Oltre la chimera del turismo: il benessere dei residenti come unico motore di sviluppo sostenibile

Manfredonia, Capitanata, oggi: nei documenti programmatici e nei discorsi pubblici locali il turismo torna come parola d’ordine, formula che dovrebbe rendere conto della sostenibilità futura del territorio. La parola d’ordine non è una particolarità manfredoniana; è il calco che molte amministrazioni del Mezzogiorno applicano da decenni alle proprie strategie di sviluppo, salvo poi misurarne i risultati su metriche di flusso (arrivi, presenze, posti letto) che con la qualità della vita dei residenti hanno un rapporto obliquo, quando ce l’hanno. La tesi che intendo argomentare è il rovesciamento del paradigma: il turismo di qualità non è la causa della prosperità di un luogo ma la sua conseguenza eventuale. La causa è altrove. Sta in ciò che il capability approach di Sen permette di nominare con precisione: non i flussi che un territorio attrae, ma le libertà sostantive che i suoi abitanti vi possono esercitare.

«Chimera» è qui un termine tecnico, non una metafora corrente. La chimera mitica è il composto di parti eterogenee saldate male, l’animale impossibile la cui ibridazione non regge alla verifica anatomica. Nel discorso sullo sviluppo locale, la chimera è la costruzione mentale che assembla parti incompatibili (vocazioni territoriali, modelli economici esogeni, ricette amministrative trapiantate) e poi pretende che la creatura cammini.

Le due chimere e l’errore epistemico comune

Nei processi di sviluppo che hanno attraversato Manfredonia agiscono e hanno agito due chimere, antitetiche nella forma e congiunte nell’errore. La prima è la chimera dell’industrializzazione forzata: nella Prima Repubblica, l’impianto petrolchimico imposto al territorio come dispositivo di crescita esogena, e poi l’esperienza del Contratto d’Area, hanno tentato di importare un modello industriale calato dall’alto su un tessuto che non lo richiedeva. La seconda, oggi operante, è la chimera della città turistica: l’idea che il fronte mare riqualificato, il borgo restaurato per fotografia, l’evento estivo possano sostituire una struttura economica autonoma e generare prosperità per gemmazione.

Le due chimere si sono presentate come opposte. La prima parlava il dialetto della grande industria, della pesantezza meccanica, della Prima Repubblica; la seconda parla quello del marketing territoriale, dell’esperienza turistica, della Repubblica dei piani regionali. Eppure condividono un difetto strutturale: ignorano i conversion factors del territorio. Il termine viene da Sen. Lo stesso paniere di risorse, in contesti diversi, si converte in functionings molto diversi a seconda di una serie di variabili che la teoria del capability approach chiama appunto conversion factors: personali (capitale umano, salute, istruzione preesistente), sociopolitici (qualità delle istituzioni, capitale sociale, configurazione del mercato del lavoro), ambientali (posizione geografica, infrastrutture preesistenti, condizioni del territorio). Trapiantare un modello da un contesto a un altro senza interrogare i conversion factors significa, letteralmente, attendersi che la stessa pianta produca gli stessi frutti su terreni diversi. Non li produce.

La chimera industriale ignorò i conversion factors quando installò impianti petrolchimici incompatibili con la vocazione marittima, agricola, urbana della città; lasciò un’eredità ambientale che ancora oggi pesa, e un’eredità di disoccupazione di lungo periodo che ha alimentato l’emigrazione. La chimera turistica li ignora oggi quando immagina che il flusso di visitatori possa sostituire l’economia che lo dovrebbe sostenere, salvo poi scoprire che senza tessuto produttivo, senza commercio di prossimità, senza tenuta dei servizi essenziali, il viaggiatore effettivamente capace di lasciare valore sul territorio non arriva o arriva male.

Il vizio epistemico comune ha un nome. È la sostituzione del problema dei fini con quello dei mezzi. Le due chimere chiedono come attirare l’industria, come attirare i turisti, senza prima domandare cosa renda un luogo abitabile per chi ci vive. Il capovolgimento del paradigma comincia dalla restituzione della domanda nel suo ordine corretto.

