ricomparirà nella negazione contemporanea dell’Holodomor da parte della storiografia ufficiale russa e nella forma stessa dell’aggressione del 2022. L’anomalia ucraina, da neutralizzare, è ciò che la cornice imperiale russa non sa ammettere; e ciò che non sa ammettere lo annienta.

La megamacchina alla prova: collettivizzazione e dekulakizzazione

Il Primo Piano Quinquennale fra il 1928 e il 1932 è la cornice industriale-politica in cui si decide la sorte delle campagne sovietiche, e in particolare di quella ucraina, il «granaio d’Europa». L’industrializzazione accelerata si finanzia prosciugando l’agricoltura, e l’agricoltura non può essere prosciugata senza essere prima riorganizzata su base coercitiva. La logica che presiede a questa riorganizzazione è quella che Lewis Mumford, ripreso da Pellicani, chiama megamacchina: il complesso socio-tecnico-politico che subordina la vita umana al proprio funzionamento, riducendo gli individui a componenti intercambiabili di un meccanismo unitario. Nel caso staliniano la megamacchina industrialista pretende di riconvertire le campagne in materia prima del proprio metabolismo, e la resistenza contadina alla riconversione non viene gestita con compromesso politico ma trattata come guasto meccanico da riparare con la violenza.

La frase del 27 dicembre 1929 alla Conferenza degli studenti marxisti della questione agraria fissa il momento dottrinario di questa pretesa. La risoluzione del Comitato Centrale del 5 gennaio 1930 sui «ritmi della collettivizzazione» traduce la formula in pianificazione; il decreto del 30 gennaio 1930 sulla deportazione dei kulaki, che li divide in tre categorie da trattare con gradazioni distinte di violenza, traduce la pianificazione in operazione amministrativa. Fra il 1930 e il 1931 vengono deportati nelle colonie speciali delle regioni artiche e siberiane fra 1,8 e 2,3 milioni di persone, contate insieme ai familiari; fra 20.000 e 30.000 vengono fucilati direttamente dalle troike; la sola dekulakizzazione, escludendo la carestia che sta per arrivare, produrrà secondo Manfred Hildermeier fra 530.000 e 600.000 morti, contando i decessi in trasporto e nelle colonie speciali fino al 1953.

Quello che rende leggibile la dekulakizzazione come dispositivo, e non come politica di classe nel senso ordinario del termine, è la trasformazione che il kulak subisce nella semantica bolscevica. Il termine, letteralmente «pugno» (forse dal turcomanno con slittamento metonimico, o da una radice slava di significato affine), designa originariamente il contadino prospero, quello che ha qualche capo di bestiame in più, qualche desjatina di terra in più, che impiega occasionalmente manodopera salariata. Nei primi anni Trenta diventa, nella prassi delle brigate di attivisti comunisti che setacciano le campagne, etichetta politica di applicazione elastica: kulak è chiunque opponga resistenza alla collettivizzazione, anche se possiede un solo cavallo o una vacca, e da una certa fase in poi anche il contadino povero che critica la requisizione. La categoria perde i suoi ancoraggi economici e diventa categoria escatologica: il kulak è il nemico interno la cui liquidazione purifica la società socialista in marcia verso il proprio compimento.

Questa logica di purificazione sacrificale appartiene a una cornice teorica che Eric Voegelin, già nel 1938, e Luciano Pellicani nel solco voegeliniano hanno articolato come religione politica gnostica. Il bolscevismo, in questa lettura, è una variante moderna del millenarismo gnostico: la pretesa di una palingenesi storica integrale che sostituisce il trascendente religioso con un immanente sacralizzato, dotato di tutte le strutture del sacro (martirio, ortodossia, anatema, sacrificio purificatorio dei nemici) ma rivolto verso un compimento intramondano. La religione politica gnostica non è metafora dottrinaria del totalitarismo: è la sua struttura ideologica costitutiva. Liquidare il kulak come classe non è atto amministrativo, è rituale di purificazione del corpo sociale che si avvia alla salvezza storica. Il sacrificio è funzione strutturale, non eccesso accidentale.

