Baracconismo: anatomia di una patologia democratica fra spettacolo e narcisismo

L’osservatore politico che mette in fila il bodybuilder asceso al governatorato della California, il magnate televisivo che conquista due volte la Casa Bianca, l’attore di cinema che traghetta un partito storico fuori dal suo cinquantennio di centrismo, il pugile professionista che siede al Senato di un’isola del Pacifico, riconosce in queste figure non quattro casi episodici ma il sintomo seriale di una mutazione strutturale che la grammatica novecentesca della rappresentanza non riesce più a descrivere. Non è populismo soltanto, non è solo celebrity politics, non è solo politica-spettacolo: è la patologia che chiamerò baracconismo, e che si distingue dalle sue tre cornici parziali per la torsione narcisistica che le tiene insieme e le supera.

La parola si appoggia a un’etimologia popolare riconoscibile. Baraccone è accrescitivo di baracca, dal francese antico barraque, costruzione provvisoria di assi, attestato dal Cinquecento e diffuso poi nei dialetti italiani con la specializzazione di «padiglione itinerante da fiera»: il luogo dove l’imbonitore esibisce attrazioni rudimentali a uno spettatore disposto a sostituire la verifica con la meraviglia. Le tre proprietà semantiche del baraccone (transitorietà materiale, struttura performativa, contratto fiduciario sospeso) attraversano per analogia produttiva il fenomeno politico che descrivo. Il baraccone politico è itinerante e personalistico, non fondato su organizzazione radicata o ideologia strutturata; opera nella modalità della rappresentazione scenica, dove la coerenza programmatica cede alla efficacia della battuta; suppone uno spettatore disposto a sospendere temporaneamente il giudizio in cambio di gratificazione immediata. Il baracconismo è la patologia democratica in cui un outsider-celebrità di profilo narcisistico converte un capitale di notorietà extra-politica in consenso, attraverso un dispositivo che salda logica plebiscitaria, grammatica narcisistica e palcoscenico mediatico in modo tale che ciascuno dei tre piani rinforzi gli altri due, e il sistema della rappresentanza tradizionale ne risulti corroso, e non corretto, ai suoi punti più sensibili.

Per cogliere la specificità del fenomeno occorre considerare come tre piani che la letteratura politologica e psicosociale ha studiato separatamente vi si saldino in formazione unitaria. Il primo è la grammatica populista, intesa nel senso analitico cui Cas Mudde e altri studiosi del fenomeno hanno dato consistenza categoriale: una visione del mondo che oppone un «popolo» omogeneo e moralmente virtuoso a un’«élite» corrotta e auto-interessata, svaluta le mediazioni rappresentative in favore di un rapporto plebiscitario fra leader carismatico e masse, e converte l’ostilità verso la classe politica in rigetto della classe in quanto tale. Il secondo è ciò che il politologo tedesco Andreas Dörner, nel volume Politainment. Politik in der medialen Erlebnisgesellschaft del 2001, ha chiamato appunto politainment: l’osmosi fra comunicazione politica e logiche dell’intrattenimento, con due movimenti complementari, la politica intrattenente (i politici adottano i format e gli stilemi della cultura popolare) e l’intrattenimento politico (l’industria dello spettacolo mobilita figure e temi politici come materia narrativa). In Italia la categoria omologa è stata sviluppata da Gianpietro Mazzoleni e Anna Sfardini sotto il nome di politica pop, con riferimento al telegiornale-talkshow, alla diretta sociale, al politico-celebrità. Il terzo piano è la grammatica narcisistica, che il Diagnostic and Statistical Manual nella sua quinta edizione rivista (DSM-5-TR, American Psychiatric Association 2022) descrive come pattern pervasivo di grandiosità, bisogno costante di ammirazione e mancanza di empatia: pattern al cui interno la psicopatologia identifica sotto-tratti come il senso di entitlement, la fantasia di successo illimitato, lo sfruttamento interpersonale, la vulnerabilità acuta alla critica.

L’errore di metodo da cui occorre dichiaratamente prendere distanza è il transito clinico-politico immediato, che applica ai leader i criteri DSM come se fossero diagnosi cliniche fondate. La psichiatria politica seria, anche per esplicita disposizione dell’American Psychiatric Association sotto la cosiddetta regola Goldwater, evita la diagnosi a distanza di figure pubbliche; il transito legittimo è quello analogico-genealogico, non clinico. Il leader del baracconismo mostra tratti della grammatica narcisistica come categoria descrittiva, e non «è» un narcisista in senso clinico. La precisazione non è cautelativa ma costitutiva: l’analisi politica perde mordente se rinuncia alla distinzione fra patologia individuale e dispositivo politico-istituzionale, perché la cornice diagnostica trasferisce sul carattere ciò che è invece effetto strutturale.

