La democrazia come ecosistema vivente: Arendt, Damasio e il capability approach (Anatomia di una libertà fragile, art. 3)

Considerata nella sua genealogia, la democrazia liberale appariva come la stabilizzazione storica della tensione fra individuo e collettività: nomocrazia contro religione politica gnostica, sovranità popolare contro Megamacchina, anomalia europea contro tentazioni cesaree. Considerata nella sua architettura istituzionale, appariva come Finzione Operativa giuridicamente costruita, garantita dal fallibilismo istituzionalizzato di matrice popperiana e fondata su tre condizioni di tenuta. Resta un terzo piano, che la genealogia presupponeva e l’architettura non saturava: il piano della vita che abita le istituzioni. È il piano sul quale la libertà democratica smette di essere proprietà di un dispositivo e diventa regime di equilibrio omeostatico di un ecosistema politico.

La distinzione di piano non è cosmetica. Il primo articolo della serie aveva isolato la frattura genealogica come tensione costitutiva non risolvibile per sintesi, e collocato l’anomalia europea come pilastro storico del binomio diritti inviolabili-sovranità democratica. Il secondo aveva articolato la Costituzione rigida come Finzione Operativa che non descrive il soggetto effettivo ma lo costituisce come soggetto di diritto, e aveva rinforzato la decostruzione biocognitiva del soggetto kantiano via Damasio al piano antropologico individuale. La domanda che resta aperta è quella che il piano antropologico individuale non può chiudere da solo: come gli attori biocognitivi così decostruiti entrano in relazione politica fra loro, e in quale grammatica si articola la vita dell’ecosistema politico che li ospita.

La risposta si articola lungo tre direttrici convergenti. Antonio Damasio, nella formulazione consolidata di Lo strano ordine delle cose (2018), sposta l’analisi dal piano antropologico individuale al piano sistemico-collettivo dell’omeostasi socioculturale, fornendo la matrice biologica di una grammatica unitaria della vita istituzionale. Hannah Arendt, attraverso il dispositivo dello spazio di apparizione e della natalità, fornisce la grammatica fenomenologica con cui l’omeostasi politica si manifesta al livello dell’azione plurale. Amartya Sen e Martha Nussbaum, infine, traducono la combinazione delle due in architettura politico-normativa, identificando le soglie sostantive di fiorire che ogni ecosistema democratico deve garantire perché la libertà sia possibile. Su questo terreno la categoria di ecosistema politico smette di essere metafora ornamentale e diventa dispositivo argomentativo: il piano sul quale biologia, azione plurale e capacità sostantive convergono in una sola grammatica.

Omeostasi e politica: la grammatica biologica dell’ecosistema

Decostruito al piano individuale l’attore razionale puro della Finzione Operativa, resta da pensare il piano sul quale gli attori entrano in relazione politica e in cui l’ecosistema istituzionale che li ospita si mantiene o si degrada. Damasio ha articolato il primo piano nei tre saggi maggiori, da L’errore di Cartesio (Adelphi 1995) ad Alla ricerca di Spinoza a Il sé viene alla mente; nei termini consolidati nel secondo articolo della serie, la ragione embodied e il marcatore somatico hanno restituito al cittadino la sua condizione biocognitiva di organismo incarnato, non di noumeno razionale puro. Quel lavoro è il presupposto del passo che resta da compiere. Non è negato; è collocato al posto giusto. Resta da chiarire come l’organismo biocognitivo entri nel piano collettivo, e che grammatica governi le forme istituzionali che lo organizzano.

La formulazione più matura di Damasio articola la risposta intorno a una categoria biologica antica e poco frequentata dalla filosofia politica novecentesca: l’omeostasi. L’omeostasi, concettualizzata nell’Ottocento dal fisiologo francese Claude Bernard e definita nel Novecento da Walter Cannon, designa la capacità di un sistema vivente di mantenere un intervallo di valori interni compatibili con la persistenza e con il fiorire dell’organismo. È meccanismo di regolazione attiva, non equilibrio statico. È condizione di possibilità della vita, non sua conseguenza. La tesi argomentativamente decisiva di Damasio del 2018 è che la logica omeostatica non si arresta al confine dell’individuo biologico: si estende al piano collettivo. Le culture, le istituzioni giuridiche, le pratiche di cura, le forme politiche non sono epifenomeni sovrapposti al substrato biologico ma estensioni della stessa logica omeostatica al piano sociale. Damasio chiama questa estensione «omeostasi socioculturale» (cfr. Lo strano ordine delle cose, Adelphi 2018, traduzione di Silvio Ferraresi, parte prima, capp. I-III). Le forme democratiche, in questa lettura, sono dispositivi omeostatici estesi: organizzazioni sociali che mantengono i loro componenti in un intervallo di valori compatibili con il fiorire individuale e collettivo.