Sulla cresta di questa struttura si erige la figura del capo carismatico. Stalin non è un tecnico al vertice dell’apparato: è il Cesarismo sacrale incarnato, il Padre dei popoli che concentra in sé la legittimità trascendente sostituita al sacro religioso, la cui firma sui decreti non è autorizzazione procedurale ma consacrazione del dispositivo. Il culto della personalità che la storiografia tradizionale liquida come ornamento del potere è in realtà la sua struttura legittimante: senza la sacralizzazione del decisore non si dà la trasformazione del decreto in ordine cosmico, e senza quella trasformazione la fame indotta resterebbe semplicemente crimine, non riuscirebbe a presentarsi come passaggio necessario della storia universale. La megamacchina staliniana funziona perché religione politica gnostica e Cesarismo sacrale ne saldano il dispositivo tecnico al dispositivo ideologico.

La carestia come dispositivo

Quando la collettivizzazione è completata e i kulaki sono stati deportati, le campagne ucraine non producono di più. Producono di meno. Il bestiame è stato macellato dai contadini stessi prima di entrare nei kolchoz (fattorie collettive, abbreviazione di kollektivnoe chozjajstvo); le pratiche agricole secolari, basate su rotazioni e conoscenze locali, sono state sostituite da pianificazione centralizzata; i contadini più esperti sono stati eliminati come nemici di classe. Il raccolto del 1932, pur non catastrofico in termini assoluti, è insufficiente rispetto ai piani di consegna. A questo punto si apre, nella seconda metà del 1932, la decisione che trasforma la difficoltà economica in massacro deliberato. Nikolaj Ivnitskij, sulla base degli archivi sovietici aperti dopo il 1991, ha mostrato che il raccolto del 1932 sarebbe stato sufficiente a evitare una carestia di massa se la politica delle requisizioni fosse stata condotta diversamente. La direzione politica scelse l’opposto. Le requisizioni furono portate a saturazione, le riserve dei contadini furono rastrellate fino all’ultimo chicco, le sementi furono confiscate. La carestia, prevedibile e prevista, fu lasciata avanzare come dispositivo di soluzione politica del «problema ucraino».

La filiera amministrativa che produce la carestia è scandita da una sequenza di atti che articolano la megamacchina nella sua seconda fase, quella in cui l’apparato che ha riconvertito le campagne le riduce ora ad area di sterminio per via giuridica. Le khlibozahotivli, le quote di requisizione del grano, raggiungono in Ucraina nel 1932 livelli sproporzionati: secondo le ricostruzioni storiografiche, fra il 38 e il 44 per cento del raccolto totale come consegna allo Stato, percentuale che lascia ai contadini molto meno del minimo vitale. Brigate di attivisti comunisti, spesso provenienti dalle città e indottrinate alla durezza, setacciano le campagne casa per casa, requisendo non soltanto il grano ma qualsiasi altra forma di cibo: patate, barbabietole, bestiame minuto, persino le scorte invernali nascoste sotto i pavimenti. Il decreto del 7 agosto 1932 del Comitato Esecutivo Centrale e del Consiglio dei Commissari del Popolo URSS, sulla salvaguardia della proprietà socialista, completa la cornice giuridica: ogni furto di proprietà collettiva, anche la raccolta di poche spighe rimaste in un campo, è punibile con la fucilazione o, nei casi attenuati, con la detenzione non inferiore a dieci anni e la confisca dei beni. Fra l’agosto 1932 e il dicembre 1933 saranno comminate, ai sensi della legge, oltre 125.000 condanne, di cui 5.400 capitali. I contadini, nella tradizione orale ucraina, chiameranno il decreto «legge delle cinque spighe» (Zakon pro p’jat’ kolosočkiv): si poteva morire per averne raccolte cinque.