Anatomia della chimera turistica e il monofunzionalismo

La chimera turistica merita un’anatomia specifica, perché è quella attualmente operante e perché esibisce con particolare chiarezza la propria incoerenza strutturale. Jane Jacobs, critica dell’urbanistica modernista del Novecento, nel 1961 ha fornito il dispositivo concettuale che permette di nominare il difetto. Nel suo Death and Life of Great American Cities (tradotto in italiano da Giuseppe Scattone come Vita e morte delle grandi città per Einaudi nel 1969, oggi ristampato nella Piccola Biblioteca Einaudi), Jacobs articola nella Parte II la teoria dei quattro generatori di diversità urbana. La prima condizione, e la più rilevante per il caso che qui ci occupa, è quella che lei chiama mixed primary uses: il distretto urbano, e quanti più dei suoi sotto-elementi possibile, deve servire più di una funzione primaria, preferibilmente più di due. Le funzioni primarie sono quelle che attraggono persone in quel luogo per un motivo intrinseco, non derivato. Lavorare, abitare, studiare. Curarsi, partecipare a un’attività civica, accedere all’istruzione superiore. Senza una pluralità di funzioni primarie che porti persone diverse, in orari diversi, per ragioni diverse, non si attiva la diversità secondaria che da quelle dipende (negozi di prossimità, servizi, ristorazione ordinaria, artigianato), e il distretto smette di essere un organismo urbano e diventa un dispositivo a uso singolo.

La città turistica è precisamente questo: un distretto a uso primario unico, il consumo di esperienze di visita. Tutte le altre funzioni primarie (abitare, lavorare, studiare, curarsi) vengono compresse, marginalizzate, espulse verso periferie sempre più lontane. La diversità secondaria che da quelle dipendeva collassa con loro. Il commercio di vicinato cede il posto a negozi di souvenir e a una ristorazione tematizzata; l’artigianato locale si trasforma in suo simulacro stilizzato per fotografia; la casa abitata cede il posto al breve affitto.

Il difetto non è la presenza di turisti. È la monofunzionalità. Una città a vocazione anche turistica può conservare equilibrio se le altre funzioni primarie restano attive e densamente intrecciate al turismo. Una città a vocazione prevalentemente turistica, viceversa, ha già imboccato il sentiero della propria dissoluzione come organismo urbano. Le conseguenze si lasciano elencare ma sono, in ultima analisi, derivazioni di un’unica causa strutturale. L’overtourism non è un’anomalia gestionale: è ciò che la monofunzionalità produce sotto pressione di flusso. La precarizzazione del lavoro stagionale ne deriva immediatamente, perché il monouso urbano impedisce di mantenere occupazioni stabili che non siano legate al ciclo turistico stesso. La gentrificazione locativa segue la stessa logica per il mercato della casa: dove abitare cessa di essere funzione primaria del distretto e diventa funzione subordinata al breve affitto, i prezzi si formano sul calcolo del rendimento turistico e i residenti vengono espulsi per pressione differenziale. La scomparsa del commercio di prossimità chiude il quadro, perché la diversità secondaria che vive sui flussi quotidiani dei residenti si dissecca quando i residenti se ne vanno, e l’unico commercio sostenibile diventa quello che intercetta il flusso turistico.

Trattata in questo modo, la chimera turistica si rivela per ciò che è: una finzione operativa amministrativa con efficacia performativa breve e infrastruttura concettuale assente. Funziona finché qualcuno la enuncia in un documento di programma. Smette di funzionare il giorno in cui dovrebbe sostenere l’economia di un territorio.

Il capovolgimento: capability approach come grammatica dello sviluppo

Il capovolgimento del paradigma non è una metafora retorica. È una sostituzione di grammatica. Si tratta di smettere di domandare cosa attragga risorse esterne e cominciare a domandare cosa renda esercitabili le libertà delle persone che già abitano il luogo. Amartya Sen, in Development as Freedom (Alfred A. Knopf, New York, 1999; traduzione italiana di Gianni Rigamonti per Mondadori, Lo sviluppo è libertà, 2000), ha fornito la grammatica.

La tesi madre del libro suona così: lo sviluppo è espansione delle libertà reali di cui godono gli esseri umani. La libertà ha un duplice ruolo. Costitutivo: è il fine intrinseco dello sviluppo, ciò di cui lo sviluppo si compone, non il suo strumento. E strumentale: è anche il mezzo attraverso cui altre libertà si attivano. Le due funzioni non si elidono. La libertà di partecipare alla decisione politica è valore in sé, ed è insieme mezzo di promozione di altre libertà: la libertà economica si sostiene meglio dove la libertà politica esiste. Sen identifica cinque libertà strumentali interconnesse: libertà politiche, servizi economici, opportunità sociali, garanzie di trasparenza, sicurezza protettiva. Sono i cinque assi attraverso cui un territorio amplia o restringe le capabilities di chi vi abita.