La saldatura con la grammatica istituzionale del secondo articolo è cogente. La Finzione Operativa del cittadino razionale-autonomo non è descrizione antropologica reale, è dispositivo omeostatico-istituzionale che funziona se e solo se le soglie biologico-sociali sottostanti sono garantite. Quando quelle soglie cedono, la Finzione gira a vuoto. Diritti formali iscritti in costituzioni rigide, procedure razionalmente progettate, garanzie giuridiche universali restano lettera morta se l’omeostasi dei componenti viventi non è mantenuta nelle condizioni che ne consentono l’esercizio. La saldatura col fallibilismo istituzionalizzato è altrettanto stringente: il fallibilismo, come grammatica epistemica della società aperta, è il corrispondente cognitivo-istituzionale dell’autoregolazione omeostatica al piano biologico-sociale. Falsificabilità delle decisioni, accessibilità degli errori, capacità di correzione iterativa sono soglie di omeostasi epistemica. Crollano insieme alle altre.

Cambia, di conseguenza, la natura della crisi diagnosticabile. Una crisi di un ecosistema non è un guasto meccanico ma uno scompenso omeostatico: soglie violate, cicli di feedback interrotti, capacità di autoregolazione degradate. La grammatica della crisi democratica diventa la grammatica della medicina dei sistemi viventi, non la grammatica della riparazione meccanica. La metafora dell’ingegnere che ripara il dispositivo cede il posto alla figura del clinico che diagnostica lo scompenso dell’organismo complesso. L’articolo sulla democrazia come campo della complessità, già pubblicato in questo blog, aveva preparato il terreno: una società libera è un cosmo nel senso hayekiano, non un taxis, e i cosmi si curano, non si progettano.

Lo spazio dell’apparizione e le sue due erosioni

Hannah Arendt, in Vita activa. La condizione umana (Bompiani 1964, traduzione di Sergio Finzi; ed. orig. The Human Condition, Chicago 1958), articola la libertà politica come azione, e l’azione come capacità di iniziare qualcosa di nuovo nel mondo. L’azione si radica nel fatto antropologico della natalità: ogni nuovo essere umano è inizio possibile, e la pluralità degli inizi è la condizione strutturale della politica. L’azione si realizza nel discorso e nel gesto, e nello stesso movimento rivela «chi» è l’attore, non semplicemente «che cosa» è. Questo svelarsi avviene nello spazio di apparizione, un luogo che non preesiste agli attori ma si genera ogni volta che essi entrano in relazione plurale. La saldatura con la grammatica damasiana del paragrafo precedente è diretta: lo spazio di apparizione è la forma fenomenologica dell’omeostasi politica al livello dell’azione plurale. Non è un piano sovrapposto a quello biologico-sistemico, è la sua articolazione fenomenologica al livello dell’incontro fra attori biocognitivi che mantengono attivo l’ecosistema della libertà.

L’ecosistema politico, come tutti i sistemi viventi complessi, è esposto a scompensi omeostatici di senso opposto e simmetrico. La prima erosione è quella che Max Weber, già richiamata nel secondo articolo della serie come patologia della razionalizzazione, articola con la nota formula dell’«involucro duro come acciaio» (stahlhartes Gehäuse dell’Etica protestante, resa filologicamente corretta del fuorviante iron cage di Talcott Parsons). Quando il processo di razionalizzazione formale trabocca dal piano della procedura e satura lo spazio pubblico, l’azione si degrada in amministrazione. Lo spazio di apparizione viene colonizzato dalla logica dell’efficienza procedurale. Il cittadino, ridotto al ruolo di cliente di un servizio, perde la possibilità di rivelarsi come «chi» plurale e diventa registro burocratico di prestazioni dovute. La libertà non viene oppressa frontalmente: viene saturata, ricoperta, resa impraticabile per eccesso di razionalizzazione. È la prima patologia simmetrica dell’omeostasi politica.