Quando la quota di una fattoria collettiva risulta inadempiente, scatta il dispositivo accessorio delle chorni doshky, le «lavagne nere», istituite fra il novembre e il dicembre del 1932. Circa quattrocento villaggi e fattorie collettive in Ucraina, sedici nel Kuban del Nord, vengono iscritti nelle liste e sottoposti a blocco militare totale: niente cibo può entrare, niente prodotti industriali possono essere acquistati, ogni transazione economica è interdetta. È una sentenza di morte collettiva pronunciata in forma amministrativa. Il decreto del 27 dicembre 1932 sui passaporti interni completa il dispositivo: la popolazione rurale non ha diritto al passaporto, e il potere di rilasciarlo resta in mano al capo del kolchoz; senza documento non si può lasciare il villaggio. La misura resterà in vigore, contro ogni evidenza della sua origine emergenziale, fino al 1974. Il sigillo viene apposto il 22 gennaio 1933 dalla direttiva congiunta di Stalin e Vjačeslav Molotov, indirizzata al Partito Comunista dell’Ucraina e del Kuban del Nord, che qualifica l’esodo dei contadini affamati come «organizzato dai nemici del potere sovietico, dai socialisti-rivoluzionari, dagli agenti della Polonia» con l’obiettivo di «screditare il sistema dei colcos e il sistema sovietico in generale». L’Armata Rossa sigilla i confini della repubblica. I contadini affamati che tentano di uscire vengono ricacciati indietro. Per milioni di persone non rimane altra opzione che morire dove si trovano.

DataDispositivoQualificazione tecnica
27 dicembre 1929Slogan staliniano di liquidazione del kulako come classeConferenza degli studenti marxisti della questione agraria, Mosca; pubblicazione su Pravda n. 309 del 29 dicembre 1929. Il kulako passa da categoria economica a categoria escatologica.
30 gennaio 1930Decreto sulla deportazione dei kulakiTre categorie di kulaki; fra 1,8 e 2,3 milioni di kulaki e familiari deportati nelle colonie speciali fra il 1930 e il 1931. Stima Hildermeier: 530.000-600.000 morti per la sola dekulakizzazione fino al 1953.
7 agosto 1932«Legge delle cinque spighe» (Zakon pro p’jat’ kolosočkiv)Decreto del Comitato Esecutivo Centrale e del Consiglio dei Commissari del Popolo URSS sulla salvaguardia della proprietà socialista. Sanzioni: fucilazione, oppure detenzione non inferiore a dieci anni con confisca dei beni. Oltre 125.000 condanne fra agosto 1932 e dicembre 1933, di cui 5.400 capitali.
novembre-dicembre 1932Chorni doshky (liste nere)Iscrizione di villaggi e fattorie collettive inadempienti rispetto alle quote di consegna: circa 400 in Ucraina, 16 nel Kuban del Nord. Blocco militare totale, divieto di transito di beni alimentari e merci.
22 gennaio 1933Direttiva Stalin-Molotov sulla chiusura dei confiniBlocco del «massiccio esodo» dei contadini affamati dall’Ucraina e dal Kuban del Nord verso altre regioni dell’URSS, qualificato come «organizzato dai nemici del potere sovietico». Sigillo militare dei confini della repubblica.
Cronologia dei dispositivi giuridico-amministrativi della carestia indotta, dalla liquidazione del kulako alla chiusura dei confini.

Quanti siano morti per effetto della filiera è questione su cui la storiografia accademica ha lavorato a partire dall’apertura degli archivi sovietici nel 1991. La convergenza maggioritaria si attesta su un range di tre milioni e mezzo-quattro milioni di morti ucraini diretti per la sola carestia ucraina fra il 1932 e il 1933, con le ricostruzioni demografiche più dettagliate (2015) che collocano la stima a circa tre milioni e novecentomila. Timothy Snyder, in Bloodlands (2010), indica tre milioni e trecentomila morti ucraini diretti. Anne Applebaum, in La grande carestia (Mondadori 2019), tre milioni e novecentomila in Ucraina e cinque milioni totali nell’URSS. Andrea Graziosi, sulla base dei rapporti diplomatici italiani raccolti nelle Lettere da Kharkov (Einaudi 1991), converge sulle stesse cifre. Robert Conquest, nella stima originaria del 1986 in Raccolto di dolore, aveva indicato cinque milioni in Ucraina e quattordici milioni e mezzo complessivi in URSS per collettivizzazione, dekulakizzazione e carestia: cifre oggi considerate dalla storiografia accademica come fascia alta del range possibile. Sull’altro versante interpretativo, R.W. Davies e Stephen G. Wheatcroft, in The Years of Hunger (Palgrave Macmillan 2004), stimano quattro milioni e seicentomila morti totali nell’URSS incluso il Kazakistan e contestano la qualificazione di intenzionalità genocidaria etnica, leggendo la carestia come conseguenza delle politiche di collettivizzazione piuttosto che come piano deliberato di sterminio nazionale. La voce è minoritaria, ma va menzionata per onestà del dibattito storiografico. Le stime governative ucraine contemporanee, che arrivano a sette-dieci milioni includendo i non-nati, vanno comprese nella loro legittimità politica e separate dalla cornice analitica della storiografia accademica internazionale, che non le condivide.

