Doppiezza, Ecclesia militans, democrazia anomala: il PCI di Togliatti dopo il 1956 (Pellicani)

Letture di Cattivi maestri della sinistra (Luciano Pellicani, Rubbettino 2017)
Capitolo 2: Togliatti, doppiezza ed ecclesia militans

«La duplicità dei comunisti consisterebbe nel fatto che, mentre dicono di combattere per il socialismo sul terreno della democrazia e seguendo una via democratica, essi non hanno però rinnegato le tesi leniniste su Stato e rivoluzione, anzi, a queste tesi rimangono strettamente legati. Orbene, noi non solo non respingiamo le tesi leniniste sulla natura dello Stato, ma riteniamo che un partito della classe operaia non può correttamente avanzare, per una via democratica, verso il socialismo se non tiene sempre presenti queste tesi, la cui verità è stata confermata da tutto il corso degli avvenimenti storici»

Palmiro Togliatti, Le decisioni del XX congresso e il Partito socialista italiano, in Opere scelte (a cura di L. Gruppi), Editori Riuniti, Roma 1981, pp. 931-932

Il corpus filologicamente più tagliente sulla doppiezza del Partito Nuovo non viene dai suoi avversari, viene da Togliatti stesso negli anni 1956-1958. La sequenza degli interventi che il segretario del PCI consegna al dibattito pubblico nei due anni che separano il XX Congresso del PCUS dalla pubblicazione del Leninismo nel pensiero di Gramsci costituisce il momento di evidenza estratta in cui il dispositivo si autodichiara con franchezza chirurgica. In quegli anni la pressione delle rivelazioni krusceviane sui crimini di Stalin e la rivolta ungherese del 1956 obbligano il segretario a tenere il punto teorico, e la lealtà del Migliore al paradigma leninista emerge proprio dove le condizioni storiche più la mettevano in tensione. Il passaggio scelto come epigrafe, tratto dalla replica del Migliore al PSI dopo le decisioni del XX congresso, dichiara la coordinata strategica del Partito Nuovo nel modo più esplicito che gli interventi del 1956-1958 consentano. La fedeltà alle tesi leniniste su Stato e rivoluzione resta intatta dentro la via democratica al socialismo. La struttura dell’ibrido kautsko-leninista come dispositivo strategico del 1944 resta il presupposto: la fenomenologia tripartita di Macaluso (strategica per la dirigenza, tattica per i quadri, promessa rivoluzionaria differita per la base) è costruita sui margini di quella struttura. Quella fenomenologia, fondata sui margini del 1944, attendeva la verifica nei testi della seconda fondazione: gli interventi del 1956-1958 le offrono proprio quel terreno.

La doppiezza autoconfessata: 1956-1958

Il primo intervento della sequenza è la replica a Fabrizio Onofri pubblicata su «Rinascita» nel luglio 1956, alcuni mesi dopo il rapporto Krusciov al XX congresso. Onofri aveva chiesto al PCI di trarre dalle rivelazioni sui crimini di Stalin la conclusione coerente: l’abbandono della prospettiva leniniana del passaggio dal capitalismo al socialismo attraverso la dittatura del proletariato. Togliatti risponde a Onofri sul terreno opposto. La via democratica al socialismo non implica abbandono delle premesse leniniste, ne implica adattamento operativo: «Lo sviluppo pacifico, non doloroso, dipenderà da un complesso intrecciarsi di condizioni, di cui alcune dipendono da noi, altre dal corso oggettivo delle cose, altre dall’azione del nemico» (in La realtà dei fatti e la nostra azione rintuzza l’irresponsabile disfattismo, «Rinascita» luglio 1956). L’argomentazione interna è asciutta: il PCI sarà democratico fino a quando non troverà ostacoli sul suo cammino; ricorrerà a pratiche «dolorose» se l’azione del nemico ostacolerà la marcia. Il vincolo strategico è chiaro: la via democratica è il dispositivo operativo, non l’orizzonte normativo.

Sulla coppia «egemonia operaia» e «dittatura del proletariato», nello stesso intervento, Togliatti consegna la formula più sintetica: «fra i due termini una differenza c’era, ma non di sostanza». Sviluppa l’identità categoriale nel febbraio 1958, in Il leninismo nel pensiero di Gramsci («Rinascita», febbraio 1958), dove l’egemonia gramsciana è ricondotta alla dittatura del proletariato come «diversa formula per indicare» la stessa cosa. Il movimento argomentativo è preciso: la mediazione gramsciana del leninismo, lungi dall’ammorbidire la prospettiva rivoluzionaria, ne consegna il vocabolario operativo per le democrazie occidentali. La «via italiana al socialismo» non è eccezione italiana al modello leninista, ne è applicazione adattata.

