Il pacifismo che chiede oggi una pace negoziata al prezzo di lasciare a Mosca il primo territorio sovrano altrui acquisito per via militare in Europa dal 1945 non distingue tra la fine del conflitto e la resa al suo autore. La differenza non è retorica. Una stessa parola, pace, copre due cose opposte: l’una nasce dal riconoscimento mutuo della legittimità degli interlocutori, l’altra dalla loro asimmetria preliminarmente data per inevitabile. La tesi che segue muove da qui: la difesa militare e politica dell’anomalia europea non è opzione tra altre ma condizione di possibilità del suo significato storico-istituzionale.
Il principale alibi dell’aggressione del febbraio 2022 era pronto da decenni: l’espansione atlantica verso est come provocazione intollerabile. È la lettura che la scuola realista delle relazioni internazionali, segnatamente nella formulazione di John Mearsheimer, condivide con la propaganda del Cremlino, sia pure con intenti opposti. La narrazione postula un’alleanza aggressiva che avanza in territori già di pertinenza russa, e una Russia che reagisce difensivamente per garantire la propria sicurezza strategica.
La cronologia degli allargamenti racconta un’altra storia. Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca, ingressate il 12 marzo 1999, lo fanno dopo una memoria di quarant’anni di sottomissione al Patto di Varsavia: la richiesta è loro, non dell’alleanza. Cinque anni più tardi, il 29 marzo 2004, l’ondata più ampia della storia atlantica accoglie sette paesi insieme. Tre repubbliche baltiche che l’Unione Sovietica aveva cancellato giuridicamente dalle proprie mappe dal 1940 al 1991. Quattro paesi del fianco orientale, fra cui la Slovenia, dove l’adesione era stata ratificata con un referendum al sessantasei per cento. Albania e Croazia nel 2009, Montenegro nel 2017, Macedonia del Nord nel 2020, Finlandia nel 2023, Svezia nel 2024 chiudono la sequenza: la neutralità storica di Helsinki e di Stoccolma cede sotto la pressione dell’invasione del 2022, non sotto pressione atlantica.
Il pattern è morfologicamente univoco. Ogni accessione è una fuga dalla Russia, non un’avanzata contro la Russia. La tesi che il Cremlino tema un attacco dell’alleanza si confuta sul piano operativo: dei tre stati baltici confinanti con la Federazione Russa, nessuno è stato attaccato in oltre vent’anni di adesione, mentre la Georgia nel 2008 e l’Ucraina dal 2014 hanno conosciuto l’aggressione militare proprio perché non coperti dall’Articolo 5. La correlazione è esattamente inversa rispetto a quella che la tesi realista prevede.
| Ondata | Stati aderenti | Movente strategico documentato |
|---|---|---|
| 12 marzo 1999 | Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca | Memoria della sottomissione al Patto di Varsavia, ricerca di garanzia occidentale dopo la dissoluzione del blocco sovietico. |
| 29 marzo 2004 | Bulgaria, Estonia, Lettonia, Lituania, Romania, Slovacchia, Slovenia | Ondata più ampia della storia atlantica. Le repubbliche baltiche, cancellate giuridicamente da Mosca fra il 1940 e il 1991, cercano garanzia di sopravvivenza statuale. La Slovenia ratifica con referendum al sessantasei per cento. |
| 1° aprile 2009 | Albania, Croazia | Stabilizzazione del fianco adriatico dopo i conflitti balcanici degli anni Novanta. |
| 5 giugno 2017 | Montenegro | Resistenza al tentato colpo di Stato filorusso del 2016, completamento dell’architettura adriatica. |
| 27 marzo 2020 | Macedonia del Nord | Conclusione del lungo contenzioso sul nome con Atene e ancoraggio occidentale stabile. |
| 4 aprile 2023 | Finlandia | Abbandono della neutralità storica come reazione diretta all’invasione russa dell’Ucraina. |
| 7 marzo 2024 | Svezia | Identico movente. La tradizione neutralista bicentenaria viene chiusa per la prima volta dall’epoca napoleonica. |
La conclusione segue logicamente. La cosiddetta minaccia atlantica non spiega l’aggressione, ne è il pretesto ex post. La vera asimmetria che il regime russo non tollera non è militare ma politica. Un’Unione Europea che, ai propri confini, mostri la possibilità concreta di una società di cittadini liberi e uguali davanti alla legge, di uno stato di diritto che vincoli il potere, di una catallassi economica che produca prosperità diffusa, costituisce per il sistema di potere personale costruito a Mosca una minaccia esistenziale dello stesso ordine di grandezza che la Riforma costituì per la Spagna asburgica. Non è una metafora storica: è un dato di struttura.