La seconda erosione è opposta nella direzione, simmetrica nell’esito. Alexis de Tocqueville, nel secondo volume della Democrazia in America del 1840 (a cura di Nicola Matteucci, Utet, Torino; parte IV, capp. VI-VII, dove si chiede quale specie di dispotismo debbano temere le nazioni democratiche), descrive il dispotismo mite come la specie di servitù regolata e tranquilla in cui i cittadini, ricondotti alla cura dei propri «piaceri piccoli e volgari», si ritirano dalla sfera pubblica per abbandono e non per oppressione. Il potere tutelare che ne risulta non spezza le volontà, le infiacchisce, le piega e le dirige. Lo spazio pubblico non viene saturato dall’amministrazione: viene svuotato dall’apatia. La cittadinanza non viene espropriata: si autoespropria. Si tratta della patologia che Arendt stessa, in Sulla rivoluzione (1963, Edizioni di Comunità 1983), avrebbe articolato sotto la formula della public happiness abdicata in favore del private welfare. Tocqueville e Arendt convergono sul medesimo nucleo, da angolazioni complementari: la libertà democratica si erode anche, e forse soprattutto, quando i suoi titolari smettono di esercitarla.

Né il governo di nessuno né il ritiro nel privato sono guasti accidentali. Sono pressioni omeostatiche di senso opposto cui l’ecosistema democratico è strutturalmente esposto e che è chiamato, attivamente, a compensare. La burocratizzazione satura lo spazio pubblico di razionalità formale: troppa amministrazione, troppo poca azione. Il dispotismo mite lo svuota: troppa autoreferenzialità privata, troppa poca pluralità esercitata. Le due erosioni, in apparenza opposte, hanno un effetto identico sull’ecosistema: la sospensione dello spazio di apparizione, e con esso della libertà politica nel senso arendtiano. Quando la capacità compensativa dell’ecosistema cede, sia perché la procedura si è fatta totalitaria sia perché la cittadinanza si è ritirata, lo spazio dell’apparizione collassa. È questa simmetria che la diagnosi omeostatica della libertà democratica restituisce con maggiore precisione di quanto la sola grammatica procedurale potrebbe.

Le soglie del fiorire: il capability approach come architettura dell’ecosistema

La diagnosi omeostatica delle due erosioni rivela l’insufficienza della grammatica dei soli diritti formali. La libertà di parola non significa nulla se la voce non può articolare alcuna proposizione argomentata. La libertà di voto serve a poco se non si dispone delle condizioni materiali e cognitive per esercitarla con consapevolezza. È in questo spazio diagnostico, aperto dalla doppia erosione, che si inserisce l’apporto di Amartya Sen in Lo sviluppo è libertà (Mondadori 2000, traduzione di Gianni Rigamonti; ed. orig. Development as Freedom, Knopf 1999). La distinzione canonica fra mezzi e fini della libertà sostituisce la grammatica del possesso formale dei diritti con quella delle libertà sostantive effettivamente realizzabili. I functionings sono le realizzazioni concrete della vita di un individuo. Le capabilities sono l’insieme delle combinazioni di funzionamenti che la persona è effettivamente in grado di realizzare, e quindi misurano la libertà reale al netto delle condizioni di esercizio. La libertà non è proprietà della risorsa né del diritto formale: è funzione del rapporto fra risorsa e capacità individuale di conversione, mediato dai conversion factors ambientali, sociali e personali. Possedere una bicicletta non equivale ad avere la capacità di muoversi: una persona con disabilità motoria, residente in un’area inaccessibile o priva di sicurezza non converte la risorsa in libertà. Il piano dei diritti formali è condizione necessaria, non sufficiente.

La saldatura con il piano omeostatico della prima sezione è cogente. I fattori di conversione sono il piano sul quale l’omeostasi biologico-individuale incontra l’architettura sociale dell’ecosistema politico. Un cittadino con malnutrizione cronica, analfabetismo, oppressione politica non è un cittadino di cui i diritti formali sono stati violati: è un cittadino le cui soglie omeostatiche di partenza rendono i diritti formali inservibili. La grammatica di Sen restituisce alla nozione kantiana di dignità il suo contenuto materiale, senza negarla. Non sopprime il piano normativo, lo riconduce alla sua condizione di possibilità. La saldatura strutturale con anomalia europea è altrettanto stringente: la triade del modello democratico-liberale, come consolidata nel primo articolo della serie, si riformula come sovranità democratica più diritti inviolabili più soglie sostantive di fiorire. Il capability approach diventa, in questo quadro, architettura del compromesso fallibilistico pellicaniano e dello Stato sociale di diritto: non aggiunta riformistica accessoria, ma corollario diretto della diagnosi omeostatica della libertà democratica.

