La grammatica del divario: Mezzogiorno e compressione delle capacities

C’è un modo di leggere la frattura italiana che misura il Mezzogiorno con l’unità di misura sbagliata. La cifra del divario non è solo nei flussi del prodotto interno lordo o nella produttività industriale, dove peraltro gli ultimi Rapporti SVIMEZ hanno disegnato un quadro più mosso di quanto il senso comune ammetta; è nelle libertà sostanziali, nelle capacità reali di essere e di fare che il sistema sociale offre o nega ai propri cittadini. La diagnosi che Amartya Sen ha articolato in Development as Freedom e che Martha Nussbaum ha tradotto in lessico politico in Creating Capabilities fornisce la chiave più precisa per leggere il Sud d’Italia: non un’area arretrata da modernizzare con interventi infrastrutturali, ma un regime di compressione sistematica delle capabilities che si autoriproduce attraverso la scuola che non istruisce, la cultura che non si offre, la democrazia che non risponde, l’economia che non capacita.

Già nel 1901 Francesco Saverio Nitti annotava che «la questione meridionale è una questione economica, ma è anche una questione di educazione e di morale» (L’Italia all’alba del secolo XX, p. 131). La diagnosi vale ancora oggi, a centoventi anni di distanza, con la sola sostituzione del lessico: dove Nitti diceva «educazione e morale», la teoria politica contemporanea dice capabilities. Riconoscere questa continuità non significa essenzializzare il Mezzogiorno come destino immutabile; significa registrare che le condizioni materiali e istituzionali della libertà sostanziale si sono adattate ma non sono mai state risolte. Sullo sfondo, l’ipotesi pellicaniana dell’anomalia europea: dove l’Europa nord-occidentale ha frantumato la megamacchina e costruito le architetture istituzionali entro cui le capabilities potevano fiorire, il Sud Italia ha conosciuto quella frantumazione in modo parziale, intermittente, mai compiuto. Da questo orizzonte comparativo si guarda meglio la grammatica del divario contemporaneo.

La compressione delle capacities

Il primo nodo è la scuola. I dati ufficiali INVALSI 2024, nella nota di chiarimento dell’Istituto del 12 luglio, fissano il quadro: nella classe seconda della scuola secondaria di secondo grado, in matematica, raggiunge almeno il livello base il 64,5% degli studenti del Nord-Ovest e il 66,4% del Nord-Est, contro il 44,2% del Sud e il 40,3% del Sud e Isole. Il divario massimo fra Nord e Sud, all’ultimo anno della secondaria di secondo grado, è di 27 punti in matematica, sceso dai 31 del 2023 ma ancora ampio. Tradotto nella metrica che lo stesso INVALSI utilizza, dove dieci punti equivalgono grosso modo a un anno di scuola, il quindicenne meridionale arriva alla maturità con un debito formativo di quasi tre anni rispetto al coetaneo settentrionale. Non si tratta di un dato sul rendimento individuale: è la misura di un’opportunità collettiva che il sistema produce o sottrae.

Il dato sull’eccellenza completa la fotografia. Secondo le elaborazioni di Invalsi Open, nel 2024 la quota di studenti top performer al termine del secondo ciclo è scesa al 19,5% sul piano nazionale, in calo dal 20,1% del 2023 e ancora distante dal 21,8% pre-pandemico. La distribuzione territoriale è divaricata: nel gruppo delle regioni con quote superiori al 20% si concentrano Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna, Friuli-Venezia Giulia, Toscana, Marche e la Provincia autonoma di Trento; nel gruppo con quote inferiori al 10% si trovano Campania, Calabria, Sicilia e Sardegna. La compressione delle capabilities non si limita dunque a frenare gli studenti più fragili; mortifica anche quelli con maggiore potenziale, sottraendo al Mezzogiorno la massa critica di competenze elevate da cui dipende ogni traiettoria di sviluppo successivo.

Le cause di questa compressione affondano nel cemento e nell’orario settimanale. Il Rapporto SVIMEZ 2024 documenta che il 54% degli alunni della scuola primaria italiana frequenta un edificio dotato di mensa, ma la quota crolla al 30% nel Mezzogiorno (240mila bambini su circa 800mila) e sale al 67% nel Centro-Nord (980mila su 1,4 milioni). Per le palestre il pattern è analogo: 46% nel Mezzogiorno (370mila su 800mila), 60% nel Centro-Nord (850mila su 1,4 milioni). La conseguenza si traduce in tempo scuola: solo il 18% degli alunni del Mezzogiorno accede al tempo pieno, contro il 48% del Centro-Nord. Quattro ore di scuola in meno a settimana, duecento ore all’anno, mille ore nell’arco del ciclo primario. Un anno intero di formazione in meno, sottratto silenziosamente al bambino meridionale dal momento in cui varca per la prima volta il cancello della scuola.