L’anomalia europea è il lemma con cui la specificità storico-istituzionale del continente viene nominata nella tradizione che da Pellicani risale a Popper. Non designa un’eccezione provinciale o un primato auto-conferito, ma l’irriducibile torsione che ha prodotto, nel corso di otto secoli, la separazione fra autorità religiosa e potere temporale, la limitazione del potere politico tramite il diritto, la coesistenza fra ordine spontaneo del mercato e ordine deliberato dell’istituzione. È l’insieme di queste differenziazioni a generare quel campo della complessità che la società aperta richiede per sostenersi, e che ogni regime di concentrazione del potere percepisce come dissolvente. Per questo la difesa della democrazia liberale come campo della complessità è inseparabile dalla capacità di custodirne le condizioni materiali.
Quando il Cremlino conduce per oltre un decennio una campagna ibrida non dichiarata contro l’Unione, non sta perseguendo un obiettivo militare. Sta cercando di azzerare un modello che, semplicemente esistendo ai propri confini, delegittima la sua pretesa di rappresentare l’unica forma possibile di sovranità russa. La domanda strategica del regime, in altri termini, non è «come fermare la NATO», è «come impedire che i cittadini russi continuino a vedere, oltre il confine, una versione possibile di sé stessi che il sistema russo non può concedere».
La pressione si esercita attraverso quattro vettori distinti e coordinati. La loro coordinazione, non la loro intensità singola, è ciò che li rende strategicamente efficaci.
L’asse più visibile è quello informativo. RT e Sputnik, di cui il Servizio europeo di azione esterna documenta da anni il funzionamento come strumenti di guerra cognitiva del Cremlino, sono stati banditi dallo spazio mediatico europeo con il Regolamento (UE) 2022/350 del 1° marzo 2022. La rete Doppelganger, esposta da EU DisinfoLab nel rapporto del settembre 2022, opera con cloni di testate europee autentiche, da Bild a Le Monde a The Guardian e Ansa, attraverso domini quasi identici agli originali, e diffonde narrative fabbricate verosimili. La logica operativa non punta a convincere ma a saturare lo spazio di un rumore tale da rendere indistinguibile il vero dal falso, secondo lo schema teorizzato già negli anni Settanta da Hannah Arendt sulla menzogna in politica.
Al vettore informativo si affianca quello politico-finanziario, che agisce sulle democrazie europee dall’interno. La risoluzione del Parlamento europeo del 25 aprile 2024 sulle nuove accuse di interferenza russa documenta sostegno politico, mediatico e finanziario diretto a partiti e singoli esponenti politici «consapevolmente al servizio degli interessi di Mosca». I lavori del Servizio europeo di azione esterna in materia di Foreign Information Manipulation and Interference ricostruiscono vettori di finanziamento opaco già dispiegati nella decade precedente, da operazioni di propaganda elettorale a campagne di delegittimazione mirata di organi giurisdizionali europei.
L’arma energetica ha trasformato la dipendenza dal gas in strumento di pressione. La progressiva riduzione delle forniture Gazprom nell’autunno 2021 e nei primi mesi del 2022, antecedente l’invasione, mirava a destabilizzare economicamente le società europee e a creare malcontento sociale prima del passaggio cinetico. I dati della Commissione europea e dell’Agenzia internazionale dell’energia attestano la natura politica e non commerciale di quella contrazione: una scelta di leva geopolitica mascherata da decisione di mercato.
