Togliatti e la via italiana al totalitarismo: il “Partito Nuovo” come strategia di svuotamento democratico (Pellicani)

Decostruire un’Eredità Complessa e Controversa

Nel pantheon della storia politica italiana del XX secolo, la figura di Palmiro Togliatti e l’eredità del Partito Comunista Italiano (PCI) occupano uno spazio monumentale, spesso avvolto da una narrazione che ne esalta il ruolo nella lotta antifascista, nella stesura della Costituzione e nell’alfabetizzazione politica delle masse. È proprio contro questa interpretazione consolidata, che tende a edulcorare gli aspetti più problematici di quella storia, che si scaglia con acume e rigore critico l’analisi di Luciano Pellicani. Nel suo capitolo “Togliatti: la via italiana al totalitarismo”, tratto dal volume Cattivi maestri della sinistra, Pellicani avanza una tesi tanto radicale quanto documentata: la celebre “via italiana al socialismo”, lungi dall’essere un’apertura genuina ai principi della democrazia liberale, rappresentò una sofisticata e camuffata strategia per la conquista totalitaria del potere.

Questo articolo si propone di illustrare, rappresentare e commentare in dettaglio l’argomentazione di Pellicani, seguendone il filo logico e analitico. L’analisi non si configura come una critica politica convenzionale, bensì come una vera e propria autopsia ideologica. L’obiettivo di Pellicani non è semplicemente ribadire che il PCI fosse un partito antidemocratico, ma svelare il meccanismo specifico attraverso cui una strategia intrinsecamente totalitaria si adattò per operare, sopravvivere e prosperare all’interno di un sistema democratico, rendendola per questo ancora più insidiosa. Pellicani sostiene che Togliatti fu il “rifondatore del Pci” non solo in senso organizzativo, ma soprattutto strategico, avendolo “rimodellato alla luce degli insuccessi della strategia della Terza Internazionale”.

La tesi di Pellicani sfida frontalmente la narrazione post-comunista che, dopo il 1989, ha tentato di “salvare” l’eredità di Togliatti e del PCI, dipingendoli come padri della democrazia repubblicana e agenti di modernizzazione. Al contrario, Pellicani ci invita a una rilettura radicale: ogni azione del partito, anche quelle in apparenza più costruttive e democratiche, deve essere interpretata alla luce del suo fine ultimo, un fine che rimase sempre e inflessibilmente leninista e, pertanto, totalitario. La storia della Prima Repubblica, in questa prospettiva, non è più un semplice scontro tra democrazia e rigurgiti fascisti, ma un campo di battaglia più complesso, dove la giovane democrazia italiana si trovò assediata da un nemico interno che ne utilizzava le regole e le istituzioni con il solo scopo di prepararne la distruzione. L’intero capitolo di Pellicani è la meticolosa dimostrazione di questa tesi.


Il “Partito Nuovo” – Un Ibrido Strategico tra Kautsky e Lenin

Il punto di partenza dell’analisi di Pellicani è la fondamentale trasformazione del Partito Comunista Italiano impressa da Togliatti al suo ritorno in Italia nel 1944. Questa metamorfosi segnò l’abbandono del modello del “Partito di tipo nuovo” a favore del cosiddetto “Partito nuovo”. Lo stesso Togliatti, come riporta Pellicani, ne chiarì le ragioni: il “Partito di tipo nuovo”, nato nel 1921 sul modello della Terza Internazionale, era stato concepito come un’avanguardia rivoluzionaria che rompeva con la tradizione socialdemocratica. Tuttavia, l’esperienza dell’illegalità e una direzione “ultrasettaria” lo avevano reso un’entità limitata, chiusa e incapace di stabilire “larghi legami con le masse”. Era un’élite di rivoluzionari di professione, inadatta a operare in un contesto che non fosse quello di un imminente scontro frontale con lo Stato borghese.

Il “Partito nuovo” che Togliatti costruì dopo la “svolta di Salerno” era qualcosa di radicalmente diverso nella sua forma organizzativa. Doveva essere “un grande partito di massa e di popolo”, capace di inquadrare non solo la classe operaia, ma anche contadini, intellettuali, giovani e donne. Le sezioni del partito dovevano trasformarsi in “centri di vita popolare”, luoghi dove chiunque potesse trovare una guida, un consiglio e persino occasioni di svago. In questa struttura, Pellicani individua un chiaro ricalco del modello della Seconda Internazionale, in particolare della socialdemocrazia tedesca guidata da Karl Kautsky: un partito di massa profondamente radicato nella società, organizzato quasi come una “contro-società” alternativa a quella borghese.