L’intervento all’VIII Congresso del PCI nel dicembre 1956 fissa la coordinata strategica con la massima energia: la via italiana al socialismo è finalizzata alla «distruzione dell’ordinamento capitalistico» e la «dittatura del proletariato, cioè la direzione politica da parte della classe operaia della costruzione della società socialista, era una necessità storica» (Rapporto e conclusioni all’VIII Congresso del Pci, in Opere scelte ER 1981, p. 812). Lo stesso Rapporto registra la franchezza con cui Togliatti giudicava il riformismo socialdemocratico europeo: «un inescusabile tradimento di ogni principio di solidarietà internazionale, di ogni ideale socialista» (p. 781). Il primo membro internazionalista è essenziale: la condanna del riformismo non è soltanto giudizio di natura tattica, è riconoscimento esplicito che la fuoriuscita dalla logica della Terza Internazionale comporta l’abbandono dell’orizzonte rivoluzionario stesso. Quella fuoriuscita Togliatti la rifiuta categoricamente per il PCI.

L’evento più scoperto del 1956 è la condotta del PCI durante la rivolta ungherese. Davanti ai carri armati sovietici a Budapest, Togliatti consegna ad Ancora su socialismo e democrazia (in Opere scelte ER 1981) una dichiarazione che lascia poco spazio all’ambiguità: «una protesta contro l’Unione Sovietica avrebbe dovuto farsi se essa non fosse intervenuta, e con tutta la sua forza, per sbarrare la strada al terrore bianco e schiacciare il fascismo nell’uovo» (in Ancora su socialismo e democrazia, in Opere scelte ER 1981, p. 1024). La storiografia successiva ha aggiunto la dimensione attiva: Victor Zaslavsky, nel suo Lo stalinismo e la sinistra italiana (Mondadori 2004, p. 191), documenta come Togliatti «sfruttò la sua posizione di leader comunista occidentale più autorevole e più ascoltato per spingere i sovietici verso l’invasione». Il segretario del PCI non assistette, sollecitò. La doppiezza in atto è esibita in modo categorico: davanti a una sollevazione popolare contro il regime sovietico, il leader del partito comunista italiano sceglie la difesa del «legame di ferro con Mosca» (formula altamente rivelatrice di Togliatti stesso, ricostruita in cap. 2 p. 35) contro qualsiasi solidarietà con la rivolta operaia.

Su quella linea Togliatti tiene il punto anche sulla questione delle rivelazioni di Krusciov. La formula consegnata alla nota 12 del cap. 2 è categorica: per Togliatti, gli orrendi crimini di Stalin denunciati da Krusciov non erano «rivelazioni»; erano a lui ben noti, ma molto si prodigò perché la base nulla sapesse dello sterminio dei kulaki, delle stragi e delle purghe compiute in nome del proletariato e del socialismo. La cecità non è informativa, è strategica: il segretario del PCI conosce, e gestisce la conoscenza in modo da impedire alla base militante di accedervi. Lo strato strategico della doppiezza tocca qui il suo limite estremo, la sottrazione deliberata di evidenza a coloro che dovrebbero costruire la propria posizione politica su quella evidenza.