Il silenzio occidentale e la memoria contesa

Mentre la carestia produce nella primavera del 1933 il suo picco di mortalità, con un balzo della mortalità rurale che secondo le ricostruzioni di Graziosi fa morire all’apice della crisi diciassette persone al minuto, mille all’ora, quasi venticinquemila al giorno, il regime sovietico nega l’esistenza stessa di una carestia. Il diniego non è soltanto interno: si propaga al sistema mediatico occidentale attraverso un dispositivo di cooptazione e silenziamento che il caso paradigmatico di Walter Duranty illustra meglio di qualunque altra vicenda individuale del periodo.

Duranty (nato nel 1884, morto nel 1957), inglese di nascita ma trasferito a Mosca come corrispondente del New York Times dal 1922 al 1936, è alla soglia degli anni Trenta il giornalista occidentale più autorevole sull’URSS. Nel maggio del 1932 riceve il Premio Pulitzer per la corrispondenza estera (Pulitzer Prize for Correspondence), assegnato per la serie di articoli sul Primo Piano Quinquennale e sulla collettivizzazione sovietica. Va precisato per onestà filologica che il Pulitzer di Duranty è del 1932, antecedente cioè al picco della carestia ucraina: viene riconosciuto al giornalista che ha raccontato all’opinione pubblica anglosassone il successo dell’industrializzazione sovietica, non a quello che coprirà il massacro. Il fatto che la motivazione del premio elogi «la profondità, l’imparzialità, il giudizio sicuro» della copertura di Duranty diventerà, nella revisione successiva, una macchia che il Pulitzer Board non ha tuttavia mai inteso correggere: la decisione finale del 2003, dopo le petizioni di revoca del 1990 e dei primi anni Duemila, è stata di mantenere il premio dichiarando di non disporre di prove sufficienti dell’inganno.

Quel che importa, in cornice strutturale, non è il giudizio morale su Duranty ma la funzione che egli svolge nel dispositivo. Nel marzo 1933, mentre la carestia è al culmine, un giornalista gallese venticinquenne di nome Gareth Jones, in passato segretario per gli affari esteri dell’ex Primo Ministro David Lloyd George, attraversa clandestinamente l’Ucraina percorrendo a piedi villaggi e campagne dei dintorni di Kharkov. Quel che vede lo porta, una volta uscito dall’URSS, a tenere il 29 marzo 1933 una conferenza stampa a Berlino in cui denuncia pubblicamente la fame di massa, la mortalità diffusa, la disintegrazione del tessuto sociale. Articoli di Jones appaiono sul Western Mail di Cardiff, sul Manchester Guardian, sul New York Evening Post. La testimonianza è circostanziata, datata, geograficamente localizzata. Due giorni dopo la conferenza stampa, il 31 marzo 1933, in apertura del New York Times, Walter Duranty pubblica un articolo intitolato «Russians Hungry, But Not Starving» («I russi hanno fame, ma non stanno morendo di fame») in cui smentisce Jones con autorità di firma. La citazione canonica, ben documentata nella letteratura, recita: «Non c’è vera fame né morti per fame, ma c’è una mortalità diffusa dovuta a malnutrizione». Il medesimo articolo contiene la formula che diventerà emblema della giustificazione sistemica della violenza staliniana: «Ma, per dirla brutalmente, non si può fare una frittata senza rompere le uova». La paternità diretta della formula è stata oggetto di un’indagine recente di Richard J. Tofel, secondo cui Duranty l’avrebbe attribuita a un altro reporter del Times; resta in ogni caso pubblicata sotto la sua firma e canonicamente attestata, come scrive Tablet Magazine, come «catchphrase that by then had become his trademark», formula caratteristica della sua copertura sovietica.