Su questo presupposto, l’analogia diventa lavorabile. Il baraccone esibisce grandiosità nella pretesa sistemica di avere soluzioni semplici a problemi complessi e nella presentazione di sé come salvatore della patria; bisogno di ammirazione, come carburante della campagna permanente, dove ogni comizio, ogni apparizione televisiva, ogni post sulle piattaforme social funziona da rifornitura quotidiana del Sé, secondo la nozione clinica del narcissistic supply; mancanza di empatia, come modalità strutturale di indifferenza verso il bene comune, considerato accessorio rispetto all’auto-affermazione; vulnerabilità intollerabile alle critiche, lette come ferite narcisistiche e riconvertite immediatamente in aggressione, demonizzazione, attribuzione di complotto.

A questa diagnosi della grammatica individuale dei tratti corrisponde, sul piano antropologico-politico, una tesi che è importante non lasciare implicita. Lo storico statunitense Christopher Lasch, nel saggio The Culture of Narcissism. American Life in an Age of Diminishing Expectations del 1979, aveva descritto il narcisismo non come fragilità psicologica di alcuni individui ma come configurazione antropologica di un’intera società tardo-moderna, in cui la rinuncia ai legami lunghi e alla trasmissione generazionale lascia il Sé in stato di permanente bisogno di rispecchiamento. Giovanni Orsina, nel saggio La democrazia del narcisismo. Breve storia dell’antipolitica (Marsilio 2018), ne riprende la diagnosi e la incrocia con Tocqueville ed Elias Canetti per sostenere che la democrazia produce strutturalmente un cittadino con aspettative illimitate, il quale pretende dal sistema politico la rimozione di ogni residuo di insoddisfazione esistenziale; quando le aspettative vengono frustrate, la risposta è il risentimento verso il sistema in quanto tale. Il baraccone incontra questo risentimento e se ne nutre: rispecchia, amplifica e ridirige verso la classe politica un sentimento che è prima di tutto antropologico, e che la mediazione tradizionale dei partiti aveva, con difficoltà crescente, saputo addomesticare. La cornice di Orsina è importante per cogliere come il rapporto fra leader e seguaci si configuri non come adesione razionale a un programma ma come legame simbiotico-fusionale, dove il seguace proietta sul leader una versione idealizzata e potente di sé, e il leader trova nel seguace lo specchio che alimenta la propria precaria grandiosità. La rilettura del mito di Narciso che Oscar Wilde affida al prose poem The Disciple (1894), dove a parlare è il lago che amava il giovane non per la sua bellezza ma perché nei suoi occhi vedeva riflessa la propria, descrive con esattezza letteraria la struttura speculare del legame. Sull’asse di questa specularità si comprende perché il baracconismo resista a scandali, smentite, sconfessioni: il legame non è cognitivo, è identificativo.

Sul terzo piano, quello del palcoscenico, il baraccone gioca con due profili oscillanti che lo studioso della politica della celebrità John Street ha messo a fuoco nel saggio del 2004 sui celebrity politicians: il leader-superstar, eccezionale e quasi sovrumano, che cura una distanza ieratica dal popolo, e il leader-everyday, l’uomo della porta accanto con cui chiunque può identificarsi. La maestria del baraccone consiste nel passare dall’uno all’altro a seconda del bisogno tattico, ostentando ora l’inimitabilità ora la prossimità, e mantenendo entrambe in tensione produttiva. In entrambi i profili l’inversione decisiva è la stessa: il politico, che dovrebbe essere il mezzo per realizzare un programma, diventa il contenuto del messaggio; il partito si riduce a veicolo di servizio per il leader; la domanda dell’elettore si sposta da «cosa proponi?» a «chi sei?». La traiettoria, ancorché radicalizzata, non è inedita. Si svolge nei vincoli di quella finzione operativa di rappresentanza diretta che la cornice genealogica del corpus attuale di questo blog ha già esibito altrove, e che il baracconismo porta al punto in cui la finzione si fa più sfacciata e meno sostenibile insieme.