Il dispositivo della doppiezza tripartita Macaluso trova negli interventi del 1956-1958 la sua verifica filologicamente più solida. Lo strato strategico è quello che Togliatti dichiara coram populo nel passaggio epigrafico ed elabora nella sequenza degli interventi del 1956-1958: la fedeltà alla cornice leninista è esplicita, programmatica, ininterrotta. Lo strato tattico è quello dei quadri intermedi che gestiscono il dispositivo nelle situazioni concrete della contrattazione politica e organizzativa quotidiana. Un documento interno della Segreteria nazionale del 1948, che Franco Rodano consegna nel suo Sulla politica dei comunisti (Boringhieri, Torino 1975, p. 71), registra la difficoltà dei quadri di mediare fra ortodossia ideologica e prassi politica: «Quando si riesce a scavare un poco nella coscienza dei compagni, si trovano le concezioni più strane di ciò che sarebbe il comunismo e il nostro partito, concezioni difficilmente inconciliabili con la nostra politica. L’accettazione di quest’ultima è quindi molte volte superficiale, formale, o viene giustificata con le stesse cose balorde che dicono di noi i nostri avversari (la tattica, la furberia, i piani nascosti, e così via)». La testimonianza è interna, redatta da una segreteria che lavora a inquadrare i propri quadri, e attesta dall’interno la doppiezza percepita come dispositivo della prassi quotidiana. Lo strato percepito è quello della base militante che riceve la promessa rivoluzionaria differita come fede attiva. L’aneddoto che Luciano Gruppi ha consegnato in Togliatti e la via italiana al socialismo (ER, Roma 1975, p. 123), e che Macaluso commenta in Comunisti e riformisti (Feltrinelli 2013, p. 38), è il documento più tagliente del terzo strato: Togliatti, al comizio di piazza del Duomo a Milano alla vigilia delle elezioni del 18 aprile 1948, conclude con la frase «Se non vinceremo, vinceremo». L’intenzione esplicita era smorzare l’ottimismo della base sulla vittoria elettorale; l’applauso delirante con cui la frase fu accolta dimostra che la base aveva decifrato il messaggio nel suo registro alternativo, «se non vinceremo con le schede, vinceremo in altro modo». La testa leninista parla in codice; la base militante decifra il codice senza bisogno di averlo dichiarato. I tre strati convergono nella stessa logica operativa, e la convergenza non dichiarata è il modo specifico in cui il dispositivo si autoriproduce.

L’episodio meno noto del 1957, ma forse il più rivelatore sul piano teorico, è la polemica fra Antonio Giolitti e Luigi Longo. Giolitti, nel «Rinascita» dello stesso anno, aveva domandato alla Direzione del PCI di riconoscere il valore intrinseco della democrazia parlamentare, oltre il suo statuto strumentale. Longo, sotto la pressione della richiesta diretta, è costretto a deporre la riserva tattica e a esibire la posizione sostanziale del partito: «La direzione della classe operaia è condizione per la realizzazione della trasformazione socialista della società, trasformazione non può non implicare una riduzione, sino all’annullamento totale, dei diritti e dei poteri delle avverse e nemiche di questa trasformazione, ciò che non può non implicare forme di dittatura» (Luigi Longo, Revisionismo nuovo e antico, Einaudi, Torino 1967, p. 39). La replica di Longo è il punto in cui la doppiezza esibita si scopre del tutto. Sotto l’incalzo di un compagno di partito che chiede se la fedeltà alla Costituzione è riconoscimento sostanziale o soltanto piattaforma operativa, il numero due del PCI risponde che la trasformazione socialista comporta «forme di dittatura» contro le classi avverse e nemiche. La fedeltà alla Costituzione è dispositivo, non orizzonte; la democrazia parlamentare è strumento, non valore.

Il «Partito Nuovo» del 1944 si reggeva sull’ibrido kautsko-leninista come struttura strategica. Donald Blackmer, nel suo Unity in Diversity (MIT Press, Cambridge Mass. 1968, p. 45), ha dato la formula più tagliente di quella struttura osservata dall’esterno della tradizione comunista: «schizofrenia istituzionalizzata», effetto strutturale della scelta del partito di mantenere intatte le tradizioni interne anti-democratiche, le premesse ideologiche, le aspirazioni rivoluzionarie, mentre nello stesso tempo compiva tutti i compromessi pratici richiesti da un attivo partecipante al sistema parlamentare. Non vizio morale, non tatticismo; doppio binario obbligato, con standard valutativi distinti e inconciliabili applicati ai due livelli operativi. Maurice Duverger, nel suo Giano: le due facce dell’Occidente (Comunità, Milano 1973, p. 67), ha consegnato una metafora altrettanto efficace: il partito comunista occidentale come «paguro», crostaceo che non costruisce la propria conchiglia ma distrugge il mollusco della società ospite per installarsi nella sua casa, lasciando intatto l’aspetto esteriore mentre l’interno è completamente cambiato. Il dispositivo strategico togliattiano corrisponde con precisione alla metafora: occupare le istituzioni della democrazia repubblicana, svuotarle progressivamente dello spirito liberale, mantenerne intatto l’involucro al servizio di una marcia di lungo periodo verso la fuoriuscita dalla moderna civiltà liberale. Pellicani conclude la sezione del cap. 2 sulla doppiezza con la formula più severa del libro: il «Partito nuovo», proprio a motivo della sua organica doppiezza, svolse un ruolo «reazionario perché reazionaria era la sua cultura politica», versione sofisticata dell’ideologia bolscevica centrata sull’idea che la costruzione del socialismo esigeva l’instaurazione del Terrore catartico quale strumento di purificazione della società borghese.