L’effetto sulle capabilities è strutturale. La carenza di mense impedisce il tempo prolungato e quindi le ore di studio assistito, di socialità, di attività integrative; nello stesso colpo costringe molte madri a un part-time forzato o a rinunciare al lavoro retribuito, deprimendo il reddito familiare e perpetuando la trasmissione intergenerazionale dello svantaggio. Quella che la statistica registra come «assenza di una mensa scolastica» è, in lessico Sen-Nussbaum, una capability deprivation a doppio strato: nega al bambino le opportunità di apprendimento e socialità, nega alla madre l’autonomia economica.

Il deserto culturale prolunga la stessa logica. Secondo le rilevazioni ISTAT più recenti sulla produzione e lettura di libri, fra le persone di sei anni e oltre la quota di lettori di almeno un libro nei dodici mesi precedenti si attesta intorno al 46% nel Nord e crolla a meno del 28% nel Sud e Isole; la densità delle librerie indipendenti, secondo l’Associazione Italiana Editori, vede il Nord-Ovest a circa 5,2 esercizi ogni 100mila abitanti contro i 2,1 del Mezzogiorno. La partecipazione culturale fuori casa, nei rilievi ISTAT-Federculture, segna circa il 21% di popolazione meridionale che ha partecipato ad almeno un evento (musei, mostre, concerti, teatro) negli ultimi dodici mesi, contro quote significativamente più alte nel Centro e nel Nord. La concentrazione dell’offerta è il rovescio di questa medaglia: circa la metà degli spettacoli dal vivo italiani si tiene nelle regioni settentrionali. Si forma così quel circuito in cui l’offerta culturale si dirada dove la domanda è più debole, e la domanda continua a indebolirsi per scarsità di offerta.

A questo si è aggiunto, negli ultimi anni, il divario digitale come nuova forma di esclusione. Le rilevazioni ISTAT 2024 sulla cittadinanza digitale mostrano nel Mezzogiorno un uso di Internet attorno al 77% della popolazione contro l’85% del Centro-Nord; ma il dato più significativo è nelle pratiche evolute, quelle che definiscono l’effettivo accesso alla cittadinanza nell’epoca delle piattaforme. Gli acquisti online riguardano circa il 38% dei meridionali contro il 50% dei residenti centro-settentrionali; il rapporto con i servizi della pubblica amministrazione online è ancora più asimmetrico, con quote di scarico moduli e richiesta di certificati che nel Sud si dimezzano rispetto al Centro-Nord. Il divario digitale non è una questione tecnologica risolvibile con la fibra: è la nuova frontiera della capability deprivation, perché esclude dall’accesso a beni, informazioni, servizi pubblici e mercato del lavoro qualificato.

L’indicatore ESCS dell’OCSE (Economic, Social, and Cultural Status) mostra in Italia una correlazione fra background familiare e rendimento scolastico più marcata che in molti altri paesi sviluppati. Il cerchio si chiude: i genitori meridionali, mediamente meno istruiti e con redditi più bassi, partecipano meno alla vita culturale e dispongono di meno strumenti per il capacitating dei figli; le case ospitano meno libri (la quota di famiglie italiane senza alcun libro si concentra nel Mezzogiorno secondo i rilievi ISTAT); i figli crescono con un capitale lessicale e cognitivo più povero; il sistema scolastico, come si è visto, non corregge ma rinforza. Non un circolo vizioso descritto in metafora, dunque: una grammatica precisa della trasmissione intergenerazionale della capability deprivation. Lo studio di Paolo Acciari, Alberto Polo e Giovanni L. Violante pubblicato nel 2022 sull’American Economic Journal: Applied Economics, costruito collegando oltre seicentomila coppie genitore-figlio nell’archivio fiscale italiano, ne misura l’esito: la mobilità ascendente è strutturalmente più alta nel Nord, dove le province registrano migliore qualità scolastica e mercati del lavoro più favorevoli, e crolla nel Mezzogiorno con un divario robusto a controlli di reddito e composizione demografica. La metrica della capability trova qui la sua traduzione econometrica più precisa: non lo stato del reddito attuale, ma la probabilità che un bambino povero costruisca una traiettoria di vita migliore di quella dei suoi genitori.