Il punto in cui il dispositivo si fortifica contro la propria correzione è la costruzione di un ecosistema cognitivo chiuso, dentro cui le evidenze e le argomentazioni che potrebbero erodere la presa del leader vengono pre-disattivate per via di immunizzazione. Il baracconismo si sostiene allora su un arsenale retorico-tecnologico che agisce su quattro vettori intrecciati: la semplificazione delle questioni complesse in formule emotivamente cariche, la polarizzazione esasperata della società in tribù antagoniste, il complottismo come griglia interpretativa onnicomprensiva, la segregazione informativa nei circuiti algoritmici. La semplificazione converte i problemi economici, sociali e geopolitici in slogan brevi, e questo doppio guadagno (massima viralità, minima profondità) sostituisce il programma politico con la frase a effetto e la realtà con la percezione manipolata. La polarizzazione costruisce e tiene viva la dicotomia noi/loro (popolo contro élite, patrioti contro globalisti, gente comune contro lobby) e fa della divisione la condizione stessa di esistenza del dispositivo: se la coesione sociale tornasse sufficiente, il baraccone perderebbe il suo motore. Il complottismo offre una griglia totalizzante per spiegare ogni evento angosciante o complesso come prodotto della volontà occulta di un gruppo definito; individua un capro espiatorio su cui scaricare il risentimento; fornisce ai seguaci la sensazione lusinghiera di possedere una verità privilegiata, sottratta alla «massa addormentata»; e, dal lato del leader, lo rende inattaccabile, perché ogni prova contraria alla narrazione viene reinterpretata come ulteriore conferma del complotto in atto.

La segregazione informativa, infine, agisce sul piano infrastrutturale-tecnico: gli algoritmi delle piattaforme social, ottimizzati per massimizzare il tempo di permanenza, costruiscono per ogni utente quelle che il giurista costituzionalista statunitense Cass Sunstein, nel volume Republic.com del 2001 e nei suoi seguiti fino a #Republic del 2017, chiama echo chambers, e che l’attivista digitale Eli Pariser, nel saggio The Filter Bubble del 2011, ha specificato sotto il nome di filter bubbles. La sovrapposizione dei due concetti coglie due movimenti distinti ma convergenti: la scelta volontaria di consumare contenuti che confermano le proprie convinzioni preesistenti, e la selezione algoritmica che filtra l’esposizione dell’utente a contenuti omogenei. Il risultato è una traiettoria informativa progressivamente endogamica, dentro cui la lealtà alla tribù prevale sulla verifica della verità.

A questo punto la psicologia cognitiva indica perché il dispositivo regge anche di fronte a evidenze contrarie. La formula del backfire effect, coniata dai politologi Brendan Nyhan e Jason Reifler nello studio del 2010 When Corrections Fail pubblicato su Political Behavior, descrive il caso in cui la correzione di una falsa credenza, lungi dal ridurre l’errore, lo rafforza nei soggetti predisposti a crederla. Va precisato per onestà filologica che la replicabilità del fenomeno è stata ridimensionata dalla letteratura successiva e dallo stesso Nyhan, in un articolo del 2021 sui Proceedings of the National Academy of Sciences; la cornice esplicativa oggi più solida è quella della motivated reasoning, studiata da Charles Taber e Milton Lodge nel volume The Rationalizing Voter del 2013, dove la resistenza alla correzione non risulta in un rafforzamento dell’errore ma in una svalutazione preventiva delle fonti che lo contraddicono. La differenza non è marginale: il backfire effect dipinge il seguace come un soggetto che si radicalizza quando viene corretto; la motivated reasoning lo dipinge come un soggetto che orienta la propria attenzione e il proprio scetticismo in funzione delle proprie precommittenze identitarie. In entrambi i casi il leader del baracconismo trae beneficio, perché i suoi critici verranno classificati come parte del complotto o squalificati come fonti inaffidabili prima ancora di essere ascoltati. La cittadella ideologica è chiusa dall’interno, e non si lascia espugnare da nuovi dati.

Il bilancio politico di questa formazione si misura sulle istituzioni che essa corrode. Quattro processi si intrecciano. Il primo è la svalutazione della verità come istanza pubblica condivisa: sostituendo il dibattito basato sui fatti e sulle argomentazioni con la performance emotiva e la narrazione cospirazionista, il baracconismo riduce la sfera pubblica ad arena di tifoserie contrapposte, dove la verità si subordina alla lealtà tribale e al volere del leader. Il secondo è l’erosione della coesione sociale: prosperando sulla polarizzazione, il dispositivo approfondisce le fratture, esaspera il tribalismo, rende impossibile la ricerca del terreno comune che è premessa di ogni decisione collettiva legittima. Il terzo è la delegittimazione delle istituzioni di mediazione, attaccate come «casta» ovvero come ostacolo all’incontro diretto fra leader e popolo: parlamenti, partiti, magistratura, stampa libera vengono presentati non come imperfezioni correggibili ma come ostacoli da rimuovere, in vista della sostituzione della complessità procedurale con la volontà plebiscitaria. Il quarto è il più radicale: il baracconismo svuota la politica della propria funzione, riducendola da sforzo collettivo per il bene comune a palcoscenico privato di un singolo. La res publica, la «cosa di tutti», diventa la cosa del solo.