La nozione di capability è il punto di torsione. Sen la definisce come libertà sostantiva: la capability di una persona indica le combinazioni alternative di functionings che le sono realizzabili, ed è dunque un tipo di libertà, la libertà sostantiva di conseguire combinazioni alternative di functionings. Non è un’abilità interna, né una risorsa posseduta, e nemmeno un diritto formale. È l’opportunità reale di fare ed essere, costituita dall’intreccio fra abilità personali, ambiente sociopolitico, ambiente economico, ambiente fisico. Una capability è bloccata se anche uno solo di quei piani fallisce. Una persona con dieci anni di scolarizzazione (abilità interna) in un mercato del lavoro che non la riconosce (ambiente economico difettoso) ha functioning compromesso pure avendo internal capability sviluppata. Martha Nussbaum, in Creating Capabilities (Belknap-Harvard, 2011; traduzione italiana Creare capacità per il Mulino, 2012), ha esteso la teoria nella direzione della soglia: dieci Central Capabilities (vita; salute fisica; integrità corporea; sensi, immaginazione e pensiero; emozioni; ragione pratica; affiliazione; relazione con altre specie; gioco; controllo sul proprio ambiente) costituiscono il livello minimo al di sotto del quale una vita non è ancora pienamente umana. La soglia ha conseguenze giuridiche e politiche: nessun aumento di una capability può compensare lo scivolamento sotto soglia in un’altra. Una città che produca gioco in eccesso per i visitatori e cancelli sensi, immaginazione e pensiero per i residenti (l’accesso reale all’educazione, alla biblioteca, al teatro, alla discussione pubblica) non sta scambiando: sta dissipando.

L’applicazione alla scala municipale è immediata. La domanda diagnostica diventa: in quale delle dieci capabilities la mia comunità è sotto soglia? In quale delle cinque libertà strumentali il mio territorio è strutturalmente carente? La risposta orienta non l’attrazione di risorse esterne ma la costruzione di condizioni interne. Lo sfondo teorico è la postura genealogica del corpus: il Mezzogiorno come zona in cui la libertà liberale non è infrastruttura compiuta ma frontiera, oggetto di un’anomalia europea declinata in negativo. La postura epistemica corrispondente è il fallibilismo istituzionalizzato: la città non si sviluppa perché ha trovato la formula giusta, ma perché ha istituito procedure di apprendimento dai propri errori e ha smesso di cercare le formule.

Le cinque vocazioni come condizioni di esercizio delle libertà strumentali

Calata sul caso Manfredonia, la grammatica seniana riformatta il catalogo delle vocazioni territoriali. I cinque ambiti che il territorio può effettivamente sostenere (il mare, la logistica, l’agroalimentare, il patrimonio culturale, l’innovazione digitale) smettono di essere voci di un elenco programmatico e diventano condizioni applicative delle libertà strumentali. La griglia che segue mappa la corrispondenza. Non è un programma operativo, perché i programmi operativi appartengono ai documenti amministrativi che fanno il lavoro tecnico di traduzione, ma una matrice diagnostica: ciascuna riga indica la libertà strumentale che la vocazione è chiamata ad attivare e la forma concreta in cui l’attivazione si articola sul territorio. La saldatura con la traiettoria del corpus su Manfredonia (dalla logistica dell’essere alle questioni del porto industriale) è cornice implicita.

Libertà strumentaleVocazione territorialeCondizione applicativa concreta
Servizi economiciPolo logistico e corridoio intermodaleModernizzazione delle infrastrutture portuali, riattivazione del collegamento ferroviario, inserzione nella ZES Adriatica come nodo intermodale mare-ferro. Non come scalo periferico, né come resurrezione dell’industria pesante.
Opportunità sociali e servizi economiciEconomia del mareAcquacoltura sostenibile, biotecnologie marine, cantieristica specializzata, formazione universitaria connessa. Il mare come ecosistema da gestire e da abitare, non come risorsa da spogliare.
Servizi economici e garanzie di trasparenzaAgroalimentare di eccellenzaFiliera certificata e biologica, laboratori di trasformazione, raccordo fra agricoltura e gastronomia di qualità, identità alimentare territoriale riconoscibile e tracciabile.
Opportunità sociali (sensi, immaginazione, pensiero)Patrimonio culturale come infrastruttura diffusaPatrimonio come centro di ricerca universitaria, alta formazione, artigianato artistico, produzione culturale rivolta primariamente alla comunità locale e secondariamente al visitatore.
Opportunità sociali e sicurezza protettivaInnovazione e competenze digitaliFormazione universitaria digitale, tecnologie verdi applicate alle vocazioni precedenti, marketing digitale delle eccellenze locali. Asse trasversale che sostiene e attraversa gli altri quattro.
Mappa diagnostica delle cinque vocazioni manfredoniane lette come condizioni di esercizio delle libertà strumentali seniane.