Il ciclo dell’irresponsiveness

Quando Sen, nelle pagine di Development as Freedom dedicate al ruolo della democrazia, sostiene che le carestie non si verificano nelle democrazie con stampa libera e opposizione strutturata, non sta producendo un’osservazione empirica casuale; sta indicando una correlazione interna fra capabilities e responsiveness istituzionale. Una democrazia che funziona è quella in cui i cittadini più esposti al rischio di privazione possono far valere la propria voce e ottenere risposta. Quando questa catena si spezza, il regime resta formalmente democratico ma diventa sostanzialmente sordo. Il Mezzogiorno italiano offre un caso di studio paradigmatico di questa rottura.

I dati sull’affluenza alle elezioni europee del 2024 disegnano una geografia inequivocabile. A fronte di una partecipazione nazionale del 49,7% (in calo rispetto alle europee precedenti), il Nord ha votato fra il 54 e il 55%, il Centro ha raggiunto il 52,5%, il Sud è sceso al 43,7%, le Isole al 37,8%. Lo scarto fra Nord-Est e Isole sfiora i venti punti percentuali. La cifra non descrive un episodio: registra una stratificazione consolidata. Storicamente, dalle prime elezioni repubblicane in poi, il Mezzogiorno ha sempre avuto un’affluenza inferiore alla media nazionale, e il divario si è ampliato decennio dopo decennio. Si concentra inoltre in zone specifiche: periferie urbane deprivate, quartieri ad alta densità di disoccupazione, aree interne abbandonate dai servizi essenziali. La cosiddetta autocorrelazione spaziale documentata dagli studi politologici recenti mostra che i comuni a bassa affluenza tendono a raggrupparsi, formando aree contigue dove la disaffezione è la norma sociale, non l’eccezione individuale.

Leggere questa diserzione come pigrizia o apatia significa fraintendere la sua natura. La scienza politica contemporanea ha articolato il concetto di responsiveness, la capacità del sistema politico di rispondere alle domande dei cittadini. Quando un cittadino sperimenta quotidianamente il fallimento della scuola dei figli, l’attesa interminabile per una visita specialistica, i trasporti pubblici inaffidabili, la lista di attesa per la presa in carico nei servizi sociali, la fiducia nella capacità delle istituzioni di incidere sulla propria vita materiale si erode in modo prevedibile. Il voto perde valore strumentale: a che serve partecipare a un rito che non produce cambiamento? L’astensione diventa allora protesta silenziosa o, più spesso, riconoscimento razionale dell’irresponsiveness. Non è apatia: è lettura accurata del rapporto fra azione politica e risultato.

La letteratura sull’astensionismo strutturale indica una correlazione robusta fra capitale culturale, istruzione formale, abitudine alla lettura e partecipazione elettorale. Non si tratta di un coefficiente quantitativamente fisso (il dato richiederebbe disegni di ricerca specifici per essere precisato), ma di una tendenza ben documentata in studi politologici e sociologici: chi legge regolarmente, chi possiede strumenti di lettura critica del discorso pubblico, chi padroneggia il lessico delle istituzioni partecipa di più. L’inverso vale come logica conseguenza, e spiega perché il deserto culturale del primo paragrafo si traduca direttamente nel deserto democratico del secondo. La capability della partecipazione politica poggia su altre capabilities che il sistema scolastico-culturale meridionale non garantisce.

L’aspetto più perverso di questo nodo è il cortocircuito dell’accountability. Quando una fascia ampia di elettorato, soprattutto quella più povera e marginalizzata, smette di votare, i partiti hanno un incentivo perfettamente razionale a ignorarne le istanze. Le risorse, l’attenzione politica, gli investimenti pubblici si dirigono verso aree e gruppi sociali con tassi di partecipazione più elevati, capaci di sanzionare o premiare la classe dirigente. Il risultato è ulteriore degrado dei servizi pubblici nelle aree ad alta astensione, conferma della percezione iniziale di inutilità del voto, astensione ancora più alta nella tornata successiva. La trappola si autoalimenta. Chi rinuncia a partecipare per impotenza percepita finisce per produrre impotenza reale; e in quel vuoto di pressione collettiva si insinuano logiche clientelari, particolarismi notabilari, in alcuni territori l’influenza diretta della criminalità organizzata sulla formazione del consenso. La diagnosi della Banca d’Italia in numerose pubblicazioni sul capitale sociale meridionale (le pagine dei Rapporti annuali sull’economia delle regioni, le Questioni di Economia e Finanza sul Mezzogiorno) ha indicato proprio nello scarso controllo elettorale uno dei fattori strutturali della debolezza istituzionale del Sud, una debolezza che precede e produce gli effetti economici, non li segue.