A questo punto la posizione genealogica del fenomeno nel corpus attuale di questo blog si chiarisce per contrasto. Va distinto il baracconismo dal Cesarismo sacrale e dal Cesarismo algoritmico, di cui pure è spesso vettore: il Cesarismo, nelle sue due figure odierne, è il momento strutturale-istituzionale, in cui la legittimazione carismatica sostituisce la mediazione rappresentativa. Luciano Pellicani, nei capitoli pertinenti del suo lavoro sull’anomalia europea, descriveva il cesarismo plebiscitario come la specifica forma autoritaria che la modernità democratica produce quando il legame fra rappresentanti e rappresentati si spezza e viene ricostituito sulla acclamazione diretta del capo; il baracconismo abita questa cornice ma vi aggiunge la torsione narcisistico-spettacolare, che la pellicanizzazione classica della categoria non aveva potuto vedere ai suoi tempi. Il baracconismo, in altre parole, è il versante personalistico-narcisistico del cesarismo, il punto in cui il leader incarna se stesso come spettacolo prima e come istituzione poi. Le due figure possono saldarsi, e nella loro saldatura si producono i regimi più resilienti: il baraccone spettacolarizza la propria figura e plebiscita la propria legittimità, e così trapassa dal regime del politainment a quello del consenso autoritario. Va distinto anche dal governatore-manager, di cui il baracconismo è quasi l’opposto speculare: dove il baraccone è performance senza governance, il governatore-manager è governance senza legittimazione popolare, tecnocrazia paludata che svuota la politica dall’altra parte dell’asse. Le due figure compongono insieme il paesaggio antinomico delle democrazie bloccate, dove lo spettacolo che simula la rappresentanza e la gestione che la sopprime si alternano senza mai produrre la mediazione che entrambe presuppongono di superare.

La cornice teorica di chiusura va cercata nei tre autori canonici del fenomeno. Hannah Arendt, nel volume The Human Condition del 1958, ha descritto la sfera pubblica come spazio dell’agire plurale, dove le persone si manifestano le une alle altre nella propria distinzione e nella propria libertà; il baracconismo erode questa sfera nel suo nucleo, perché sostituisce all’agire plurale la presenza unica del leader-totem, e all’apparire reciproco dei cittadini la contemplazione condivisa del solo che parla. Guy Debord, nel saggio La société du spectacle del 1967, ha colto in anticipo il movimento strutturale di lungo periodo che sostituisce alle relazioni umane mediate dalla parola le relazioni mediate dall’immagine; il baracconismo è uno dei capitoli politici di quella trasformazione, l’incrocio fra la grammatica novecentesca della rappresentanza democratica e l’estetica spettacolare che ne saluta l’esaurimento. Neil Postman, in Amusing Ourselves to Death del 1985, ha argomentato che la televisione, e con essa la cultura del consumo audiovisivo, modifica strutturalmente lo statuto cognitivo del discorso pubblico, riducendolo a successione di immagini emotivamente cariche; il politainment di Dörner è il nome aggiornato della stessa diagnosi.

Tutti e tre questi orizzonti convergono in una tesi di cornice che la genealogia del corpus ha argomentato a parte: il baracconismo non è la malattia, è il sintomo. Si potrebbe formularne anche la cifra epistemica per contrasto. Foucault, nelle lezioni al Collège de France del 1982-1984 dedicate alla parrhēsía, descriveva il franco-dire come parola che il parlante pronuncia a proprio rischio, in cui dichiara il proprio rapporto alla verità e accetta le conseguenze del dichiararlo. La parola del baraccone è la perfetta negazione strutturale della parrhēsía: è parola performativa senza rischio, perché chi la pronuncia ha già pre-disattivato qualunque consguenza tramite il dispositivo di immunizzazione cognitiva descritto sopra; è parola spettacolare invece che veridica, perché non sa essere falsificata da nulla; è parola dell’ego espanso, non del soggetto che si espone. Sull’asse della parrhēsía, il baracconismo è precisamente ciò che il franco-dire non è: il suo contrario fenomenologico.

Tocqueville, nel secondo libro di De la démocratie en Amérique del 1840, descrive la possibilità che la democrazia produca un dispotismo nuovo, mite e amministrativo, in cui un potere tutorio assume in carico la felicità dei cittadini in cambio della loro rinuncia all’esercizio attivo della libertà; quel dispotismo è la gabbia di velluto di una società che ha accettato di essere governata in cambio di essere accudita. Il baraccone è il rumore che attraversa la gabbia di velluto per ricordarle di tanto in tanto che esiste; è il sintomo cromatico, vistoso e momentaneo, di una sottomissione strutturale accettata in tempi lunghi, di cui il baraccone né è causa né è cura, ma di cui si nutre come l’attrazione da fiera si nutre del bisogno di meraviglia di chi si è stancato del proprio quotidiano. Diagnosticare il baraccone, dunque, è movimento doppio: identificare la maschera, e contemporaneamente riconoscere il volto che essa indossa, senza confondere la prima con il secondo.

Bibliografia

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