Humberto Maturana e il fondamento biologico della convivenza politica. Primo articolo della serie.
Quando Humberto Maturana Romesín morì a Santiago, il 6 maggio 2021, all’età di novantadue anni, i necrologi lo ricordarono soprattutto come il biologo che, insieme a Francisco Varela, aveva coniato la parola «autopoiesi» (dal greco autós, «sé», e poíesis, «produzione»: la capacità del vivente di generare di continuo i propri componenti e, con essi, sé stesso). Era stato un grande epistemologo, l’uomo della «biologia del conoscere» e di quella objetividad entre paréntesis che invitava a sospendere la pretesa di una realtà data una volta per tutte, indipendentemente da chi la osserva. A questa sospensione corrispondeva uno spostamento che è già, in nuce, politico: dal domandare sull’essere, che presuppone un mondo oggettivo cui adeguarsi, al domandare sul fare, che riconosce come ogni mondo sorga dalle azioni di chi lo abita. Assai meno noto, e a torto, è il Maturana propriamente politico: il biologo che ebbe l’audacia rara di trarre conseguenze sull’ordine delle società umane direttamente dalla biologia del vivente. È questo Maturana che intendo riportare alla luce nella presente serie, nella convinzione che offra alla riflessione politica contemporanea qualcosa che essa insegue da tempo e di rado afferra: un fondamento né metafisico né contrattualistico, ma biologico, alla libertà e alla convivenza.
Il nucleo della sua filosofia politica si trova in un testo breve e densissimo: l’Introduzione che Maturana scrisse, da solo, nel 1980, per l’edizione Reidel di Autopoiesis and Cognition. Il dettaglio dell’attribuzione non è pedanteria filologica. Varela non condivise mai quell’estensione politica del paradigma, e i due autori avevano esplicitamente rinviato, fin dal 1973, la questione se le società umane fossero sistemi autopoietici. Maturana se ne assunse la responsabilità in solitudine, e lo fece nel Cile di Pinochet, circostanza che grava su ciascuna delle sue righe: la tesi che andava formulando non descriveva un’astrazione di laboratorio, ma una cosa che aveva sotto gli occhi. Quella tesi suona così: il corso spontaneo della trasformazione storica di una società tende al totalitarismo. Il meccanismo che la sorregge è impietoso nella sua semplicità. Ciò che si stabilizza storicamente, in un sistema sociale, sono le relazioni che conservano il sistema come unità, non quelle che garantiscono il benessere degli esseri umani che lo compongono. Tra la persistenza del tutto e la fioritura delle parti non vi è alcuna armonia prestabilita, e quando le due divergono, è la prima a prevalere per pura inerzia strutturale. Una società lasciata a sé ottimizza dunque la propria conservazione, non la vita buona dei suoi membri, e l’ottimizzazione della conservazione, spinta al limite, ha il volto del totalitarismo: un ordine che si perpetua a spese di coloro che dovrebbe servire.
Conviene maneggiare questa tesi con la stessa cautela che Maturana vi ripone. Essa è formulata in registro descrittivo, quasi clinico: descrive una tendenza, non pronuncia una condanna morale. Il transito dalla constatazione biologica, secondo cui i sistemi sociali tendono a conservarsi, al giudizio politico, secondo cui il totalitarismo è un male da scongiurare, non è affatto automatico, e segna il punto preciso in cui la biologia cede il passo a una decisione che la biologia non può fondare da sé. Trattare quel transito come ovvio sarebbe l’errore più diffuso, e anche il più rivelatore, nella ricezione di Maturana. Custodirlo invece come problema aperto, come la soglia stessa tra ciò che è e ciò che vogliamo, è il solo modo di prenderlo sul serio. Si potrebbe dire che Maturana ci consegna una diagnosi e ci lascia, deliberatamente, la prognosi tra le mani: descrive la malattia dei corpi sociali, ma la terapia esige da noi un atto che nessuna legge naturale impone.
Affermare che le società tendano alla conservazione non equivale, in Maturana, a dichiarare che una società sia un sistema autopoietico nel senso pieno in cui lo è una cellula. Egli mantenne sempre una spiccata prudenza su questo punto, e quando il sociologo Niklas Luhmann importò l’autopoiesi nella teoria dei sistemi sociali, facendone il cardine di un’intera sociologia, Maturana protestò: non per rivendicare una paternità, ma perché ravvisava in quell’operazione la dissoluzione della novità stessa del concetto, forgiato per descrivere il vivente e non le astrazioni della comunicazione sociale. La forza della sua tesi politica non dipende dunque dall’ipostatizzare la società come un organismo, mossa che una parte della letteratura giudica illegittima. Essa poggia su un fondamento più sobrio, e per ciò stesso più difendibile: il riconoscimento che ogni sistema, biologico o sociale, esibisce una tendenza alla propria conservazione capace di confliggere con il bene dei suoi componenti, e che solo un atto deliberato di chi lo abita può piegare quella tendenza verso la fioritura anziché verso la nuda persistenza. Mantenere ferma questa distinzione mette Maturana al riparo dall’accusa di metafora indebita e ne salvaguarda il nocciolo politico.
