Morire di fame per decreto: la storia dell’Holodomor ucraino e la carestia come arma di Stato

C’è una parola, in lingua ucraina, che non descrive solo la fame. È una parola che racchiude il gelo della morte lenta, l’intenzione di uccidere, lo sterminio. Quella parola è Holodomor. Composta da holod (fame) e moryty (uccidere, infliggere una morte dolorosa), non racconta una carestia, ma un omicidio di massa. Tra il 1932 e il 1933, milioni di ucraini non morirono per un capriccio della natura o per un raccolto andato a male. Morirono perché il regime sovietico di Iosif Stalin decise di usare il cibo come un’arma.

Questa non è la cronaca di una catastrofe inevitabile. È la storia di un genocidio meticolosamente ingegnerizzato, a lungo negato dal Cremlino e colpevolmente ignorato da gran parte del mondo. Una tragedia che affonda le sue radici nella stessa esistenza di un’identità nazionale ucraina, percepita da Mosca come una minaccia mortale al suo progetto totalitario.

Un Popolo, una Minaccia: Perché l’Ucraina?

Per capire l’Holodomor, bisogna tornare indietro di un decennio. La breve, ma intensa, esperienza di indipendenza della Repubblica Popolare Ucraina (1917-1921) aveva lasciato un segno indelebile. Aveva dimostrato che l’Ucraina possedeva una coscienza nazionale e la capacità di essere uno Stato. Per i bolscevichi, questo era inaccettabile.

Negli anni ’20, con una politica di facciata nota come korenizacija (“indigenizzazione”), Mosca permise una certa fioritura culturale ucraina. Ma quando Stalin consolidò il suo potere, vide in questa rinascita non un successo, ma un pericolo. La reazione fu brutale. A partire dalla fine degli anni ’20, l’élite intellettuale, politica e religiosa ucraina fu sistematicamente annientata. Scrittori, artisti, scienziati e preti furono arrestati, deportati o fucilati in quella che oggi è nota come il “Rinascimento Fucilato”. Fu un’operazione strategica: prima di spezzare la schiena della nazione – i suoi contadini – il regime ne decapitò la mente e l’anima.

La Guerra nelle Campagne: Collettivizzazione e “Dekulakizzazione”

Il Primo Piano Quinquennale di Stalin esigeva un’industrializzazione forzata, finanziata prosciugando le campagne. L’Ucraina, il “granaio d’Europa”, doveva pagare il prezzo più alto. Questo si tradusse in due politiche devastanti:

  1. Collettivizzazione Forzata: La proprietà privata della terra fu abolita. I contadini furono costretti con il terrore a entrare in fattorie statali, i kolchoz. Chi si opponeva vedeva la propria resistenza etichettata come “sabotaggio controrivoluzionario”. La produzione agricola, privata di ogni incentivo e basata su pratiche secolari, crollò.
  2. Liquidazione dei Kulaki: Il termine kulak, che indicava un contadino benestante, divenne un’etichetta per bollare qualsiasi oppositore. Questi “nemici del popolo” furono deportati a milioni in Siberia o giustiziati. Eliminando i contadini più esperti e produttivi, il regime sabotò deliberatamente la propria agricoltura, creando il pretesto per punire la conseguente scarsità di cibo con ancora più violenza.

L’Ingegneria della Morte: Come si Costruisce un Genocidio

La carestia non fu una semplice conseguenza di queste politiche. Fu costruita, pezzo per pezzo, attraverso un sistema di leggi e decreti che trasformarono la fame in un’arma di sterminio.

  • Quote Impossibili: All’Ucraina furono imposte quote di requisizione del grano (khlibozahotivli) palesemente irraggiungibili. Brigate di attivisti comunisti setacciarono le campagne, confiscando fino all’ultimo chicco, comprese le sementi per il raccolto futuro.
  • La “Legge delle Cinque Spighe”: Approvata nell’agosto 1932, questa legge puniva con la morte o dieci anni di Gulag chiunque, anche un bambino, fosse stato sorpreso a raccogliere qualche spiga rimasta in un campo. Sopravvivere divenne un crimine capitale.
  • Multe in Natura e “Liste Nere”: Quando il grano finì, le brigate iniziarono a confiscare qualsiasi altro tipo di cibo: patate, barbabietole, bestiame. Interi villaggi che non raggiungevano le quote venivano iscritti sulle chorni doshky (“liste nere”): questo significava un blocco militare totale. Nessun cibo poteva entrare o uscire. Era una condanna a morte collettiva.
  • La Chiusura dei Confini: Il sigillo finale sulla trappola fu un decreto segreto del gennaio 1933, firmato da Stalin in persona. Ai contadini dell’Ucraina fu esplicitamente proibito di lasciare i loro territori per cercare cibo altrove. L’Armata Rossa sigillò i confini della repubblica, trasformandola in un immenso campo di sterminio a cielo aperto.