Tuttavia, e qui risiede il cuore dell’argomentazione di Pellicani, questa trasformazione organizzativa non implicò un’abiura della vocazione rivoluzionaria. Al contrario, fu una scelta strategica per meglio perseguirla in un contesto mutato. Pellicani conia una formula di straordinaria efficacia per descrivere questa creatura togliattiana: un “ibrido politico-ideologico: un corpo kautskiano – il partito di massa organizzato come una contro-società – con una testa leninista”. Il “corpo” era la struttura di massa, visibile, partecipativa, che agiva sulla scena democratica. La “testa”, invece, rimaneva fedele ai principi del leninismo, mantenendo intatto l’obiettivo finale: la distruzione dell’ordine capitalistico e l’instaurazione di un “Ordine Nuovo”.

Questo ibrido era lo strumento perfetto per attuare quella che Gramsci aveva definito la “guerra di posizione”. Scartata l’ipotesi di un Blitzkrieg rivoluzionario, impraticabile in Occidente, l’unica via rimasta era quella di un lungo e paziente “assedio” per “logorare il nemico di classe fino alla vittoria finale” attraverso una “instancabile guerra psicologica e ideologica”. La genialità strategica di Togliatti, secondo l’analisi di Pellicani, risiede proprio in questa fusione. Un partito puramente leninista (solo “testa”) sarebbe rimasto settario e isolato. Un partito puramente kautskiano (solo “corpo”) avrebbe rischiato, come la SPD tedesca, di integrarsi nel sistema fino a diventare pienamente riformista. L’ibrido togliattiano, invece, permetteva al PCI di giocare su due tavoli: agire come un attore parlamentare di massa, accumulando consenso e penetrando le istituzioni, e al contempo mantenere la sua natura di esercito rivoluzionario disciplinato, in attesa del momento propizio. Il corpo di massa era la fanteria che occupava le “casematte” della società civile, mentre la testa leninista era lo stato maggiore che non perdeva mai di vista l’obiettivo strategico della vittoria finale.

CaratteristicaPartito di Tipo Nuovo (1921)Partito Nuovo (post-1944)
Modello di RiferimentoTerza Internazionale (Lenin)Seconda Internazionale (Kautsky) nella forma, Lenin nella sostanza
StrutturaÉlite di rivoluzionari di professionePartito di massa e di popolo
Rapporto con la SocietàChiusura settaria, avanguardia separataPenetrazione capillare, “centro di vita popolare”
StrategiaGuerra di movimento (scontro frontale)Guerra di posizione (assedio e logoramento)
Obiettivo ImmediatoPreparazione dell’insurrezioneConquista dell’egemonia culturale e politica

Questa dualità strutturale, come si vedrà, è la radice stessa della “doppiezza” che avrebbe caratterizzato l’intera storia del Partito Comunista Italiano nell’Italia repubblicana.


La “Doppiezza” e la Metafora del Paguro – L’Assedio alla Democrazia

Il concetto di “doppiezza” è centrale nell’analisi di Pellicani e descrive la caratteristica più profonda e strutturale del PCI togliattiano. Non si trattava di una mera ipocrisia morale o di un tatticismo contingente, ma della logica operativa dell’ibrido kautskiano-leninista. Era l’unica modalità attraverso cui il partito poteva conciliare la sua prassi quotidiana, formalmente democratica, con la sua finalità ultima, intrinsecamente totalitaria. Pellicani la descrive come una sorta di “Cavallo di Troia ideato per conquistare la Cittadella borghese”.

Per illustrare questa strategia, Pellicani ricorre a una potente metafora suggerita dal politologo Maurice Duverger: quella del “paguro”, il crostaceo che non costruisce una propria conchiglia ma si insedia in quella vuota di un altro mollusco. La strategia del PCI, secondo questa analogia, era quella di “distruggere il mollusco per installarsi nella conchiglia, la quale mantiene quasi intatto il suo proprio aspetto esteriore, mentre l’interno è completamente cambiato”. Il fine non era dunque la distruzione violenta e frontale delle istituzioni democratiche (la conchiglia), ma un’operazione più sottile e insidiosa: occuparle, svuotarle del loro spirito liberale (uccidere il mollusco) e trasformarle in involucri al servizio di un potere totalitario. Questa prospettiva ribalta completamente l’interpretazione dei contributi “positivi” del PCI alla vita repubblicana: la partecipazione all’Assemblea Costituente, l’attività parlamentare, le lotte sindacali diventano, in questa lettura, atti strumentali a un fine ultimo antidemocratico.