Negli anni Novanta, rivolgendosi ormai a un Cile uscito dalla dittatura, Maturana condensò la propria posizione in cinque parole spagnole: «la democracia es una obra de arte». L’espressione è più rigorosa di quanto la sua eleganza lasci sospettare. Se la deriva verso il totalitarismo costituisce il corso naturale dei sistemi sociali, allora la democrazia non è uno stato di natura cui si possa ritornare, né un esito garantito di un qualche progresso storico: è un artefatto, qualcosa che va prodotto e continuamente rifatto, alla maniera in cui un’opera d’arte non si dà da sé ma esige il gesto di chi la fabbrica. La scelta del termine non è casuale in un uomo che aveva passato la vita meditando sul greco poíesis: l’opera d’arte è poiesis, fabbricazione deliberata opposta all’inerzia delle cose. La democrazia, in questa luce, si rivela una eccezione etica strappata di continuo alla tendenza spontanea dei sistemi, e va difesa nella piena consapevolezza che nulla, nella biologia delle società, la assicura in anticipo. Ne discende un corollario che capovolge l’intuizione comune: vivremo in democrazia nella misura in cui vorremo farlo, giorno per giorno, e mai perché un meccanismo storico ce ne faccia dono. La democrazia non si possiede, si pratica; e ciò che non si pratica, lentamente, si disfa.
Su che cosa si regge, allora, questo artefatto fragile? Sull’emozione che Maturana colloca a fondamento stesso del sociale, e che battezza, con scelta lessicale spiazzante in bocca a un biologo, amore: non un sentimento, ma il dominio di azioni nel quale l’altro emerge come legittimo altro nella convivenza, in condizioni di reciproca sicurezza. Da questa radice discende la sua critica più affilata, che a un orecchio italiano d’oggi risuona di stretta attualità: la libre competencia è un eufemismo, e la competizione, lungi dall’essere sana, si costituisce sempre nella negazione dell’altro. Una società che educa alla competizione educa, sul piano biologico, alla negazione reciproca, e prepara così il terreno proprio a quella deriva che dichiara di voler scongiurare. Vi è, in questa biologia della convivenza, un punto che tocca da vicino chi si occupa di educazione: Maturana fa risalire la radice stessa della democrazia all’infanzia, alla qualità della cura e del rispetto nei quali un bambino viene accolto come legittimo altro, perché è lì che si apprende, o si disapprende, la convivenza democratica prima ancora di poterla nominare. La democrazia come opera d’arte è dunque il dominio del mutuo rispetto, e affonda assai più in profondità della sfera istituzionale: non l’arena nella quale i più forti prevalgono, ma lo spazio nel quale la legittimità dell’altro diventa la condizione, e non l’ostacolo, della propria.
Resta una domanda, che non scioglierò in questa apertura ma che percorrerà l’intera serie come un basso continuo. Quanto di tutto ciò è liberale? Se per liberalismo si intende il liberismo economico, la risposta è recisa: nulla, poiché Maturana ne smonta alla radice il presupposto competitivo. Ma se si intende il liberalismo politico nel suo senso più radicale e puro, quello che pone la libertà come scelta mai garantita, il rispetto della persona come fine in sé e l’avversione viscerale a ogni totalitarismo, allora Maturana non si limita a risuonarvi: offre a quella tradizione qualcosa che essa ha sempre affermato senza mai radicarlo per davvero, vale a dire un fondamento biologico. Il liberalismo politico ha dovuto, da sempre, presupporre la libertà come un dato di fatto o un postulato; Maturana tenta di spiegarne l’origine vivente, individuandola nella ricorsività del linguaggio, in quella capacità di osservarci mentre agiamo che ci rende, biologicamente, esseri capaci di scelta riflessiva. Se questa saldatura regga fino in fondo, oppure se la biologia dell’amore e la «società anarchica» (da an-arché, priva di un principio dominante, di una gerarchia che la fondi dall’alto) che Maturana talora evoca finiscano per eccedere ogni cornice liberale, è precisamente ciò che metteremo alla prova nei prossimi articoli, leggendo da vicino Emociones y lenguaje en educación y política (1990), cuore della sua riflessione su educazione e politica, e percorrendo poi l’intera produzione di stretto interesse politico, da La democracia es una obra de arte alle opere che ne prolungano l’orizzonte.
Fonti e riferimenti
- Maturana, H. R. (1980). Introduction. In H. R. Maturana & F. J. Varela, Autopoiesis and Cognition: The Realization of the Living (Boston Studies in the Philosophy of Science, vol. 42). Dordrecht: D. Reidel.
- Maturana, H. R. (1990). Emociones y lenguaje en educación y política. Santiago: Hachette / CED.
- Maturana, H. R. (1995). La democracia es una obra de arte. Bogotá: Cooperativa Editorial Magisterio / Instituto para el Desarrollo de la Democracia Luis Carlos Galán.
Nota. La formula «opera d’arte» appartiene alla produzione cilena degli anni Novanta, mentre la tesi della deriva totalitaria spontanea è dell’Introduzione del 1980; le due vengono qui saldate concettualmente pur provenendo da sedi distinte. Humberto Maturana Romesín (Santiago, 14 settembre 1928 – 6 maggio 2021) fu insignito del Premio Nacional de Ciencias del Cile nel 1994.

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