Il risultato fu l’apocalisse. Milioni di persone morirono di fame, le strade si riempirono di cadaveri, il tessuto sociale si disintegrò fino a episodi di cannibalismo. Fu la distruzione calcolata di un popolo.

Il Silenzio del Mondo: La Grande Negazione

Mentre l’Ucraina moriva, il mondo voltava le spalle. Il Cremlino negò l’esistenza di qualsiasi carestia, respingendo gli aiuti internazionali e bollando ogni notizia come “propaganda antisovietica”.

Questa menzogna trovò complici inaspettati in Occidente. Il caso più emblematico fu quello di Walter Duranty, corrispondente del New York Times da Mosca e vincitore del Premio Pulitzer. Mentre il coraggioso giornalista gallese Gareth Jones denunciava al mondo l’orrore a cui aveva assistito viaggiando clandestinamente in Ucraina, Duranty lo smentiva pubblicamente, scrivendo che “i russi hanno fame, ma non stanno morendo di fame” e liquidando la tragedia con la famigerata frase: “Non si può fare una frittata senza rompere le uova”.

Per approfondire il ruolo della stampa occidentale, leggi l’analisi su Walter Duranty

Anche i governi occidentali, pur essendo informati dai loro diplomatici, scelsero il silenzio per ragioni di realpolitik. Gli Stati Uniti di Roosevelt erano sul punto di riconoscere diplomaticamente l’URSS, vista come un enorme mercato potenziale. Nessuno voleva compromettere gli affari per una “questione interna” sovietica.

L’Eredità dell’Holodomor Oggi

Per cinquant’anni, l’Holodomor è stato un fantasma, un trauma indicibile custodito solo nella memoria della diaspora ucraina. Con l’indipendenza del 1991, la verità ha iniziato a emergere, diventando un pilastro dell’identità nazionale. Oggi, decine di Paesi, inclusa l’Italia (2023), riconoscono l’Holodomor come un atto di genocidio.

Questa memoria non è mai stata così attuale. Le azioni della Russia di oggi – il blocco dei porti, la distruzione delle infrastrutture agricole, l’uso del cibo come arma – riecheggiano sinistramente le tattiche staliniste. Ricordare l’Holodomor non è un semplice esercizio storico. È un dovere morale per onorare milioni di vittime e un monito per il presente: la fame, quando usata come arma, non è mai una fatalità. È un crimine contro l’umanità. E dimenticarlo significa renderlo possibile di nuovo.

Bibliografia Essenziale

1. Robert Conquest, Raccolto di dolore: Collettivizzazione sovietica e carestia terroristica (1986)

  • L’autore: Storico britannico-americano, Robert Conquest (1917-2015) è stato uno dei pionieri degli studi sul totalitarismo sovietico. Il suo lavoro, basato sulle prime testimonianze dei sopravvissuti e su analisi demografiche, è stato fondamentale per far conoscere l’Holodomor al pubblico occidentale.
  • Sinossi: Raccolto di dolore è stata la prima grande opera a definire la carestia ucraina come un atto deliberato di terrore. Conquest sostiene che Stalin non solo provocò la carestia, ma la usò intenzionalmente per schiacciare il nazionalismo ucraino e la resistenza contadina. Sebbene alcune delle sue stime numeriche siano state aggiornate da studi successivi, il libro rimane un testo fondamentale che ha definito i termini del dibattito per decenni.