Il caso non è defezione individuale di un giornalista corrotto dall’accesso esclusivo a Mosca o sedotto dall’autorità sovietica. È funzione strutturale di una società chiusa nel senso bergsoniano-popperiano del termine: una società che, non potendo ammettere il fallimento delle proprie politiche, sopprime il feedback critico che le farebbe correggere errore. Nella sua versione interna la soppressione è violenta e diretta (eliminazione fisica delle élite critiche, censura, propaganda di Stato, terrore della polizia politica, GPU prima e NKVD poi). Nella sua versione esterna, e questo è il punto strutturalmente più interessante, la soppressione si estende all’Occidente attraverso la cooptazione di intellettuali, giornalisti, diplomatici che, per ragioni di accesso esclusivo, vanità professionale o calcolo politico, accettano di funzionare come moltiplicatori della menzogna sovietica. Duranty non è eccezione, è caso paradigmatico del fenomeno che Julien Benda, già nel 1927 in La trahison des clercs, aveva diagnosticato come tradimento strutturale dell’intelligentsia novecentesca rispetto al proprio compito di custodia della verità. La connivenza dei clercs con la menzogna di Stato, articolata nel corpus PharosOutlook lungo l’asse Pellicani-Voegelin-Aron, non è caso accidentale ma funzione del sistema epistemico: la chiusura della società totalitaria propaga la propria logica fino a trovare ricezione nella società formalmente aperta che, per realpolitik, ha interesse a non vedere.

L’amministrazione Roosevelt, in procinto di riconoscere diplomaticamente l’URSS nel novembre 1933, ha bisogno che la carestia non esista per stabilizzare la cornice del riconoscimento. I governi britannico, francese, tedesco hanno bisogno di un’altra cosa: che la testimonianza di Jones sia messa in discussione, perché su quella testimonianza poggia il dilemma fra realpolitik e responsabilità. Duranty fornisce a tutti la soluzione: non c’è carestia, c’è qualche difficoltà di approvvigionamento. Gareth Jones, isolato professionalmente, torna in Galles. Nel 1935, durante un viaggio di reportage in Mongolia, viene assassinato in circostanze mai chiarite, in cui storiografia successiva ha ipotizzato un coinvolgimento dei servizi sovietici. La diaspora ucraina lo onorerà come Unsung Hero; la cultura occidentale lo dimenticherà fino alla riscoperta degli anni Novanta.

Vent’anni dopo la carestia, nel settembre del 1953, a New York, nel ventesimo anniversario dell’Holodomor, Raphael Lemkin pronuncia davanti a una manifestazione organizzata dalla comunità ucraina americana il discorso intitolato «Soviet Genocide in the Ukraine». Lemkin è il giurista ebreo-polacco che ha coniato il termine «genocidio» in Axis Rule in Occupied Europe (Carnegie Endowment, 1944) e che ha portato l’Assemblea Generale dell’ONU ad adottare il 9 dicembre 1948 la Convenzione per la prevenzione e la repressione del delitto di genocidio, entrata in vigore il 12 gennaio 1951. Nel discorso di New York, oggi disponibile nell’edizione critica curata da Roman Serbyn nel volume Holodomor: Reflections on the Great Famine of 1932‑1933 in Soviet Ukraine (Kashtan Press 2008), Lemkin qualifica l’Holodomor come «perhaps the classic example of Soviet genocide», forse l’esempio classico del genocidio sovietico, e ne articola la struttura in quattro fasi: lo sterminio dell’intelligencija ucraina come «national brain», la liquidazione della Chiesa autocefala come «national soul», la fame imposta ai contadini come «national backbone», il ripopolamento dei territori ucraini con etnie non ucraine come dissoluzione finale dell’unità nazionale. La quadripartizione lemkiniana ha valore documentale autonomo e fissa retroattivamente la lettura strutturale che la storiografia accademica successiva, da Conquest ad Applebaum a Snyder a Graziosi, articolerà con strumenti documentali più ricchi ma nella stessa direzione interpretativa.