A chiudere il quadro è la dimensione cognitivo-cibernetica, che opera attraverso operazioni di interferenza elettorale e amplificazione algoritmica delle polarizzazioni sociali. La Internet Research Agency di San Pietroburgo, documentata dal Mueller Report (2018) e dal Senate Intelligence Committee Report (2019), ne è la matrice organizzativa originaria. ENISA, l’agenzia europea per la cibersicurezza, traccia in parallelo la dimensione tecnica delle intrusioni infrastrutturali su reti energetiche, sistemi sanitari, infrastrutture portuali. L’insieme dei quattro vettori configura ciò che la dottrina recente chiama guerra ibrida: nessuno dei vettori, preso isolatamente, raggiunge la soglia dell’atto di guerra; tutti insieme, coordinati, producono effetti di destabilizzazione comparabili.
| Vettore | Strumenti operativi | Fonti documentali |
|---|---|---|
| Informativo | RT, Sputnik, rete Doppelganger di cloni di testate europee | Regolamento (UE) 2022/350; EU DisinfoLab, rapporto settembre 2022; EUvsDisinfo, EEAS Stratcom. |
| Politico-finanziario | Sostegno opaco a partiti, finanziamenti irregolari, delegittimazione mirata di soggetti istituzionali | Risoluzione del Parlamento europeo del 25 aprile 2024; relazioni del Comitato speciale ING2. |
| Energetico | Riduzione sistematica delle forniture Gazprom in regime di leva geopolitica | Commissione europea, dati DG Energy; Agenzia internazionale dell’energia, Gas Market Reports. |
| Cognitivo-cibernetico | Internet Research Agency, operazioni FIMI, intrusioni in infrastrutture critiche | Mueller Report (2018); Senate Intelligence Committee Report (2019); ENISA, Threat Landscape. |
La tesi della «minaccia NATO», una volta privata della sua plausibilità empirica, lascia scoperta la cornice ideologica che la sostiene. È nella geopolitica eurasiatista di Aleksandr Dugin che quella cornice trova la sua formulazione concettualmente più articolata, e perciò più rivelatrice. Il termine intorno a cui essa ruota è il katechon.
L’origine è paolina. Nella Seconda lettera ai Tessalonicesi (2, 6 e 7), Paolo parla di «ciò che lo trattiene» (τὸ κατέχον) e di «colui che lo trattiene» (ὁ κατέχων): un’istanza che frena la venuta dell’iniquità escatologica. La teologia politica novecentesca, in particolare in Carl Schmitt (Der Nomos der Erde, 1950), riprende la categoria e la trasferisce sul piano dell’ordine politico: il katechon è l’istanza che impedisce la dissoluzione anomica della comunità storica, frena il caos, custodisce la forma. Schmitt vi identifica storicamente una funzione che imperi e potestà sovrane hanno assunto in momenti di transizione epocale.
Dugin compie su questa eredità un’operazione concettuale decisa. Nei Fondamenti di geopolitica (1997) e poi nella Quarta teoria politica (2009), il katechon viene identificato con la civiltà eurasiatica continentale, depositaria di un ordine tradizionale che frenerebbe il caos liberale-atlantico. L’Occidente vi appare come potenza dissolutrice, dell’anomia, del relativismo, della pretesa di universalità dei diritti individuali. L’Eurasia di Mosca è il katechon che resiste, custodisce, trattiene. Il conflitto fra atlantismo ed eurasismo non è guerra fra stati ma fra civiltà.
L’operazione è concettualmente vistosa più che analiticamente solida, come la letteratura specialistica (Marlène Laruelle, Anton Shekhovtsov) ha argomentato in dettaglio. La sua importanza non sta nella plausibilità: sta nella funzione retorica e geopolitica. Sostituisce l’asse del confronto reale, che è quello fra società aperta e società chiusa nei termini di Bergson e Popper, con un asse fittizio fra civiltà telluriche e civiltà talassocratiche, ripreso da Karl Haushofer e dalla geopolitica tedesca degli anni Venti. Salva il regime russo dall’unico giudizio politico che lo qualificherebbe per quello che è, un’autocrazia kleptocratica, e lo riveste della dignità di custode di un ordo civilizzativo minacciato. Il pregio retorico del dispositivo è la sua eleganza apparente: trasferisce sul piano della filosofia della storia ciò che, sul piano della storia politica, non reggerebbe l’esame. Il bivio fra Spengler e Hazard mostra come questa operazione si saldi con i cesarismi novecenteschi e con le loro repliche contemporanee.