L’irresponsiveness, allora, non è un sintomo collaterale: è il cuore del meccanismo. La compressione delle capabilities nel primo nodo (scuola, cultura, digitale) priva i cittadini meridionali degli strumenti per esercitare la voce; il sistema politico, esonerato dal dover rispondere a quella voce, può continuare a sottoinvestire nelle aree che non lo sanzionano elettoralmente; la sottoinvestimento ulteriore deprime ancora le capabilities; la spirale procede. È quanto di più simile, nella geografia istituzionale italiana, a ciò che Pellicani definirebbe il regresso di una società aperta ancora in corso di costruzione: dove la cittadinanza piena, intesa nel senso popperiano e marshalliano, non si è mai stabilizzata, perché le condizioni materiali e cognitive della sua possibilità non sono state mai garantite per intero.

L’economia delle capacities negate

Il Rapporto SVIMEZ 2025, presentato il 27 novembre 2025 con il titolo «Freedom to move, right to stay», ha aggiornato in modo significativo il quadro economico del Mezzogiorno, costringendo a rivedere la narrazione semplificata di un Sud immobile. Tra il 2021 e il 2024, il Pil meridionale è cresciuto dell’8,5%, contro il 5,8% del Centro-Nord; la manifattura è aumentata del 13,6% nello stesso periodo, in netta controtendenza rispetto al calo del 2,8% nel Centro-Nord. L’occupazione è salita dell’8% tra 2021 e 2024, con quasi cinquecentomila nuovi posti di lavoro al Sud. I Comuni meridionali hanno raddoppiato gli investimenti pubblici tra il 2022 e il 2025 (da 4,2 a 8 miliardi), in larga parte grazie alla messa a terra del PNRR. Per il 2025 e 2026, SVIMEZ stima una crescita meridionale dello 0,7% e 0,9%, superiore a quella centro-settentrionale. Sono dati che, se isolati, suggerirebbero un’inversione di tendenza.

La cornice delle capabilities consente però di leggere oltre il dato aggregato. Lo stesso Rapporto SVIMEZ 2025 documenta che, fra il 2021 e il 2025, i salari reali sono diminuiti del 10,2% al Sud contro l’8,2% del Centro-Nord. La in-work poverty, la povertà tra chi ha un lavoro, raggiunge il 19,4% nel Mezzogiorno, tre volte il valore centro-settentrionale. I lavoratori poveri italiani sono 2,4 milioni; metà vive al Sud. Le famiglie meridionali in povertà assoluta sono salite dal 10,2% del 2023 al 10,5% del 2024, con centomila persone in più sotto la soglia. Il tasso di occupazione delle donne senza figli è 71% al Nord e 45,8% al Sud; per le madri con tre o più figli scende al 30% nel Mezzogiorno. Crescita aggregata e capability deprivation coesistono: lo stesso sistema produce più posti di lavoro e più poveri, perché i posti che genera sono in larga parte precari, sottopagati, part-time involontari.

Il caso del turismo è esemplare. Nei rilievi SVIMEZ-SRM-Intesa Sanpaolo, il Nord-Est da solo registra circa 176 milioni di presenze turistiche l’anno, contro 86 milioni dell’intero Mezzogiorno (Sud e Isole). Le retribuzioni medie nel comparto turistico meridionale sono inferiori di circa il 27% rispetto a quelle del settore turistico nord-orientale; quattro contratti su dieci durano meno di tre mesi. Il modello prevalente è estrattivo: si appoggia su alta stagionalità, filiere produttive fragili, dipendenza dalle Online Travel Agencies estere che drenano profitti, lavoro povero senza investimento in capitale umano. Quando si dice che «il turismo salverà il Sud», si propone in realtà una formula che, nei suoi modi correnti, non costruisce capabilities: produce occupazione di breve durata e bassa qualità, non crea le condizioni della libertà sostanziale di cui Sen e Nussbaum parlano.