Il riconoscimento istituzionale contemporaneo è arrivato per gradi. Il Parlamento Europeo, dopo una prima risoluzione del 23 ottobre 2008, ha approvato il 15 dicembre 2022 la risoluzione RC-B9-0559 con 507 voti favorevoli, 12 contrari e 17 astenuti, che riconosce l’Holodomor come genocidio contro il popolo ucraino. In Italia, la Commissione Affari Esteri della Camera ha approvato all’unanimità, il 20 febbraio 2023, la risoluzione 7-00049 presentata da Giulio Tremonti e altri; il Senato della Repubblica ha approvato in Aula, il 26 luglio 2023, la mozione n. 45 illustrata dal senatore Giulio Terzi di Sant’Agata con 130 voti favorevoli, nessun contrario e 4 astensioni. Il riconoscimento istituzionale italiano è dunque tripartito: due rami parlamentari italiani più la cornice europea. La memoria contesa permane: la storiografia ufficiale russa contemporanea continua a contestare la qualificazione di genocidio, replicando a distanza di novant’anni la stessa struttura epistemica che, soggetto attivo della negazione invece che ricettore passivo della menzogna di Stato, ha reso possibile l’Holodomor.

Quel che colpisce, e che salda il pezzo all’asse genealogico della tradizione imperiale russa, è la continuità della cornice strutturale. La società chiusa imperiale russa contemporanea, soggetto dell’aggressione del 2022 contro l’Ucraina e responsabile del blocco dei porti, della distruzione delle infrastrutture agricole, dell’uso del cibo come arma sui civili ucraini, non ripete tatticamente le tecniche staliniane: ne riproduce la cornice strutturale, perché il suo problema politico è lo stesso (l’anomalia ucraina come negazione interna dell’unità imperiale) e il suo strumento epistemico è lo stesso (la menzogna di Stato come riflesso necessario della chiusura societaria al feedback critico). La negazione contemporanea dell’Holodomor non è semplice revisionismo storiografico, è atto politico contemporaneo della stessa logica che ha reso il massacro possibile in origine.

La cornice analitica che il pezzo ha articolato consente di leggere l’Holodomor non come tragedia chiusa nel proprio passato, ma come dispositivo paradigmatico di una logica strutturale che resta operativa. Una società chiusa è una società che, non potendo ammettere il proprio errore, lo trasforma in arma contro la propria popolazione; e una società che ha trasformato il proprio errore in arma, lo trasformerà di nuovo, in forme analoghe, ogni volta che la stessa cornice strutturale tornerà a dispiegarsi. Il polo opposto è ciò che il corpus PharosOutlook ha articolato come anomalia europea della società aperta: il fallibilismo istituzionalizzato che, ammettendo strutturalmente il proprio errore, lo corregge attraverso il feedback critico invece di trasformarlo in arma. L’apertura della società civile europea moderna non è conquista naturale né punto di arrivo definitivo: è conquista storica precaria, la cui sospensione, per via amministrativa, ideologica o imperiale, riapre la cornice in cui dispositivi come quello dell’Holodomor diventano di nuovo praticabili. La domanda residua, che il pezzo non chiude ma lascia aperta sulla soglia dell’esperienza politica contemporanea, è in che misura le condizioni strutturali della società aperta siano state messe in discussione, e in che misura le strutture epistemiche della società chiusa imperiale russa abbiano trovato nuove ricezioni nelle nostre stesse società formalmente democratiche.

Bibliografia ragionata

Il pilastro fondativo della storiografia internazionale dell’Holodomor è Robert Conquest, The Harvest of Sorrow: Soviet Collectivization and the Terror-Famine (Oxford University Press, 1986), tradotto in italiano come Raccolto di dolore. Collettivizzazione sovietica e carestia terroristica (Edizioni della Fondazione Liberal, Roma, 2004, a cura di Vittoria De Vio Molone e S. Minucci, con prefazione di Federigo Argentieri e postfazione di Ettore Cinnella; riedizione Rizzoli 2023 con prefazione di Marco Clementi). Il libro è la prima ricostruzione integrale del massacro e ne fissa l’interpretazione come «terror-famine», carestia terroristica deliberatamente prodotta come arma contro l’identità nazionale ucraina; le sue stime numeriche (cinque milioni in Ucraina) sono oggi considerate dalla storiografia accademica come fascia alta del range possibile, ma la cornice interpretativa di intenzionalità genocidaria etnica è confermata dalla letteratura successiva.