Questa condizione di duplicità permanente viene definita da Pellicani, citando Donald Blackmer, una “schizofrenia istituzionalizzata”, che costringeva il partito a “seguire il doppio binario, giustificando la sua azione con distinti e inconciliabili standard valutativi”. Da un lato, si professava fedeltà alla Costituzione e alle regole della democrazia parlamentare; dall’altro, si continuava a coltivare l’ideologia rivoluzionaria e il legame con il modello sovietico.

Pellicani fornisce prove schiaccianti di questa doppiezza, attingendo alla stessa letteratura comunista. Un esempio illuminante è la polemica del 1957 tra Antonio Giolitti e Luigi Longo. Quando Giolitti chiese alla direzione del partito di riconoscere il valore intrinseco e non solo strumentale della democrazia liberale, Longo, messo alle strette, fu costretto a gettare la maschera. Ammise che la trasformazione socialista “non può non implicare una riduzione, sino all’annullamento totale, dei diritti e dei poteri delle avverse e nemiche di questa trasformazione, ciò che non può non implicare forme di dittatura”. Un’altra testimonianza, citata da Pellicani, è l’episodio narrato da Luciano Gruppi riguardo a un comizio di Togliatti a Milano alla vigilia delle elezioni del 1948. Togliatti concluse con la frase ambigua: “Se non vinceremo, vinceremo”. Sebbene intendesse forse smorzare un eccessivo ottimismo elettorale, “l’applauso delirante” della folla indicò che il messaggio era stato recepito in un modo ben diverso e inequivocabilmente eversivo: “se non vinceremo con le schede, vinceremo in altro modo”.

Questa doppiezza era il ponte che teneva insieme le due anime inconciliabili del partito: permetteva al “corpo” kautskiano di agire e guadagnare legittimità nel sistema democratico, mentre la “testa” leninista non rinunciava mai all’obiettivo finale, ribadito da Togliatti stesso all’VIII Congresso del PCI: la “distruzione dell’ordinamento capitalistico” e la necessità storica della “dittatura del proletariato”.


L’Ancora di Mosca – Il Ruolo Esistenziale del Mito Sovietico

Se la doppiezza era la strategia e l’ibrido kautskiano-leninista lo strumento, il legame con l’Unione Sovietica era, nell’analisi di Pellicani, l’asse portante, il fondamento esistenziale che garantiva la coesione ideologica e la sopravvivenza stessa del PCI come partito rivoluzionario. Non si trattava di un semplice allineamento geopolitico, ma di una dipendenza quasi teologica.

Pellicani spiega che, di fronte al palese fallimento della profezia marxista sul crollo imminente e inevitabile del capitalismo, il movimento comunista aveva un disperato bisogno di un “mito surrogatorio”. Questo equivalente funzionale fu trovato nel “mito della presenza”: l’Unione Sovietica come “patria del socialismo” realizzato. L’URSS non era solo un alleato, era la prova vivente che la storia aveva una direzione, che l’utopia comunista non era un sogno ma una possibilità concreta e che il PCI era dalla parte giusta di questa marcia inarrestabile. Senza questo mito, sostiene Pellicani, il PCI avrebbe corso il rischio concreto di scivolare nel riformismo, una prospettiva che Togliatti considerava un “inescusabile tradimento di ogni ideale socialista”.