Le cinque vocazioni non si possono sviluppare in parallelo come pilastri indipendenti. Si attivano l’una con l’altra, perché le libertà strumentali a cui rispondono sono in Sen interconnesse: senza opportunità sociali, i servizi economici producono crescita estrattiva; senza garanzie di trasparenza, la sicurezza protettiva si rovescia in clientelismo; senza libertà politiche, le opportunità sociali si distribuiscono per criteri discrezionali. Le vocazioni territoriali, prese una alla volta, possono sempre essere strumentalizzate come marketing. Prese insieme, e nella loro funzione di griglia per le libertà strumentali, costringono al lavoro infrastrutturale che non fa titoli di giornale e fa città.

Resta una domanda da rivolgere alla chimera turistica nella sua versione più seducente, quella che dice: se la città fosse davvero vivibile per i residenti, non sarebbe insieme attraente per i visitatori? La risposta è sì. Una città in cui i residenti possano effettivamente abitare, lavorare, studiare, curarsi, partecipare, intrattenersi, una città che dia accesso a tutte le sue funzioni primarie senza relegarle a stagioni o a quartieri, è naturalmente attraente per il viaggiatore che cerca un luogo abitato e non un fondale. Il rovesciamento del paradigma non è anti-turismo. È, banalmente, l’osservazione che il turismo di qualità è una conseguenza, non una causa: arriva dove la città è viva per i suoi abitanti, non dove la città è stata preparata per i suoi visitatori.

C’è un paradosso che chiude il movimento. La città che insegue il turismo lo allontana, perché soffoca sotto monofunzionalità la diversità urbana che il viaggiatore di qualità cerca. La città che si dimentica del turismo e si occupa delle proprie capabilities di abitabilità lo attira, perché diventa esattamente il tipo di luogo che il visitatore non superficiale vuole esperire. Non è un teorema; è un’ipotesi empirica falsificabile, che alcune città europee continuano a confermare: capoluoghi medi del Centro Italia che hanno tenuto fede alla propria diversità funzionale, borghi rurali fra Toscana ed Emilia che non hanno barattato la propria tessitura per il rendimento turistico breve, qualche caso atipico nelle aree interne della Sardegna. Manfredonia ha gli ingredienti. Il problema è la grammatica con cui li si lavora.

Bibliografia

Sen Amartya, Development as Freedom, New York, Alfred A. Knopf, 1999. Edizione italiana: Lo sviluppo è libertà. Perché non c’è crescita senza democrazia, traduzione di Gianni Rigamonti, Milano, Mondadori, 2000. Il libro fonda la grammatica del capability approach in chiave di teoria dello sviluppo; il capitolo 2 («The Ends and the Means of Development») contiene la formulazione canonica del duplice ruolo della libertà e l’elenco delle cinque libertà strumentali interconnesse.

Nussbaum Martha C., Creating Capabilities. The Human Development Approach, Cambridge (Mass.) e Londra, The Belknap Press of Harvard University Press, 2011. Edizione italiana: Creare capacità. Liberarsi dalla dittatura del Pil, traduzione di Rinaldo Falcioni, Bologna, il Mulino, 2012. La versione di Nussbaum aggiunge alla cornice seniana la soglia di dignità e l’elenco delle dieci Central Capabilities, da cui si ricava il criterio diagnostico per valutare quando una vita scende sotto il livello minimo di dignità.

Jacobs Jane, The Death and Life of Great American Cities, New York, Random House, 1961. Edizione italiana: Vita e morte delle grandi città. Saggio sulle metropoli americane, traduzione di Giuseppe Scattone, Torino, Einaudi, 1969; ristampa Piccola Biblioteca Einaudi. La Parte II del libro («The Conditions for City Diversity») articola i quattro generatori di diversità urbana; il capitolo 7 sui mixed primary uses è il riferimento specifico per la diagnosi del monofunzionalismo turistico.

Byskov Morten Fibieger, «The Capability Approach», voce della Stanford Encyclopedia of Philosophy, prima pubblicazione 14 aprile 2011, revisione sostanziale 17 aprile 2025, disponibile a https://plato.stanford.edu/entries/capability-approach/. Voce di sintesi accademica utile per orientarsi nella letteratura secondaria e nelle ramificazioni della teoria.



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