La parola che Togliatti pone nel cuore della replica a Onofri non è scelta retorica. Le condizioni che determineranno se il passaggio al socialismo sarà pacifico o doloroso vengono distinte, in quel passaggio, fra ciò che dipende dal partito, dal corso oggettivo delle cose e dall’azione del «nemico»; e in quel sostantivo si compendia un’intera cornice categoriale. Il marxleninismo non concepisce gli interlocutori politici come avversari interni a un orizzonte condiviso, li concepisce come incarnazione di un sistema da abbattere. La distinzione amico/nemico non è figura della retorica polemica, è categoria della prassi rivoluzionaria: definisce chi va riconosciuto come parte legittima del gioco democratico e chi va combattuto come ostacolo alla marcia della Storia. Norberto Bobbio, in Liberalismo e democrazia (FrancoAngeli, Milano 1985), ha articolato la cornice opposta come fondamento operativo della liberaldemocrazia: l’avversario politico è interlocutore di un gioco istituzionalizzato i cui termini sono accettati reciprocamente; la sterilizzazione del conflitto in competizione regolata è la condizione che permette al fallibilismo democratico di funzionare, perché nessuna parte può legittimamente arrogarsi la verità storica e dichiarare ontologicamente nemica l’altra. Il PCI che dichiara la fedeltà alle tesi leniniste su Stato e rivoluzione, nel quadro che fa della via democratica un dispositivo operativo, si autopone fuori dall’orizzonte bobbiano: non è interlocutore di un gioco regolato che riconosce, è dispositivo che usa il gioco regolato come strumento per una marcia che ne prevede il superamento. La continuità con la parabola storica dello gnosticismo rivoluzionario articolata in La società dei giusti (ETAS Libri, Milano 1995) è strutturale: il nemico ontologizzato come incarnazione dello «spirito borghese» da purificare attraverso il potere battesimale dell’Ecclesia militans, dispositivo categoriale che il prossimo movimento dell’articolo svilupperà.

L’effetto sistemico dell’autoposizionamento si dispiega su tre piani convergenti. Sul piano istituzionale, una democrazia liberale fondata sul fallibilismo non può accettare come avversario legittimo nel gioco di alternanza un attore che dichiara apertamente la propria appartenenza all’orizzonte amico/nemico: la conventio ad excludendum ne è l’effetto strutturale, non l’arbitrio di una maggioranza che vuole perpetuare il proprio potere. Sul piano sistemico, la democrazia bloccata della Prima Repubblica è prodotto convergente di questa esclusione: la DC e i suoi alleati condannati a governare senza alternanza credibile, il PCI condannato a un’opposizione perpetua senza prospettiva di governo, l’irresponsabilità politica reciproca come effetto strutturale che Giovanni Sartori ha analizzato in Teoria dei partiti e caso italiano (SugarCo, Milano 1982). Sul piano geopolitico, la subalternità della Prima Repubblica è effetto sistemico ulteriore: la democrazia bloccata, incapace di esercitare sovranità democratica piena per via dell’antagonismo ideologico interno, viene di fatto stabilizzata dall’alleanza atlantica per ragioni geopolitiche più che endogene, mentre il PCI riceve dall’Unione Sovietica i finanziamenti che Victor Zaslavsky ha documentato in Lo stalinismo e la sinistra italiana (Mondadori, Milano 2004). Le due tutele esterne sono speculari, e compongono insieme la condizione strutturale dell’Italia repubblicana fino al 1989.

L’Ecclesia militans e la democrazia anomala

Il dispositivo categoriale che permette di leggere la struttura del PCI oltre la sua sola dimensione politico-organizzativa è quello della religione politica gnostica che Pellicani aveva forgiato in La società dei giusti (ETAS libri, Milano 1995). Il PCI, letto attraverso quella cornice, non è soltanto partito politico; è Ecclesia militans, vissuta dai suoi militanti, secondo la formula tagliente del cap. 2 p. 47, come «un partito sui generis: una Ecclesia militans in possesso di un vero e proprio potere battesimale, grazie al quale era in grado di purificare tutto ciò – uomini, istituzioni, idee, valori ecc. – che portava le stimmate dello “spirito borghese”, corrotto e corruttore». La metafora ecclesiale è categoria: il Partito-divinità, fondato sul moderno Principe gramsciano, si dispiega qui nella sua applicazione organizzativa concreta, partito di massa che opera come comunità battesimale e dispositivo di purificazione delle stimmate borghesi.