Da qui discende la necessità vitale di difendere quello che Togliatti stesso definiva il “legame di ferro con Mosca”. Questo legame, coltivato attraverso una “propaganda estesa e pervasiva” e una vera e propria “liturgia” di celebrazioni, doveva essere protetto a ogni costo, anche di fronte all’evidenza più agghiacciante. Pellicani sottolinea come Togliatti e la dirigenza del PCI difesero l’indifendibile con una tenacia che può essere compresa solo in questa chiave esistenziale. Le “rivelazioni” del Rapporto Krusciov sui crimini di Stalin non erano, per Togliatti, delle vere rivelazioni: egli, nota Pellicani, ne era “ben noto”, ma si era prodigato affinché la base rimanesse all’oscuro dello sterminio dei kulaki e delle purghe. Ancora più emblematico fu l’atteggiamento durante la rivolta ungherese del 1956. Non solo Togliatti giustificò la brutale repressione sovietica come un’azione necessaria per “schiacciare il fascismo nell’uovo”, ma, come riporta Pellicani citando lo storico Victor Zaslavsky, “sfruttò la sua posizione di leader comunista occidentale più autorevole e più ascoltato per spingere i sovietici verso l’invasione”.

Mettere in discussione Mosca non significava criticare una scelta politica, ma commettere un’eresia che avrebbe minato le fondamenta stesse della fede rivoluzionaria. Questo spiega la cecità volontaria e la difesa oltranzista di ogni crimine del regime sovietico. Questa dipendenza esistenziale, inoltre, legava indissolubilmente il PCI a una missione intrinsecamente anti-occidentale. Il marxismo, nelle mani dei bolscevichi, era diventato “un’arma anti-occidentale” e il PCI, suo fedele discepolo, operava in Italia come l’avamposto di un mondo ostile alla “civiltà liberale”, alimentando un’ossessione antiamericana che Angelo Tasca, citato da Pellicani, non esitò a definire “l’antisemitismo del nostro tempo”.


Ecclesia Militans – Il Partito come Fede e Contro-Società

Per comprendere appieno la forza, la coesione e l’impermeabilità alla realtà empirica del PCI, Pellicani sposta l’analisi dal piano puramente politico a quello sociologico e quasi religioso. Il Partito Comunista Italiano, nella sua disamina, non era un partito nel senso convenzionale del termine, ma una chiesa secolare, una “Ecclesia militans”. Era vissuto dai suoi militanti come un’entità dotata di un “vero e proprio potere battesimale”, capace di “purificare” uomini, idee e istituzioni dalle “stimmate dello spirito borghese”. Citando Gramsci, Pellicani ricorda come il partito si concepisse quale “custode della dottrina del socialismo e focolare della fede”.

Questa chiesa secolare costruì attorno a sé una “contro-società”, una “subcultura alienata” che produceva cittadini “che erano nella società, ma non della società”. Milioni di italiani vivevano materialmente fianco a fianco con i loro connazionali, ma si sentivano, ed erano sentiti, come estranei alla comunità nazionale, un corpo separato in attesa dell’ora X, lo scontro finale. Questa contro-società si autocelebrava con toni messianici, come testimonia la celebre frase di Pier Paolo Pasolini, riportata da Pellicani: il PCI era “un Paese pulito in un Paese sporco, un Paese onesto in un Paese disonesto, un Paese intelligente in un Paese idiota”. Questa separatezza era rafforzata da una rete capillare di sezioni, case del popolo, cooperative e associazioni collaterali che fungevano da “monastero”, proteggendo i fedeli dal mondo corrotto dei miscredenti e rafforzando continuamente la fede collettiva.

La struttura interna del partito rifletteva questa natura teocratica. Il centralismo leninista non era una semplice tecnica organizzativa, ma un sistema per garantire la purezza della dottrina e la subordinazione della base alla leadership. Pellicani cita Jean Arnault per spiegare la premessa epistemologica di questo sistema: la distinzione tra il “sapere generale” della direzione e il “sapere parziale” della base. La leadership, come descritto da Louis Althusser, non era realmente eletta ma si riproduceva per cooptazione, garantendo la continuità del potere e dell’ortodossia. L’adesione a questa chiesa non era un atto politico, ma una conversione esistenziale. Luciano Gruppi descrive questa esperienza come una “profonda trasformazione di se stesso”, una “immedesimazione” tale che “abbandonare il Partito sarebbe stato in realtà abbandonare, rinunciare a se stessi”.

