Oltre la chimera del turismo: il benessere dei residenti come unico motore di sviluppo sostenibile

Il caso Manfredonia

Nel dibattito contemporaneo sul futuro delle nostre città, specialmente quelle che affrontano una transizione da un passato industriale o che cercano di valorizzare un potenziale inespresso, una narrazione si è imposta con forza quasi dogmatica: il turismo come panacea. L’idea che flussi di visitatori possano, quasi per virtù magica, sanare economie stagnanti e rivitalizzare tessuti urbani in difficoltà è diventata un assioma per molte amministrazioni. Eppure, questa visione si rivela spesso per ciò che è: una chimera pericolosa, un’illusione che distoglie l’attenzione dalla vera radice della prosperità di un luogo.

Questo articolo intende decostruire la fallacia del “turismo come motore primario” per proporre un capovolgimento di prospettiva tanto radicale quanto necessario: il turismo di qualità non è la causa della rinascita di un territorio, ma la sua naturale e profittevole conseguenza. Il vero motore dello sviluppo è, e deve essere, la qualità della vita dei cittadini.

L’approccio che pone il turismo come obiettivo primario conduce inevitabilmente alla creazione di “città-vetrina”. Si investe in opere di facciata, si ridisegnano fronti-mare e centri storici “a uso e consumo del turista”, creando un’infrastruttura superficiale che spesso stride con i bisogni reali della popolazione residente. La città rischia di trasformarsi in un fondale teatrale, piacevole da attraversare per poche settimane all’anno, ma inefficiente e inospitale per chi la vive quotidianamente.

Questo modello poggia su un’economia intrinsecamente fragile. Come evidenziato da numerosi studi sugli impatti dell’overtourism, un’economia basata prevalentemente sul turismo di massa genera lavoro a basso valore aggiunto, caratterizzato da stagionalità, precarietà e salari modesti. Si crea una forte dipendenza da fattori esterni incontrollabili (crisi economiche, pandemie, trend di viaggio), senza costruire quella ricchezza stabile e diffusa necessaria a sostenere un’intera comunità.

Inoltre, i costi di questo modello vengono sistematicamente esternalizzati sui residenti. La pressione sui servizi pubblici (sanità, gestione dei rifiuti), la congestione della viabilità, l’aumento vertiginoso del costo degli affitti e la progressiva scomparsa del commercio di prossimità sono tutti “costi nascosti” che erodono la qualità della vita di chi in quella città ci abita, lavora e cresce i propri figli.

Le Due Chimere di Manfredonia: una Terza Via per lo Sviluppo

Analizzando i processi economici e storici di Manfredonia, ci si accorge che hanno agito e agiscono due prospettive di sviluppo antitetiche, eppure congiuntamente segnate da un carattere irrealistico, superficiale e alienato dalla realtà.

La prima è la chimera dell’industrializzazione forzata. Questa visione, che ha agito funestamente nella Prima Repubblica lasciando una pesante eredità ambientale e sociale, ha fallito tragicamente. L’idea di imporre un modello industriale esogeno, slegato dalle vocazioni del territorio, si è dimostrata non solo insostenibile ma anche distruttiva. Questo errore è stato tragicamente reiterato, in forma diversa ma con la stessa logica passiva, con l’esperienza del “Contratto d’Area”, che non ha saputo generare uno sviluppo organico e duraturo.

Contrapposta a questa, ma speculare nel suo carattere illusorio, emerge la chimera della città turistica. Questa visione, fondata più su desideri fantasmagorici che su un’analisi pragmatica dei dati e delle infrastrutture esistenti, rischia di essere altrettanto dannosa. Compromette l’attenzione e le risorse che andrebbero invece dedicate alla risoluzione delle problematiche cogenti e impellenti della città, dalla viabilità ai servizi essenziali.

A queste due visioni, simmetricamente opposte e fallimentari, si deve contrapporre una terza via: un modello di sviluppo realistico, pragmatico e sensato, che onori la storia e l’identità del luogo traendone forza. Un paradigma che non impone modelli esterni, ma coltiva le vocazioni autentiche del territorio attraverso cinque pilastri economici interconnessi:

  1. L’Economia del Mare: Affiancare alla visione tradizionale della pesca la moderna acquacoltura sostenibile, la ricerca nel campo delle biotecnologie marine e la cantieristica specializzata. Il mare non solo come risorsa da sfruttare, ma come ecosistema da gestire con intelligenza e innovazione. Attivando anche corsi universitari legati a questa prospettiva.
  2. Il Polo Logistico e il Corridoio Intermodale: Sfruttare la posizione strategica del porto industriale, potenziandone le infrastrutture e, in modo cruciale, riattivando e modernizzando il collegamento ferroviario. Questo lo trasformerebbe da scalo periferico a nodo di un corridoio intermodale (mare-ferro) inserito nella ZES Adriatica, capace di connettere le merci agli assi adriatico e tirrenico. Non si tratta di resuscitare l’industria pesante, ma di diventare un hub logistico moderno e specializzato. Per fortuna sembra che iniziative in tal senso abbiano già preso piede e questo non può che far ben sperare.
  3. L’Agroalimentare di Eccellenza: Trasformare il potenziale agricolo da produzione di materie prime a filiera di alto valore. Significa puntare su produzioni biologiche e certificate, creare laboratori di trasformazione, connettere l’agricoltura alla gastronomia di qualità e al commercio di nicchia, costruendo una identità alimentare territoriale forte e riconoscibile.
  4. Il Patrimonio Culturale come Infrastruttura Diffusa: Considerare il patrimonio storico, archeologico e monumentale non come semplice attrazione, ma come un’infrastruttura per la conoscenza. Questo significa farne il centro di attività di ricerca universitaria, alta formazione, artigianato artistico di pregio e produzione culturale (festival, mostre, residenze d’artista) primariamente rivolta a stimolare la comunità locale.
  5. L’Innovazione e le Competenze Digitali: Un pilastro trasversale e fondamentale che serve a potenziare gli altri quattro. Creare una sinergia locale per la formazione universitaria digitale, le tecnologie verdi applicate all’agricoltura, alla nautica e all’economia del mare, e il marketing digitale per la promozione delle eccellenze locali. Questo pilastro è cruciale per creare lavoro qualificato e trattenere i giovani talenti.

Questi cinque pilastri non sono un libro dei sogni, ma la valorizzazione pragmatica di ciò che il territorio è già.

Il Capovolgimento di Prospettiva: Il Principio del “Cittadino al Centro”

La terza via proposta si fonda su un’unica strategia di sviluppo sostenibile: il principio del “cittadino al centro”. Questo non è un manifesto anti-turismo; al contrario, è la premessa per la nascita di un’attrattività organica e duratura. Il concetto affonda le sue radici nel pensiero di grandi urbanisti come Jane Jacobs, che già nel suo saggio fondamentale “Vita e morte delle grandi città” (1961) criticava la pianificazione urbana calata dall’alto, sottolineando come la vitalità di una città dipenda dalla sua diversità funzionale e dalla densità delle sue interazioni sociali, generate spontaneamente dai residenti.

Questo approccio innesca un circolo virtuoso che si articola in tre fasi fondamentali:

  1. Investimento sulla Qualità della Vita dei Residenti: La priorità strategica si sposta su elementi strutturali: efficienza della mobilità, riqualificazione e accessibilità del verde pubblico, potenziamento delle infrastrutture sanitarie e scolastiche, creazione di spazi culturali e di aggregazione. Una città che funziona per i suoi abitanti è una città sicura, pulita, accessibile e intellettualmente stimolante.
  2. Aumento del Capitale Umano e Sociale: Una città dove si vive bene cessa di essere un luogo da cui fuggire. Si contrasta l’emigrazione dei talenti, specialmente giovani, e si può persino diventare attrattivi per nuovi residenti. Il “fermento culturale”, che non può essere decretato per legge, nasce spontaneamente quando le persone hanno luoghi dove incontrarsi, scambiare idee, creare e innovare. Il capitale umano è la risorsa più preziosa di una città e viene attratto dalla qualità del “luogo” inteso come ecosistema di vita.
  3. Nascita di un Benessere Autentico e di un’Identità Forte: Una comunità vitale e soddisfatta genera un’atmosfera di benessere autentico. Nascono e prosperano attività commerciali (librerie indipendenti, botteghe artigiane, ristorazione di qualità) che si sostengono primariamente grazie alla domanda interna dei residenti. L’identità della città si rafforza dall’interno, non viene costruita artificialmente per compiacere uno sguardo esterno.

Il Turismo come “Effetto Collaterale” Virtuoso

È solo a questo punto, come risultato finale del processo, che si genera un turismo di qualità. La città, resa autentica, vibrante e funzionale per i suoi abitanti, diventa naturalmente attraente per una tipologia di visitatore evoluto. Non il turista “mordi e fuggi” che cerca un fondale per i propri selfie, ma il viaggiatore interessato a scoprire un luogo vero, a goderne l’atmosfera, a partecipare, anche solo per pochi giorni, alla sua vita.

Questo turismo è intrinsecamente più sostenibile, più rispettoso del tessuto urbano e, non da ultimo, a più alta capacità di spesa, generando un beneficio economico reale senza compromettere l’equilibrio della comunità.

Pensare di dare priorità a opere “per turisti” in un contesto di degrado dei servizi per i residenti è un controsenso logico ed economico. Lo scetticismo verso le chimere dell’industrializzazione forzata esogena alle ragioni territoriali, e del turismo di massa, non è una forma di pessimismo, ma di lungimirante realismo strategico.

L’unica via per un futuro prospero, per qualsiasi città, è smettere di inseguire soluzioni esterne e iniziare a costruire valore dall’interno. Mettere al primo posto la vivibilità per i cittadini, fondando l’economia sulle vocazioni reali del territorio, non è una posizione contro il turismo, ma l’unica azione che pone le uniche, vere fondamenta per un futuro economico sano, possibile e, soprattutto, meritato.



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