Annie Kriegel, nel suo studio sui comunisti francesi (Les communistes français, Seuil, Paris 1968, p. 252), aveva consegnato lo schema analitico applicato al caso italiano alle pp. 46-47 del cap. 2: il partito comunista occidentale opera simultaneamente come polo nascosto, polo dell’immaginario e polo dell’invarianza. Polo nascosto in quanto, pur alimentando lo «spirito di partito», dissimula la propria estraneità alla cultura nazionale ospite; polo dell’immaginario in quanto la meta finale, la società comunista, può essere descritta soltanto in termini negativi (la fine del capitalismo, della proprietà privata, dello sfruttamento), mai in termini positivi che renderebbero la propria utopia verificabile; polo dell’invarianza in quanto, al di là di tutti gli adattamenti tattici e di tutte le concessioni verbali, il PCI restava sempre uguale a se stesso, fedele al suo progetto originario di rovesciare il «mondo rovesciato». I tre poli sono attributi del Sacro: la dimensione religiosa del Partito non è metafora estensiva, è categoria descrittiva.

L’Ecclesia militans costruisce una contro-società. Pellicani, alla p. 44 del cap. 2, registra il fenomeno con una formula in cui la sociologia organizzativa diventa diagnosi politica: «subcultura alienata, che produceva cittadini che erano nella società, ma non della società; milioni di cittadini che vivevano materialmente confusi con altri milioni di cittadini, ma che si sentivano – ed erano sentiti – come estranei alla comunità nazionale; milioni di cittadini che attendevano, armi al piede, “l’Ora X”: lo scontro frontale con il “nemico di classe”». La formula coglie un dato strutturale: una parte significativa della popolazione italiana del dopoguerra viveva, per via dell’adesione al PCI, in stato di estraneità organizzata alla comunità nazionale repubblicana. La doppiezza istituzionale del partito si rifletteva in una doppiezza esistenziale dei suoi militanti: cittadini per registro anagrafico, militanti di una contro-comunità per appartenenza politica e culturale. Pasolini, in uno dei passaggi più citati del suo periodo corsaro, ha consegnato la celebrazione interna di questa contro-società in formula icastica (Scritti corsari, Garzanti, Milano 1975, p. 114): il PCI come «un Paese pulito in un Paese sporco, un Paese onesto in un Paese disonesto, un Paese intelligente in un Paese idiota, un Paese colto in un Paese ignorante, un Paese umanistico in un Paese consumistico». I cinque membri della sequenza paratattica vanno restituiti integralmente, perché la loro funzione è cumulativa: l’escalation dei contrasti binari costruisce, attraverso la ripetizione del modulo, l’identità della contro-comunità come luogo del positivo assoluto contrapposto alla società italiana come luogo del negativo assoluto. Jean Guitton, ne Il puro e l’impuro (Piemme, Torino 1993), aveva descritto la stessa struttura come «cospirazione organizzata» contro lo Stato borghese: la contro-società non è soltanto comunità separata, è dispositivo operativo orientato alla trasformazione strutturale del proprio ambiente politico.

Concetto Marchesi, ultrastalinista del PCI, ha consegnato alla cultura comunista italiana la categoria operativa che ne consacrava il rapporto strutturalmente paranoico con la realtà repubblicana: la teoria del «fascismo mascherato», secondo la quale dietro le istituzioni democratiche italiane operavano residui fascisti che la marcia del PCI era chiamata a smascherare e debellare. La formula, registra Pellicani al cap. 2 p. 48, fu utilizzata «a piene mani dagli “intellettuali organici”» per delegittimare ogni opposizione interna al PCI e per ribadire l’unico conflitto planetario riconosciuto dalla Weltanschauung marxleninista, quello fra comunismo e fascismo. La consegna esegetica più severa di Pellicani ribalta l’accusa nel suo opposto strutturale:

«Il Partito di Togliatti è riuscito nella straordinaria impresa di perpetuare e perfezionare la tradizione fascista in nome dell’antifascismo!»