Quando una postura eurasiatica europea, di qualunque colore politico, riprende oggi il lessico duginiano, non sta facendo geopolitica realista: sta facendone l’imitazione retorica. Il calco di una grammatica e la grammatica stessa non coincidono.
Proposte di uscita unilaterale dell’Italia dall’alleanza atlantica circolano nel dibattito pubblico con varia intensità e tornano periodicamente in primo piano nelle stagioni elettorali. Esaminate fuori dalla retorica che le accompagna, presentano quattro implicazioni strutturali concorrenti, di cui ciascuna è da sola sufficiente a renderle insostenibili.
La decadenza dell’Articolo 5 trasferirebbe la garanzia di sicurezza collettiva all’unico soggetto che potrebbe sostituirla, lo Stato nazionale: che dovrebbe assumere unilateralmente l’onere della deterrenza in un’area, il Mediterraneo allargato, in cui la postura di numerosi attori, dalla federazione russa alla repubblica popolare cinese, dalla Turchia all’Iran, si è strutturalmente militarizzata nell’ultimo decennio. Conseguentemente, la corsa al riarmo unilaterale diverrebbe l’unica risposta razionale alla perdita della copertura collettiva: le stime delle organizzazioni che monitorano la spesa militare (anzitutto SIPRI nelle sue rilevazioni annuali) convergono su un’esigenza di destinare alla difesa una quota di prodotto interno lordo che, in regime di solitudine strategica, deve compensare l’assenza di interoperabilità con gli alleati di lungo periodo. L’effetto sui capitoli di sanità, istruzione e welfare sarebbe proporzionalmente brusco.
A queste due implicazioni propriamente militari se ne aggiungono due politiche. L’isolamento decisionale nei tavoli che contano segue meccanicamente dall’espulsione dai forum di coordinamento dell’intelligence e dalle partnership tecnologiche di lungo termine. Nel Mediterraneo, area di vitale interesse strategico per l’Italia, si aprirebbe un vuoto di potere riempito da attori la cui agenda non coincide con quella italiana. L’irrilevanza geopolitica come conseguenza derivata chiude il quadro: un paese strategicamente isolato perde la possibilità stessa di trattare sui propri interessi nazionali. Cessa di essere soggetto e diventa oggetto di geopolitica altrui. La definizione operativa di sovranità che la modernità europea ha consolidato presuppone la capacità di partecipare a sistemi di sicurezza collettiva, non l’isolamento autarchico.
Il cosplay di una grande potenza strategicamente autonoma è precisamente l’opposto della grande potenza strategicamente autonoma. Il primo è retorica di solitudine, la seconda è capacità di coalizione.
Dal voto del Parlamento italiano sull’adesione al Patto Atlantico del 18 marzo 1949 in poi, nessun governo della Repubblica ha messo in discussione l’ancoraggio atlantico come pilastro strutturale dell’interesse nazionale. Anche i premier più critici verso specifiche politiche statunitensi hanno conservato il quadro istituzionale. Bettino Craxi, durante la crisi di Sigonella dell’ottobre 1985, rivendica con fermezza la sovranità giurisdizionale italiana sulla base aerea senza per questo mettere in discussione l’alleanza che vi era ospitata: l’attrito è sul singolo evento, non sulla cornice strategica.
L’unica eccezione strutturalmente coerente alla postura atlantica viene da una sola formazione politica novecentesca, il Partito Comunista Italiano. L’attribuzione filologica è oggi documentata. Gli archivi del Comitato Centrale del Partito Comunista dell’Unione Sovietica, aperti dopo il 1991, hanno reso accessibili duecentoquaranta documenti del Fondo di assistenza internazionale costituito a Mosca nel 1950 per sostenere finanziariamente i partiti comunisti occidentali e le organizzazioni fiancheggiatrici dell’Unione Sovietica. La ricostruzione documentale è in Valerio Riva e Francesco Bigazzi, Oro da Mosca (Mondadori, 1999). La testimonianza del responsabile amministrativo dello stesso PCI nei decenni cruciali è in Gianni Cervetti, L’oro di Mosca (Baldini & Castoldi, 1993).