La sintesi contemporanea di riferimento è Anne Applebaum, Red Famine: Stalin’s War on Ukraine (Allen Lane / Doubleday, 2017), uscita in italiano come La grande carestia. La guerra di Stalin all’Ucraina (Mondadori, Le Scie, 2019, traduzione di Massimo Parizzi). Applebaum, già premio Pulitzer per Gulag (2003), ricostruisce la decisione politica attraverso cui la carestia, nata dal caos della collettivizzazione, viene strumentalizzata consapevolmente da Stalin e dal suo entourage a partire dall’autunno del 1932 come arma mirata contro l’identità nazionale ucraina. Il libro si avvale dei contributi storiografici di Andrea Graziosi, Terry Martin, Serhii Plokhy, Frank Sysyn, ed è leggibile come sintesi cumulativa della ricerca post-1991 sugli archivi sovietici aperti.

La cornice geografica più ampia, che colloca l’Holodomor nella serie degli sterminii dell’Europa centro-orientale fra il 1933 e il 1945, è in Timothy Snyder, Bloodlands: Europe Between Hitler and Stalin (Basic Books, 2010), tradotto come Terre di sangue. L’Europa nella morsa di Hitler e Stalin (Rizzoli, 2011; riedizione BUR La storia, le storie, 2021). Snyder analizza l’Holodomor come primo grande atto di sterminio di massa nelle Bloodlands, sottolineandone la specificità come progetto politico stalinista volto a risolvere il «problema ucraino» attraverso l’omicidio di massa di milioni di civili.

Per la storiografia italiana, il riferimento centrale resta Andrea Graziosi (a cura di), Lettere da Kharkov. La carestia in Ucraina e nel Caucaso del Nord nei rapporti dei diplomatici italiani. 1932‑33 (Einaudi, Torino, 1991, collana Gli Struzzi), riedito nel 2022 in appendice a La grande guerra contadina in Urss. Bolscevichi e contadini (1918‑1933) (Officina Libraria). I documenti diplomatici italiani, redatti dai diplomatici fascisti accreditati in URSS e letti personalmente da Mussolini, sono fra le migliori fonti primarie sulla carestia, validate anche dopo l’apertura degli archivi sovietici. Graziosi è anche autore di una sintesi storiografica recente sull’argomento, L’Ucraina e Putin tra storia e ideologia, che articola la continuità fra Holodomor staliniano e aggressione russa del 2022.

La posizione storiografica minoritaria sulla questione dell’intenzionalità è rappresentata da R.W. Davies e Stephen G. Wheatcroft, The Years of Hunger: Soviet Agriculture, 1931‑1933 (Palgrave Macmillan, 2004), che leggono la carestia come effetto delle politiche di collettivizzazione e delle requisizioni di grano per finanziare l’industrializzazione, contestando la qualificazione di intento genocidaria etnica deliberata sostenuta da Conquest. La voce è minoritaria nel quadro accademico maggioritario, ma è citabile come articolazione legittima del dibattito storiografico.

Sul piano giuridico e concettuale, il riferimento fondante è Raphael Lemkin, Axis Rule in Occupied Europe: Laws of Occupation, Analysis of Government, Proposals for Redress (Carnegie Endowment for International Peace, Washington, 1944), in cui il termine «genocidio» viene coniato; e il discorso «Soviet Genocide in the Ukraine», pronunciato a New York nel settembre 1953 nel ventesimo anniversario dell’Holodomor, oggi disponibile nell’edizione critica curata da Roman Serbyn in Lubomyr Y. Luciuk (ed.), Holodomor: Reflections on the Great Famine of 1932‑1933 in Soviet Ukraine (Kashtan Press, Kingston, 2008). Per la cornice teorica del totalitarismo come religione politica gnostica, il riferimento canonico è Eric Voegelin, Le religioni politiche (Morcelliana, Brescia, 1993, originale tedesco 1938), saldato all’articolazione contemporanea di Luciano Pellicani, La società dei giusti. Parabola storica dello gnosticismo rivoluzionario (Rubbettino, Soveria Mannelli, 2012).