Luciano Pellicani, Cattivi maestri della sinistra. Gramsci, Togliatti, Lukàcs, Sartre, Marcuse, Rubbettino, Soveria Mannelli 2017, p. 48 (con rinvio a Id., Lenin e Hitler. I due volti del totalitarismo, Rubbettino, Soveria Mannelli 2009)

La struttura antidemocratica del Partito Nuovo si articola su quattro piani che convergono nella stessa logica complessiva. Sul piano della struttura interna, il centralismo democratico opera come dispositivo di cooptazione verticale, struttura organizzativa che la rifondazione del 1944 ha mantenuto intatta dal «Partito di tipo nuovo» del 1921; la gestione del dissenso interno ne è la conseguenza naturale, e il caso del 1969-1970 della rivista «il manifesto», con l’espulsione del gruppo dirigente Magri-Pintor-Rossanda per la critica della linea ufficiale del partito sull’invasione di Praga e sull’autunno caldo, ne resta il caso paradigmatico più riconoscibile. Sul piano dell’atteggiamento verso le istituzioni democratiche, la partecipazione alla Costituente del 1946-1947 va letta nel quadro che gli interventi togliattiani del 1956-1958 chiarificano: il riconoscimento della Costituzione repubblicana è strumento operativo, non riconoscimento sostanziale del valore della democrazia liberale, come la replica di Longo a Giolitti del 1957 documenta in modo categorico. Sul piano dei rapporti con i regimi dell’Est, il «legame di ferro con Mosca» è strategia, non sentimento: la difesa dell’invasione ungherese del 1956, i finanziamenti sovietici al PCI documentati da Zaslavsky alle pp. 121 e ss., la condotta del 1968 sull’invasione cecoslovacca come parziale presa di distanza tardiva di Berlinguer, sono tessere di uno stesso quadro. Il valore della presa di distanza del 1968 va misurato sul fatto che si tratta di un partito che, dodici anni dopo l’Ungheria, scopre tardivamente la possibilità di criticare un’invasione sovietica. Sul piano dell’eredità novecentesca, il «Partito di Gramsci e Togliatti» sopravvive come dispositivo categoriale alla scomparsa organizzativa del PCI nel 1991, lasciando alla cultura politica italiana post-1989 la propria impronta nelle culture epigonali e nelle istituzioni accademiche e culturali italiane.

A quel quadro si lega la questione della conventio ad excludendum. La lettura comunista classica ne ha fatto la cifra di una discriminazione antidemocratica della DC e degli alleati, finalizzata a impedire l’alternanza democratica e a perpetuare il potere democristiano. La lettura pellicaniana implicita la legge invece come misura di autodifesa del sistema democratico stesso davanti a un partito antisistema il cui obiettivo strategico era la fuoriuscita dalla civiltà liberale. Una terza lettura, che il pilastro popperiano del fallibilismo istituzionalizzato consente di articolare in profondità, registra la conventio come compromesso fallibilistico in democrazia incompiuta. Una società aperta che riconosce la propria fallibilità non può scommettere sulla buona fede dichiarata di un attore che dichiara apertamente, negli interventi del 1956-1958, la propria fedeltà alle tesi leniniste su Stato e rivoluzione; ma non può nemmeno pronunciarne la messa al bando, che la consegnerebbe alla forma stessa che pretende di contrastare. Il compromesso fallibilistico è dispositivo di tenuta che gestisce il problema senza risolverlo, riconoscendo l’incertezza strutturale della democrazia repubblicana sull’esito del confronto e rifiutando sia la repressione, che la sterilizzerebbe come democrazia, sia la finzione del riconoscimento, che la consegnerebbe come democrazia. La sua imperfezione è parte della sua coerenza: una società aperta non può proteggersi dai propri avversari fingendo di non averne. Ne risultava, nei termini sartoriani, un sistema partitico bloccato in cui la DC e i suoi alleati, condannati a governare senza essere minacciati dalla sanzione del corpo elettorale, ne risultavano eternizzati al potere e nello stesso tempo politicamente irresponsabili. Le elezioni della Prima Repubblica «erano dei referendum sul regime parlamentare e sull’appartenenza dell’Italia al mondo occidentale» (cap. 2, p. 49), non scelte fra alternative di governo all’interno di un orizzonte condiviso. La «democrazia anomala» della Prima Repubblica non è patologia accidentale, è effetto strutturale prodotto dalla presenza, nella vita politica nazionale, di un grande partito antisistema generosamente finanziato dall’Unione Sovietica.