L’osservazione che ne segue è strutturale, non valutativa sui contemporanei. L’orientamento eurasiatico, nella storia repubblicana italiana, ha avuto una sola matrice strategicamente coerente: quella allineata con la potenza che, allora come oggi, esercita il ruolo di pivot continentale alternativo all’asse atlantico. La continuità non è di soggetto politico, è di logica geopolitica. Riconoscere la genealogia non equivale a stabilire identità fra le epoche, ma a distinguere fra inerzia ideologica e analisi situata.
Il 13 aprile 2022, in un’intervista pubblicata dal Semanario Expresión di Chiclayo e condotta dalla sua direttrice Rosa Chambergo Montejo, l’allora vescovo Robert Francis Prevost, divenuto il successivo 8 maggio 2025 Pontefice con il nome di Leone XIV, qualifica il conflitto in termini netti. Si tratta, dice in spagnolo, «di un’autentica invasione imperialista, in cui la Russia cerca di conquistare un territorio per ragioni di potere»; aggiunge che «è ormai accertato che in Ucraina si stanno commettendo crimini contro l’umanità». La traduzione resta fedele al testo originario.
La dichiarazione, presa per quello che è, vale come documento di una posizione individuale assunta in una funzione pastorale specifica e in un momento storico determinato. La sua importanza nel quadro della tradizione cattolica non sta nell’autorità retroattiva del soggetto, sta nella struttura argomentativa. Nominare l’aggressore non è violazione della carità: è precondizione del giudizio morale che la carità presuppone. La tradizione del pacifismo cattolico, da Agostino al magistero della guerra giusta fino a Jacques Maritain, distingue rigorosamente fra la pace come opera della giustizia (opus iustitiae pax, secondo Isaia 32, 17) e la quiete come effetto della rassegnazione. La prima richiede di riconoscere chi viola la giustizia. La seconda confonde aggressore e aggredito sotto l’unica categoria della belligeranza e chiede a entrambi il medesimo passo indietro.
Un pacifismo che esige dalla vittima di abdicare alla legittima difesa per non disturbare l’aggressore non è una versione più radicale del messaggio evangelico, ne è la negazione dottrinale. La pace evangelica si costruisce sul riconoscimento dell’altro come soggetto, non sulla sua eliminazione politica.
La conclusione propositiva discende dalle premesse senza forzature. Una difesa europea autonoma, costruita per gradi e con strutture di interoperabilità progressiva, non rappresenta una svolta militarista dell’Unione: rappresenta il completamento istituzionale dell’anomalia europea. Assumere la responsabilità della propria sicurezza è atto nomocratico di sovranità democratica, non sua negazione. È la traduzione operativa della massima per cui chi vuole il fine deve volere i mezzi. Una sovranità che si limiti a dichiararsi senza dotarsi delle capacità materiali del proprio esercizio è figura retorica, non realtà politica.
Tocqueville aveva intravisto, nel 1840, il rischio inverso a quello che si paventa: non il rinvigorirsi dello Stato, ma il suo addolcimento in dispotismo mite, in tutela infantilizzante dei cittadini, in delega permanente della loro responsabilità. Una democrazia che si rifiuti di assumere la propria difesa, attendendola da altri, abdica nello stesso movimento alla maturità che dichiara di custodire. La traiettoria che Sen e Nussbaum descrivono come capability approach, applicata al piano politico-istituzionale, indica la stessa direzione: una comunità politica vale non per ciò che dichiara di volere, ma per ciò che è effettivamente in grado di compiere; e fra le capacità irrinunciabili di una comunità democratica c’è la difesa della cornice che la rende possibile.