Per le fonti documentali archivistiche aggiornate, l’Holodomor Research and Education Consortium (https://holodomor.ca) raccoglie documentazione, testimonianze, e materiali didattici di riferimento internazionale.

Glossario etimologico

Holodomor (ucraino Голодомор): da holod «fame, carestia» (radice slava comune gold-, riconducibile a una base indoeuropea gʷel-d- di significato connesso alla privazione) e moryty «far morire, infliggere una morte dolorosa» (slavo moriti, causativo di merti «morire», radice indoeuropea mer-). Letteralmente «sterminio per fame», con la fame trattata come azione transitiva: non «morire di fame» ma «far morire di fame».

Korenizacija (russo коренизация): «radicamento», nome verbale astratto da koren’ «radice» (slavo korenĭ, radice indoeuropea ker-/kor-). Politica nazionale sovietica del 1923-primi anni Trenta volta a promuovere lingue e culture locali nelle repubbliche non russe; in Ucraina la sua forma è la ukrainizatsija (ucrainizzazione), brutalmente interrotta da Stalin a partire dal 1932.

Kulak (russo кулак): letteralmente «pugno» (slavo kulakŭ, etimologia incerta, plausibilmente da un prestito turcomanno con slittamento semantico, o da una radice slava di significato affine). Originariamente designa il contadino prospero che impiega manodopera salariata; in epoca stalinista diventa etichetta politico-escatologica applicata a qualsiasi oppositore della collettivizzazione.

Kolchoz (russo колхоз): abbreviazione di kollektivnoe chozjajstvo «economia collettiva», dove kollektivnoe «collettivo» è di origine latina (collectivus) e chozjajstvo «economia, fattoria» è derivato dal russo chozjain «padrone». Fattoria collettiva di proprietà statale, struttura agraria che sostituisce la proprietà privata della terra dopo la collettivizzazione forzata del 1930.

Khlibozahotivli (ucraino хлібозаготівлі): composto di khlib «pane, grano» (slavo chlebŭ, prestito antico dal germanico hlaibaz) e zahotivli «approvvigionamenti, requisizioni» (da slavo gotoviti «preparare»). Quote di consegna obbligatoria del grano allo Stato, dispositivo amministrativo che nel 1932 raggiunge in Ucraina il 38-44 per cento del raccolto totale.

Chorni doshky (ucraino чорні дошки): da chornij «nero» (slavo čĭrnŭ) e doška «tavola, lavagna» (slavo dŭska). Letteralmente «lavagne nere», nel senso di liste di proscrizione; sistema di iscrizione di villaggi e fattorie collettive inadempienti, sottoposti a blocco militare totale fra il novembre e il dicembre del 1932.

Rozstriljane vidrodžennja (ucraino Розстріляне відродження): composto di rozstriljaty «fucilare» (slavo strěljati «scoccare, sparare») e vidrodženija «rinascimento, rinascita» (da rid «genere, stirpe» con prefisso vid-). «Rinascimento fucilato», designazione canonica della generazione letteraria, artistica e scientifica ucraina degli anni Venti-primi Trenta sterminata da Stalin fra il 1929 e la fine degli anni Trenta.

GPU e NKVD (sigle della polizia politica sovietica): la GPU (Государственное политическое управление, Gosudarstvennoe Političeskoe Upravlenie, «Direzione politica statale») operò dal 1922 al 1934, quando fu assorbita dall’NKVD (Народный комиссариат внутренних дел, Narodnyj Komissariat Vnutrennich Del, «Commissariato del Popolo per gli Affari Interni»), strumento del Grande Terrore staliniano fra il 1934 e il 1946 e responsabile operativo della repressione nelle campagne ucraine durante la carestia.



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