Il cap. 2 alla p. 50 consegna la chiave epistemologica del dispositivo: il «Partito nuovo» era una sorta d’impenetrabile fortezza ideologica, in cui ogni messaggio esterno, ex definitione espressione degli interessi di classe della borghesia, era preventivamente decapitato. Alberto Moravia, in una formula che il cap. 2 consegna in chiusura del passaggio, ha registrato il risultato in modo tagliente: «per i comunisti l’ideologia era la realtà e quello che la gente comune chiamava realtà non era nulla. Se la realtà non dava ragione alla ideologia, tanto peggio per la realtà» (A. Moravia, L’uomo come fine, Bompiani, Milano 1964, p. 166). La chiusura epistemologica del dispositivo era la sua forza principale, il cemento della sua unità, e nello stesso tempo la sua caratteristica più intrinsecamente totalitaria. Richard Wright, nella ricostruzione che Robert Conquest ne ha consegnato (Il secolo delle idee assassine, Mondadori 2001, p. 97), ha consegnato la fenomenologia interna della mentalità che ne risultava: «Bastò ascoltarli un’ora perché venisse alla luce l’intolleranza fanatica di menti ermeticamente chiuse a nuove idee, nuovi fatti, nuovi sentimenti, nuove opinioni, nuovi punti circa il modo di vivere». Non eccentricità di alcuni militanti settari, struttura cognitiva del dispositivo nel suo insieme.

Eredità del «Partito di Gramsci e Togliatti» dopo il 1991

Il PCI come organizzazione si scioglie nel 1991. Berlinguer, nel 1981, aveva celebrato il PCI come «una preziosa anomalia» nella sua Risposta operaia alla crisi («l’Unità», 16 febbraio 1981). La formula coglieva, in registro apologetico, esattamente quanto Pellicani avrebbe registrato in registro diagnostico: la natura strutturalmente anomala della presenza comunista nella vita politica italiana. La differenza non sta nei fatti, sta nel giudizio. Il cap. 2 si chiude con il dispositivo interpretativo più severo del libro: il «Partito di Gramsci e Togliatti», con la sua doppiezza organica e la sua chiusura epistemologica, «avvelenò la vita politica nazionale sino a quando il Muro di Berlino fu travolto dall’indignazione dei popoli che l’Unione Sovietica aveva strappato alla civiltà occidentale e rinchiusi dentro le strutture dello Stato totalitario». L’organizzazione è morta nel 1991, ma sopravvive come dispositivo categoriale: il PD ne ha assorbito l’apparato riformista senza rifare i conti con la doppiezza strategica, la sinistra radicale ne ha conservato la ritualistica messianica senza la macchina che la sosteneva, le università italiane ne portano ancora le tracce dell’egemonia gramsciana. Il lessico togliattiano («doppiezza», «via italiana», «egemonia», «contro-società») e la formula berlingueriana della «diversità comunista» operano ancora come dispositivo residuale di un’organizzazione scomparsa. Resta la domanda se la sinistra italiana post-1989 abbia costruito un’identità nuova, o abbia soltanto cambiato pelle conservando le premesse fondative del Partito-divinità. Pellicani non risponde alla domanda: la consegna al lettore.

Bibliografia ragionata

Le fonti togliattiane di seconda fondazione del cap. 2. Le Opere scelte di Palmiro Togliatti (a cura di L. Gruppi, Editori Riuniti, Roma 1981) raccolgono gli interventi del segretario del PCI fra il 1936 e il 1964. Il Rapporto e conclusioni all’VIII Congresso del Pci (pp. 776-832) consegna la coordinata strategica più esplicita del 1956 sul nesso fra via italiana al socialismo, distruzione dell’ordinamento capitalistico e dittatura del proletariato. Le decisioni del XX congresso e il Partito socialista italiano (pp. 919-942), scelto come epigrafe, fissa la doppiezza autoconfessata. Ancora su socialismo e democrazia (pp. 1003-1032) registra la condotta del PCI durante e dopo la rivolta ungherese del 1956. Il Partito comunista italiano (Editori Riuniti, Roma 1961), Opere, vol. I (Editori Riuniti, Roma 1967), e Problemi del movimento operaio internazionale (Editori Riuniti, Roma 1962) completano il corpus delle fonti dirette. Gli interventi pubblicati in «Rinascita» fra il luglio 1956 e il febbraio 1958, La realtà dei fatti e la nostra azione rintuzza l’irresponsabile disfattismo e Il leninismo nel pensiero di Gramsci, andrebbero letti insieme alle relazioni congressuali per ricostruire la coordinata che il segretario teneva fra dichiarazione pubblica e teorizzazione interna.