L’alternativa fra militarismo e ingenuità pacifista è una falsa antitesi. Lo è perché entrambi i corni saltano il termine medio che la tradizione politica europea ha consolidato: la difesa istituzionale della libertà come dovere civico, non come scelta opzionale fra preferenze legittime. Sotto questa luce, il piano europeo di consolidamento delle capacità difensive non chiede ai cittadini europei di fare i guerrieri: chiede loro di fare i cittadini.
Chi chiede una pace al prezzo della libertà di chi è stato aggredito non chiede una pace, chiede il proprio congedo dalla storia. La domanda che resta aperta non è se sia possibile costruire una pace giusta in Europa, ma se l’Europa sia ancora disposta a riconoscere la giustizia come condizione della pace. Da quel riconoscimento dipende, di fatto, la possibilità stessa che esista ancora qualcosa come «pace europea» in un senso non meramente geografico.
Quale parte di sé un cittadino europeo è disposto a perdere, perché altrove qualcuno la perda al posto suo?
Bibliografia
Cervetti, Gianni. L’oro di Mosca. La verità sui finanziamenti sovietici al PCI raccontata dal diretto protagonista. Milano: Baldini & Castoldi, 1993.
Dugin, Aleksandr. Osnovy Geopolitiki. Geopoliticheskoe Buduščee Rossii. Mosca: Arktogeja, 1997. Trad. it. parziale: I fondamenti della geopolitica, Roma: Aliberti, 2011.
Dugin, Aleksandr. Četvërtaja političeskaja teorija. Mosca: Amfora, 2009. Trad. it.: La quarta teoria politica. Napoli: Controcorrente, 2017.
EU DisinfoLab. Doppelganger: media clones serving Russian propaganda. Bruxelles, settembre 2022.
Laruelle, Marlène. Russian Eurasianism. An Ideology of Empire. Washington DC: Woodrow Wilson Center Press, 2008.
Mearsheimer, John J. «Why the Ukraine Crisis Is the West’s Fault». Foreign Affairs, settembre/ottobre 2014.
Pellicani, Luciano. La società dei giusti. Parabola storica dello gnosticismo rivoluzionario. Milano: Edizioni di Comunità, 1995.
Pellicani, Luciano. Le radici pagane dell’Europa. Soveria Mannelli: Rubbettino, 2007.
Popper, Karl R. The Open Society and Its Enemies. London: Routledge, 1945. Trad. it.: La società aperta e i suoi nemici. Roma: Armando, 1973.
Prevost, Robert Francis. Intervista a Rosa Chambergo Montejo, direttrice del Semanario Expresión, Chiclayo (Perù), 13 aprile 2022.
Regolamento (UE) 2022/350 del Consiglio, 1° marzo 2022, sulle misure restrittive concernenti la situazione in Ucraina.
Risoluzione del Parlamento europeo del 25 aprile 2024 sulle nuove accuse di interferenza russa nel Parlamento europeo, nelle imminenti elezioni dell’UE e sull’impatto sull’Unione europea.
Riva, Valerio, e Francesco Bigazzi. Oro da Mosca. I finanziamenti sovietici al PCI dalla Rivoluzione d’Ottobre al crollo dell’URSS. Con 240 documenti inediti dagli archivi moscoviti. Milano: Mondadori, 1999.
Schmitt, Carl. Der Nomos der Erde im Völkerrecht des Jus Publicum Europaeum. Berlin: Duncker & Humblot, 1950. Trad. it.: Il nomos della terra nel diritto internazionale dello «jus publicum europaeum». Milano: Adelphi, 1991.
Sen, Amartya, e Martha C. Nussbaum, a cura di. The Quality of Life. Oxford: Clarendon Press, 1993.
Senate Select Committee on Intelligence. Russian Active Measures Campaigns and Interference in the 2016 U.S. Election. Washington DC, volumi pubblicati fra il 2019 e il 2020.
Shekhovtsov, Anton. Russia and the Western Far Right. Tango Noir. London: Routledge, 2018.
Tocqueville, Alexis de. De la démocratie en Amérique, vol. II. Paris: Pagnerre, 1840. Trad. it.: La democrazia in America. Torino: UTET, 1968.

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