Martha Nussbaum, in Creare capacità (il Mulino 2012, traduzione di Rinaldo Falcioni; ed. orig. Creating Capabilities. The Human Development Approach, Harvard 2011), porta il capability approach al livello dell’architettura politico-costituzionale. La tesi è netta: una società giusta ha il dovere di garantire a ogni cittadino una soglia minima di capacità centrali, sotto la quale una vita non può dirsi «degna della dignità umana» (Nussbaum 2012, cap. II). La nozione di soglia traduce la dignità kantiana nella grammatica delle precondizioni materiali del fiorire, senza ridurla a calcolo utilitario. La lista canonica delle capacità centrali, articolata da Nussbaum nella formulazione del 2011, enumera dieci voci, non sette come a volte si ritrova in esposizioni semplificate: il taglio antropocentrico (capacità 8) e democratico-partecipativo (capacità 10) è la parte argomentativamente più consistente della lista, ed è proprio quella che le riduzioni divulgative tendono a sopprimere. La tabella che segue espone le dieci capacità centrali nella loro formulazione canonica, ciascuna con il contenuto sostanziale e l’implicazione diretta per l’ecosistema politico.

Capacità centraleSoglia sostanzialeImplicazione per l’ecosistema politico
1. Vita
Life
Poter vivere una vita di normale durata, non morire prematuramente o in condizioni indegne.Soglia omeostatica primaria: precondizione biologica di ogni altra capacità.
2. Salute corporea
Bodily Health
Godere di buona salute, incluse salute riproduttiva, alimentazione adeguata, riparo.Saldatura diretta con omeostasi damasiana al piano individuale.
3. Integrità corporea
Bodily Integrity
Muoversi liberamente; sicurezza contro violenza, incluse violenza sessuale e domestica; autonomia in materia riproduttiva.Condizione strutturale dell’esercizio della cittadinanza al piano corporeo.
4. Sensi, immaginazione e pensiero
Senses, Imagination, and Thought
Poter usare i sensi e la ragione «in modo veramente umano», sostenuti da educazione adeguata; libertà di espressione politica, artistica e religiosa.Soglia cognitivo-culturale dell’omeostasi epistemica: senza di essa il fallibilismo istituzionalizzato gira a vuoto.
5. Emozioni
Emotions
Poter sviluppare attaccamenti significativi; non avere lo sviluppo emotivo bloccato da paura e ansia croniche.Innesto biopolitico diretto del marcatore somatico al piano sociale: la libertà richiede integrità emotiva possibile.
6. Ragion pratica
Practical Reason
Poter formarsi una concezione del bene e pianificare razionalmente la propria vita; libertà di coscienza e di pratica religiosa.Soglia che rifonda biopoliticamente la dignità kantiana come precondizione materiale, non come postulato astratto.
7. Affiliazione
Affiliation
(A) Vivere con e verso gli altri, riconoscere e mostrare premura; (B) basi sociali del rispetto di sé e non-umiliazione; protezione da discriminazioni di razza, sesso, orientamento sessuale, etnia, casta, religione.Soglia diretta della pluralità arendtiana: condizione strutturale dello spazio di apparizione.
8. Altre specie
Other Species
Poter vivere in relazione con animali, piante, mondo della natura.Estende l’ecosistema politico oltre l’antropocentrismo e lo congiunge all’ecosistema biologico.
9. Gioco
Play
Poter ridere, giocare, godere di attività ricreative.Saldatura col cerchio magico di Huizinga: lo spazio dell’azione plurale come spazio anche ludico.
10. Controllo sul proprio ambiente
Control over One’s Environment
(A) Politico: partecipazione effettiva alle scelte politiche, libertà di parola e di associazione. (B) Materiale: possesso di beni, accesso al lavoro a parità di condizioni, libertà da perquisizioni e sequestri arbitrari, lavorare come essere umano.Punto su cui si misurano congiuntamente le due erosioni: il dispotismo mite la erode per abbandono, la burocratizzazione weberiana per saturazione.
Tabella 1. Le dieci capacità centrali di Nussbaum (formulazione canonica di Creating Capabilities, 2011) e le loro implicazioni per l’ecosistema politico democratico.

La tabella non è catalogo enumerativo: è griglia diagnostica per leggere lo stato dell’omeostasi politica di un sistema democratico dato. Tre saldature sono particolarmente cogenti. La capacità 8 (altre specie) estende l’ecosistema politico oltre l’antropocentrismo e lo congiunge all’ecosistema biologico in senso proprio: la libertà democratica non si esercita su un fondo neutro ma su una biosfera, ed è questa la portata politica più radicale del capability approach nussbaumiano, sistematicamente sottovalutata. La capacità 9 (gioco, attività ricreative) trova nel cerchio magico di Huizinga, già consolidato come dispositivo nel corpus di questo blog, la sua articolazione antropologica matura: lo spazio dell’azione plurale arendtiana non è solo agone politico in senso stretto, è anche spazio ludico e creativo, e la sua sospensione è patologia tanto quanto la sospensione della partecipazione politica. La capacità 10, sotto-clausola A (controllo politico effettivo sul proprio ambiente), è il punto esatto sul quale si misurano insieme le due erosioni della sezione precedente: il dispotismo mite tocquevilliano la erode per abbandono, la burocratizzazione weberiana la erode per saturazione procedurale. Le erosioni si incontrano sulla stessa capacità centrale, da angolazioni opposte, e producono il medesimo esito: la sospensione dell’omeostasi democratica.