Questa interpretazione del partito come fede è la chiave per comprendere perché le argomentazioni razionali e le prove fattuali non avevano alcun effetto sui militanti. Un partito politico normale si adatta alla realtà; se la sua ideologia è smentita dai fatti, la modifica. Per il PCI, come osserva Pellicani citando Alberto Moravia, avveniva il contrario: “Se la realtà non dava ragione alla ideologia, tanto peggio per la realtà”. Le notizie sui Gulag o sui crimini di Stalin non erano “fatti” da analizzare, ma “menzogne o calunnie” della propaganda nemica, da respingere a priori. Questa “chiusura epistemologica” era la più grande forza del partito, il cemento della sua unità, ma anche la sua caratteristica più intrinsecamente totalitaria. Era il motore psicologico e sociale che rendeva possibile e sostenibile per decenni la strategia della “doppiezza”.


L’Eredità Tossica e la “Democrazia Anomala”

L’analisi di Pellicani culmina in un verdetto finale tanto severo quanto logicamente conseguente. L’impatto principale del Partito Comunista Italiano sulla storia repubblicana è stato quello di “avvelenare la vita politica nazionale”, generando quella che viene definita una “democrazia anomala”. Le patologie strutturali della Prima Repubblica non furono, in questa prospettiva, un difetto culturale o un caso sfortunato, ma la conseguenza diretta e inevitabile della presenza di un massiccio partito antisistema che operava come un “paguro” totalitario all’interno della conchiglia democratica.

Una democrazia sana si fonda sulla possibilità dell’alternanza di governo, che a sua volta richiede un’opposizione “leale”, ovvero un’opposizione che, pur combattendo il governo in carica, ne accetta la legittimità e le regole fondamentali del gioco. Il PCI, come Pellicani dimostra in tutto il capitolo, era per sua natura un’opposizione “sleale”, il cui obiettivo strategico non era governare all’interno del sistema, ma la “fuoriuscita dalla moderna civiltà liberale” per instaurare la “dittatura del proletariato”.

Di conseguenza, il PCI non poteva essere considerato una legittima alternativa di governo. La conventio ad excludendum non fu primariamente una scelta discriminatoria dei suoi avversari, ma una misura di autodifesa, per quanto imperfetta, del sistema democratico stesso. Questo trasformava ogni elezione in un “referendum sul regime parlamentare e sull’appartenenza dell’Italia al mondo occidentale”. Tale situazione bloccò il meccanismo fondamentale della democrazia, generando una doppia patologia, come teorizzato da Giovanni Sartori: da un lato, la Democrazia Cristiana e i suoi alleati erano “condannati a governare”, il che li rendeva nel lungo periodo “politicamente irresponsabili”; dall’altro, il PCI era condannato a un’opposizione permanente, che ne rafforzava la natura antisistemica.

In conclusione, Pellicani sostiene che il PCI, pur con gli innegabili meriti nella difesa dei diritti dei lavoratori, ha svolto complessivamente un “ruolo reazionario perché reazionaria era la sua cultura politica”. La sua eredità è quella di una paralisi sistemica, di una polarizzazione ideologica che ha impedito alla democrazia italiana di normalizzarsi. L’essenza ultima del progetto togliattiano, al di là dei travestimenti democratici, rimaneva quella del totalitarismo leninista, centrato, come scrivono Pasternak e Solženicyn citati in chiusura da Pellicani, sul satanico imperativo di “fare in modo che la gente disimparasse a giudicare e pensare” e di ottenere “una completa resa dell’anima: una partecipazione attiva e costante alla generale Menzogna”. Il crollo del Muro di Berlino non ha solo segnato la fine di un’epoca, ma ha anche svelato la natura profonda di un’utopia che, nella sua versione italiana, si era dimostrata un veleno a lento rilascio per il corpo politico della nazione.



Bibliografia Essenziale

Zaslavsky, V., Lo stalinismo e la sinistra italiana, Mondadori, Milano 2004.

Arendt, H., Le origini del totalitarismo, Comunità, Milano 1984.

Blackmer, D.L.M., Unity in Diversity, The MIT Press, Cambridge (Mass.) 1968.

Duverger, M., Giano: le due facce dell’Occidente, Comunità, Milano 1973.

Kautsky, K., La via al potere, Laterza, Roma-Bari 1979.

Lenin, V., Opere complete, Editori Riuniti, Roma 1970 e ss.

Macaluso, E., Comunisti e riformisti, Feltrinelli, Milano 2013.

Pellicani, L., Gramsci, Togliatti e il Pci, Armando, Roma 1990.

Sartori, G., Teoria dei partiti e caso italiano, SugarCo, Milano 1982.

Togliatti, P., Opere scelte, Editori Riuniti, Roma 1981.



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