L’esito più drammatico è la fuga dei talenti. SVIMEZ 2025 quantifica in circa centosettantacinquemila i giovani fra 25 e 34 anni emigrati dal Mezzogiorno fra il 2022 e il 2024, in larga parte laureati: il 50% degli uomini emigrati e il 70% delle donne. Quello che il Rapporto definisce «trappola del capitale umano» è un paradosso in piena regola: il Sud forma le proprie eccellenze, paga (col fisco generale e con le tasse universitarie) il loro percorso formativo, e poi le perde a beneficio del Centro-Nord o dell’estero, sostenendo una perdita stimata in circa otto miliardi di euro l’anno. Le proiezioni demografiche del Rapporto SVIMEZ 2024 indicavano un calo di 3,6 milioni di abitanti nel Mezzogiorno entro il 2050, l’82% del decremento demografico totale italiano; il Rapporto 2025 conferma questa traiettoria. La fuga è risposta razionale individuale a un sistema che non capacita: quando un giovane qualificato vede di fronte a sé contratti precari, servizi pubblici degradati, una classe politica percepita come distante o connivente, la scelta razionale è cercare altrove la realizzazione delle proprie capacità. Sommata per centomigliaia di unità, questa razionalità individuale produce un esito collettivo catastrofico: erosione della base fiscale, depressione dei consumi, spopolamento delle città, invecchiamento della popolazione residua.

Il diritto a restare invocato dal titolo del Rapporto SVIMEZ 2025 è precisamente il problema delle capabilities: è la libertà sostanziale di costruire una vita realizzata nel proprio territorio, libertà che presuppone un sistema scolastico che istruisce, una cultura che si offre, una democrazia che risponde, un’economia che capacita. Quando uno solo di questi nodi cede, gli altri seguono; quando cedono tutti insieme, il regime di compressione diventa autoriproduttivo, e nessuna iniezione di risorse dall’alto basta a frantumarlo se non interviene a rifondare le condizioni materiali e istituzionali della libertà. Il PNRR ha mostrato cosa può fare un’iniezione massiccia di investimenti su un decennio, ma le stesse stime SVIMEZ avvertono che dal 2027, esaurita la spinta del Piano, il divario potrebbe tornare ad allargarsi se non si apre una nuova stagione di politiche pubbliche fondata sull’incremento delle capacità di base, non sulla sola accelerazione della spesa.

Resta, allora, la domanda che la lezione pellicaniana chiede di tenere aperta: se il fallimento delle politiche pubbliche per il Sud, da settant’anni a questa parte, non sta forse anche nel fatto che quelle politiche non hanno saputo apprendere dai propri errori. Il fallibilismo istituzionale di matrice popperiana, che fa della democrazia una procedura di correzione iterativa attraverso meccanismi di prova ed eliminazione degli errori, è esattamente ciò che il sistema politico italiano non ha applicato al Mezzogiorno: ogni nuovo intervento straordinario è stato concepito come riparazione del precedente fallito, senza analisi rigorosa delle ragioni del fallimento, senza revisione della cornice categoriale che lo aveva ispirato. Si è continuato a costruire infrastrutture senza investire abbastanza nel software sociale che le rende produttive, a erogare incentivi senza misurarne l’effetto sulle capabilities, a parlare di sviluppo senza chiedersi se le persone fossero messe nelle condizioni di scegliere la vita che hanno motivo di valorizzare.

La distanza fra l’Italia formale, quella delle istituzioni costituzionali e dei trattati europei, e l’Italia sostanziale, quella delle libertà effettivamente esercitabili, è la misura di questa compressione. Si chiama Mezzogiorno la zona dello Stato in cui questa distanza è strutturalmente più ampia, ma la categoria del capability deprivation non si limita ai confini geografici del Sud: emerge ovunque la cittadinanza si riduca a forma senza sostanza, ovunque la libertà giuridica non si traduca in libertà reale. Il pezzo di Italia in cui la traduzione fallisce con maggiore continuità non è arretrato: è esattamente quello che, da centocinquant’anni, lo Stato non ha capacitato.

Articolo pubblicato il 17 giugno 2025; dati aggiornati al maggio 2026 con Rapporto SVIMEZ 2025 (presentato il 27 novembre 2025), Rapporto SVIMEZ 2024 sull’edilizia scolastica e i servizi educativi, INVALSI Rapporto 2024 (nota di chiarimento del 12 luglio 2024), Invalsi Open 2025 sulla distribuzione territoriale dei top performer, ISTAT 2024-2025 sui consumi culturali e sulla cittadinanza digitale.



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