La libertà democratica non è proprietà di un dispositivo procedurale né garanzia formale di diritti negativi: è regime di equilibrio omeostatico di un ecosistema, e ogni ecosistema vive o muore in funzione delle soglie sostantive che riesce a mantenere ai propri componenti. Le tre condizioni di tenuta articolate nel secondo articolo della serie (cittadino che abita la Finzione Operativa, procedura non sequestrata, falsificazione accessibile) ricevono qui la loro rifondazione biopolitica: non sono solo condizioni procedurali, sono tre soglie omeostatiche di un ecosistema vivente. Se la diagnosi è omeostatica, anche la cura lo è. Non ingegneria istituzionale fra una variante e l’altra del medesimo dispositivo, ma cura attiva dell’ecosistema, e cura significa intervento sostanziale sulle soglie del fiorire, non solo manutenzione delle procedure. Resta una tensione che il quarto articolo della serie dovrà raccogliere. In un’epoca di pressioni omeostatiche convergenti (accelerazione algoritmica, frammentazione cognitiva, erosione delle capacità 8 e 10, ritorno periodico delle tentazioni cesaree), ha la democrazia liberale la grammatica per la propria autocura, o la sua scala procedurale è strutturalmente sotto-dimensionata rispetto alla scala delle soglie da garantire?

La risposta a questa domanda è il tema del quarto articolo della serie, che sviluppa lo Stato-giardiniere come figura politica della manutenzione ecologica della libertà democratica e identifica nella parrhēsía e nel fallibilismo istituzionalizzato i due operatori della cura.

Bibliografia

Hannah Arendt, Vita activa. La condizione umana, Bompiani, Milano, 1964, traduzione di Sergio Finzi; ed. orig. The Human Condition, The University of Chicago Press, Chicago, 1958. Idem, Sulla rivoluzione, Edizioni di Comunità, Milano, 1983; ed. orig. On Revolution, Viking Press, New York, 1963. Le due opere articolano la grammatica fenomenologica della libertà politica come azione plurale e la diagnosi della public happiness abdicata, riferimento canonico per la patologia simmetrica della burocratizzazione weberiana e del dispotismo mite tocquevilliano.

Antonio Damasio, L’errore di Cartesio. Emozione, ragione e cervello umano, Adelphi, Milano, 1995, traduzione di Filippo Macaluso; ed. orig. Descartes’ Error. Emotion, Reason, and the Human Brain, Putnam, New York, 1994. Idem, Lo strano ordine delle cose. La vita, i sentimenti e la creazione della cultura, Adelphi, Milano, 2018, traduzione di Silvio Ferraresi; ed. orig. The Strange Order of Things. Life, Feeling, and the Making of Cultures, Pantheon, New York, 2018. La seconda opera è fonte primaria del piano sistemico-collettivo dell’omeostasi socioculturale articolato nel presente articolo.

Martha C. Nussbaum, Creare capacità. Liberarsi dalla dittatura del Pil, il Mulino, Bologna, 2012, traduzione di Rinaldo Falcioni; ed. orig. Creating Capabilities. The Human Development Approach, Belknap Press of Harvard University Press, Cambridge (Mass.), 2011. La formulazione canonica delle dieci capacità centrali è in cap. II, pp. 33-34 dell’edizione originale; nella tabella di cui sopra le voci sono riformulate sinteticamente sulla base della lista nussbaumiana, con saldature dirette alla grammatica ecosistemica del presente articolo.

Amartya Sen, Lo sviluppo è libertà. Perché non c’è crescita senza democrazia, Mondadori, Milano, 2000, traduzione di Gianni Rigamonti; ed. orig. Development as Freedom, Knopf, New York, 1999. Riferimento canonico per la distinzione fra functionings e capabilities e per la teoria dei conversion factors.

Alexis de Tocqueville, La democrazia in America, a cura di Nicola Matteucci, Utet, Torino (Classici del pensiero); ed. orig. De la démocratie en Amérique, Gosselin, Parigi, 1835-1840. Il riferimento al dispotismo mite è al vol. II del 1840, parte IV, capp. VI-VII.



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