2. Anne Applebaum, La fame rossa: La guerra di Stalin all’Ucraina (2017)

  • L’autrice: Giornalista e storica americana, Anne Applebaum (n. 1964) ha vinto il Premio Pulitzer per il suo libro Gulag: Storia dei campi di concentramento sovietici. È una delle massime esperte di storia dell’Europa orientale e del comunismo.
  • Sinossi: La fame rossa è una sintesi moderna e potentemente documentata. Applebaum ricostruisce in dettaglio non solo i meccanismi della fame, ma anche il contesto dell’attacco all’identità ucraina. La sua tesi è che, sebbene la carestia sia nata dal caos della collettivizzazione, Stalin e il suo entourage la “strumentalizzarono” consapevolmente a partire dall’autunno del 1932, trasformandola in un’arma mirata contro l’Ucraina per annientarne le aspirazioni nazionali.

3. Timothy Snyder, Terre di sangue: L’Europa tra Hitler e Stalin (2010)

  • L’autore: Storico americano, Timothy Snyder (n. 1969) è professore all’Università di Yale e uno dei più influenti studiosi contemporanei di fascismo, comunismo e storia dell’Europa centrale e orientale.
  • Sinossi: Terre di sangue non è un libro esclusivamente sull’Holodomor, ma lo colloca in un contesto geografico e temporale più ampio: le “terre di sangue” dell’Europa orientale dove, tra il 1933 e il 1945, i regimi di Stalin e Hitler uccisero 14 milioni di civili. Snyder analizza l’Holodomor come il primo grande atto di sterminio di massa in quest’area, sottolineandone la specificità come progetto politico stalinista per risolvere il “problema ucraino” attraverso l’omicidio di massa.

4. Raphael Lemkin, Il genocidio sovietico in Ucraina (discorso del 1953)

  • L’autore: Giurista ebreo-polacco, Raphael Lemkin (1900-1959) è l’uomo che ha coniato il termine “genocidio” e che ha dedicato la sua vita a farlo riconoscere come crimine dal diritto internazionale, portando alla Convenzione ONU del 1948.
  • Sinossi: Sebbene non sia un libro, il pensiero di Lemkin è cruciale. Già nel 1953, considerava l’Holodomor un “classico esempio di genocidio sovietico”. La sua analisi, incredibilmente lucida, descriveva un piano in quattro fasi: 1) lo sterminio dell’intellighenzia (il “cervello” della nazione); 2) la liquidazione della Chiesa (l’”anima”); 3) la fame imposta ai contadini (la “spina dorsale”); 4) il ripopolamento con etnie non ucraine per frammentare il popolo. Per l’inventore stesso del termine, non c’erano dubbi: l’Holodomor era un genocidio.

Dizionario Minimo

  • Holodomor (Годомо́р): Termine ucraino derivato da holod (fame, carestia) e moryty (uccidere, sterminare, far soffrire). Significa letteralmente “sterminio per fame”.
  • Kulak (in russo: кула́к): Parola russa che significa “pugno”. Originariamente indicava un contadino benestante. In epoca stalinista, divenne un’etichetta politica dispregiativa usata per designare qualsiasi contadino (o chiunque) si opponesse alla collettivizzazione, giustificandone la persecuzione, la deportazione o l’esecuzione.
  • Kolchoz (in russo: колхо́з): Abbreviazione russa per коллективное хозяйство (kollektivnoe chozjajstvo), ovvero “fattoria collettiva”. Erano le aziende agricole di proprietà statale in cui i contadini furono costretti a lavorare dopo l’abolizione della proprietà privata.
  • Korenizacija (in russo: коренизация): Termine russo che significa “indigenizzazione” o “radicamento”. Fu una politica sovietica degli anni ’20 volta a promuovere le lingue e le culture locali nelle repubbliche non russe per ottenere il consenso delle élite locali. In Ucraina, prese la forma di una vigorosa “ucrainizzazione”, poi brutalmente repressa da Stalin.
  • Chorni Doshky (in ucraino: чорні дошки): Espressione ucraina che significa “liste nere” o “lavagne nere”. Era il nome del sistema con cui interi villaggi o fattorie collettive che non raggiungevano le folli quote di grano venivano puniti con un blocco economico e militare totale, che ne causava la morte per fame.
  • GPU / NKVD: Sigle della polizia segreta sovietica. La GPU (Gosudarstvennoe Političeskoe Upravlenie) operò fino al 1934, quando fu assorbita dall’NKVD (Narodnyj Komissariat Vnutrennich Del, o Commissariato del Popolo per gli Affari Interni), che divenne lo strumento principale del Grande Terrore staliniano.


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