La cornice esegetica pellicaniana. Cattivi maestri della sinistra. Gramsci, Togliatti, Lukàcs, Sartre, Marcuse (Rubbettino, Soveria Mannelli 2017, collana Zonafranca n. 28) è il riferimento principale: il cap. 2 (pp. 31-51) articola il dispositivo argomentativo in due movimenti: l’ibrido kautsko-leninista del 1944 da un lato, la doppiezza autoconfessata del 1956-1958 e la democrazia anomala come effetto strutturale dall’altro. La cornice categoriale che Pellicani applica al caso italiano è teoricamente fondata in La società dei giusti. Parabola storica dello gnosticismo rivoluzionario (ETAS Libri, Milano 1995), genealogia della religione politica gnostica come paradigma rivoluzionario novecentesco. Gramsci, Togliatti e il PCI. Dal moderno principe al postcomunismo (Armando, Roma 1990) è la base testuale precoce dell’applicazione al caso italiano. Lenin e Hitler. I due volti del totalitarismo (Rubbettino, Soveria Mannelli 2009) consegna la formula più severa del rapporto fra bolscevismo e fascismo come dispositivi convergenti del totalitarismo novecentesco.

Le mediazioni esegetiche e le testimonianze interne. Emanuele Macaluso, Comunisti e riformisti. Togliatti, Berlinguer e il fallimento della sinistra italiana (Feltrinelli, Milano 2013) e 50 anni nel Pci (Rubbettino, Soveria Mannelli 2003), consegna la fenomenologia tripartita della doppiezza nella forma più filologicamente solida. Luciano Gruppi, Togliatti e la via italiana al socialismo (Editori Riuniti, Roma 1975) e La teoria del Partito rivoluzionario (Editori Riuniti, Roma 1980), consegna la cornice ortodossa della cultura politica del PCI con apertura testimoniale agli aneddoti dell’interno. Lucio Colletti, Intervista politico-filosofica (Laterza, Roma-Bari 1974), e Franco Rodano, Sulla politica dei comunisti (Boringhieri, Torino 1975), testimoniano dall’interno la doppiezza percepita dai quadri intermedi. Paolo Spriano, Storia del Partito comunista italiano (Einaudi, Torino 1966), Giuseppe Vacca, Togliatti e la tradizione comunista (De Donato, Bari 1974), e Franco Andreucci, Da Gramsci a Occhetto. Nobiltà e miseria del Pci (Della Porta, Roma 2014), forniscono le mediazioni storiografiche per la triangolazione documentale. Sulle relazioni del PCI con Mosca, Victor Zaslavsky, Lo stalinismo e la sinistra italiana (Mondadori, Milano 2004), e Elena Aga-Rossi e Victor Zaslavsky, Togliatti e Stalin (il Mulino, Bologna 1997), consegnano la documentazione più completa, anche sui finanziamenti.

Gli osservatori esterni e la cornice categoriale. Donald L.M. Blackmer, Unity in Diversity (MIT Press, Cambridge Mass. 1968), consegna la formula della «schizofrenia istituzionalizzata». Maurice Duverger, Giano. Le due facce dell’Occidente (Comunità, Milano 1973), articola la metafora del paguro. Annie Kriegel, Les communistes français (Seuil, Paris 1968), fissa lo schema polo nascosto/immaginario/invarianza. Giovanni Sartori, Teoria dei partiti e caso italiano (SugarCo, Milano 1982), legge politologicamente il bipolarismo bloccato come effetto strutturale della conventio ad excludendum. Norberto Bobbio, Liberalismo e democrazia (FrancoAngeli, Milano 1985), articola la cornice opposta a quella togliattiana: la distinzione fra avversario politico legittimo nell’orizzonte liberal-democratico e nemico esistenziale nell’orizzonte antagonista. Arnold J. Toynbee, The World and the West (Meridian Books, Cleveland 1964), e Angelo Tasca, Politica russa e propaganda comunista (Opere Nuove, Roma 1957), inquadrano l’antiamericanismo bolscevico nella cornice geopolitica del Novecento. Le testimonianze dei dissidenti del comunismo realizzato (Aleksandr Solženicyn, Voci da sotto le macerie, Mondadori, Milano 1981; Boris Pasternak, Il dottor Živago, Feltrinelli, Milano 1994; Robert Conquest, Il secolo delle idee assassine, Mondadori, Milano 2001) consegnano dall’esperienza diretta del totalitarismo sovietico l’evidenza che il PCI italiano sottraeva sistematicamente alla propria base militante.



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