Serie Cattivi maestri · Articolo 2
«L’esistenza di un Partito comunista coeso e disciplinato … è condizione fondamentale e indispensabile per tentare qualsiasi esperimento di Soviet»
— Antonio Gramsci
In Italia, come in molti altri Paesi, uomini e donne si sono dichiarati comunisti e hanno militato – talvolta impugnando la violenza – per instaurare un regime socialista. Il fenomeno è esploso nel Novecento e, sebbene oggi assai attenuato, resta percepibile in frange che rivendicano ancora la “rivoluzione”.
Il Partito Comunista Italiano ha rappresentato, a mio avviso, un freno alla piena maturazione democratica, civile e culturale del Paese. Predicando princìpi antidemocratici e antiliberali, ha rallentato la costruzione di istituzioni solide. Con il tempo la veemenza militante si è affievolita, fino quasi a far dimenticare che la violenza costituiva parte integrante del progetto di “purificazione” di una società borghese ritenuta irrimediabilmente corrotta.
Eppure i riverberi di quella cultura non sono svaniti. Qualche mese fa, in un’aula universitaria, ho assistito all’apologia del comunismo da parte di un docente che, concatenando accumulazione primitiva, colonialismo e oppressione, lodava il regime cinese e subordinava i diritti umani al semplice «diritto a essere sfamati», sostenendo che esso fu garantito dall’azione di Mao Zedong.
La radice di simili posizioni affonda negli stessi Marx ed Engels, i quali indicavano l’abbattimento violento di tutte le istituzioni esistenti come premessa al comunismo. Lenin rincarò la dose, teorizzando il «terrore di massa» per «purificare» la società borghese. Non a caso la Rivoluzione d’Ottobre – come osserva Luciano Pellicani – fu una reazione zelota contro la civiltà occidentale; il suo codice illiberale aleggia ancora oggi nella Russia di Vladimir Putin.
L’attualizzazione leninista venne criticata dalla sinistra riformista, spesso bollata come traditrice, ma negli scritti di Antonio Gramsci – ideologo per antonomasia del comunismo italiano – troviamo un’adesione quasi totale alla concezione leninista: lo Stato socialista deve sopprimere concorrenza, proprietà privata e classi sociali, e solo un Partito coeso può esercitare «la più efficace delle dittature, quella che nasce dal prestigio».
Ne L’Ordine Nuovo Gramsci descrive la piccola e media borghesia come «umanità servile, abietta… da espellere col ferro e col fuoco». Il comunismo diventa così una rivoluzione metapolitica – erede del messianismo giudaico‑cristiano – nella quale il Partito, élite d’“illuminati”, plasma la classe operaia, «sacco di patate amorfo» privo di volontà autonoma.
In questa visione l’individuo, spogliato di ogni dignità decisionale, viene assorbito in un organismo collettivo che lo considera semplice “cellula” da coordinare: non può scegliere per sé, ma è obbligato a partecipare al cammino storico tracciato dal Partito. Gli «intellettuali‑sacerdoti» – élite depositaria della verità scientifico‑socialista – assumono il compito di guidare, disciplinare e, all’occorrenza, sacrificare la persona alla causa universale.
Agli occhi di un liberale – o di chiunque creda davvero nel metodo democratico – tutto ciò equivale a una violenza materiale e intellettuale pari a quella esercitata dai peggiori regimi totalitari. La complessità dell’esistenza individuale e della società viene ridotta a poche griglie ideologiche, elevate a verità assolute pur senza fondamento scientifico, e imposte dall’alto come dogma indiscutibile.
In questo schema il Partito assume i tratti di una nuova Chiesa secolare: al posto della provvidenza divina vige la «linea» del Comitato centrale; al posto del paradiso ultraterreno, la società senza classi; al posto dei sacramenti, l’inquadramento militante. È la divinizzazione del Partito, che recupera e secolarizza l’archetipo giudaico‑cristiano della redenzione collettiva. Pellicani insiste su questa sacralizzazione in diversi passaggi: il Partito è la sola istituzione che possa seriamente affrontarsi alle comunità religiose del cristianesimo primitivo, è il «focolare della fede» e il «depositario della dottrina» che guida l’umanità attraverso la «purificazione del senso comune» verso la Città dell’Uomo. Nei Quaderni, ricorda Pellicani, Gramsci afferma che «il socialismo è la religione che ammazzerà il cristianesimo», sostituendo al Dio trascendente la «fiducia nell’uomo e nelle sue energie migliori».
Qui emerge l’originalità gramsciana: mentre Lenin progettava di conquistare la società assaltando lo Stato, Gramsci proponeva l’inverso – conquistare lo Stato occupando le istituzioni della società civile (scuole, università, mass‑media, sindacati) e passando dalla «guerra di movimento» alla «guerra di posizione».
Ne consegue la legittimazione della dittatura totalitaria degli intellettuali sulle masse: il Partito‑Principe, investito della missione di rifondare l’intera realtà, non può tollerare sfere sottratte alla sua giurisdizione, poiché «tutto è politica» e tutto deve essere rifatto ab imis. Questa visione – un tempo alla base dello stallo democratico italiano, oggi riemergente nelle derive populiste – dimostra quanto la lezione dei “cattivi maestri” analizzati da Pellicani resti attuale e quanto la sinistra, finché non farà i conti con quel retaggio, rimanga prigioniera di un’identità incompiuta.

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