Elliot ragionava ancora benissimo. Dopo che i chirurghi gli avevano asportato il meningioma cresciuto sopra le orbite, portando via con sé una porzione della corteccia prefrontale ventromediale, i test lo trovavano intatto: quoziente intellettivo nella norma, memoria efficiente, capacità logiche conservate. Sapeva tutto quello che aveva sempre saputo. Solo che non riusciva più a decidere. Antonio Damasio, che lo descrive in L’errore di Cartesio, racconta di averlo osservato impiegare un intero pomeriggio per fissare la data di un appuntamento, soppesando con perfetta lucidità le ragioni a favore e contro ciascuna alternativa, senza arrivare a sceglierne una. La ragione, lasciata sola, non deliberava meglio. Non deliberava affatto.
Da questo dato clinico scende una posta politica che la scienza politica conosceva già e che la neuroscienza permette di spiegare. Se la decisione affonda le radici nell’affetto, l’elettore non è mai stato il calcolatore che certi modelli postulano. La questione non è smascherare un mito: è capire quale dei due cittadini razionali di cui parliamo abbia perso il fondamento, e quale invece resti in piedi.
Conviene separarli, perché la confusione tra i due è la prima fonte di errore. Il primo è l’elettore razionale in senso descrittivo: l’homo oeconomicus che legge i programmi, confronta i dati, massimizza l’utilità attesa. È il votante del modello spaziale di Anthony Downs e della scelta pubblica di Buchanan e Tullock, un costrutto pensato per predire i comportamenti. Questo cittadino è empiricamente fragile da molto prima che le neuroscienze entrassero nella stanza: la stessa scienza politica ne ha documentato l’irrealtà, fino al punto in cui Bryan Caplan ne fa il bersaglio dichiarato del suo The Myth of the Rational Voter. Il secondo è il cittadino kantiano, che non è un’ipotesi empirica ma una finzione operativa: il soggetto imputabile, dotato di dignità e di autonomia, che il diritto e la morale devono presupporre per funzionare. Damasio non tocca il secondo. Mostra il substrato del primo. Confondere i due piani significa credere che, scoprendo come decidiamo davvero, si dissolva anche ciò che dobbiamo a noi stessi come progetto normativo. Non è così, e il blog lo ha già argomentato altrove.
L’errore di Cartesio non è spegnere il corpo
L’ipotesi del marcatore somatico, formulata da Damasio con Daniel Tranel e Hanna Damasio nel 1991 e divulgata tre anni dopo, capovolge l’idea che la decisione saggia richieda il silenzio delle emozioni. Di fronte a una scelta il cervello non percorre l’albero completo di costi e benefici, operazione che richiederebbe un tempo che non abbiamo. Associa invece a ciascuna alternativa uno stato corporeo, piacevole o spiacevole, che l’esperienza passata ha agganciato a esiti simili. Quel segnale, il marcatore, restringe il ventaglio delle opzioni prima che il ragionamento esplicito intervenga. La verifica sperimentale è l’Iowa Gambling Task di Antoine Bechara e dei due Damasio, del 1994: i pazienti con lesione ventromediale continuano a pescare dai mazzi che promettono vincite alte e perdite rovinose, incapaci di lasciarsi guidare dalla reazione anticipatoria che nei soggetti sani matura ben prima della consapevolezza esplicita della regola. La separazione cartesiana tra res cogitans e res extensa, la mente che pensa e il corpo che ingombra, non descrive ciò che siamo: descrive ciò che una certa modernità ha preteso che fossimo.
Qui serve una cautela che il dato neuroscientifico impone e che sarebbe scorretto tacere. L’ipotesi del marcatore somatico resta un’ipotesi, e contestata. Tiago Maia e James McClelland, riesaminando l’Iowa Gambling Task nel 2004, hanno mostrato che i partecipanti sanno del gioco molto più di quanto la teoria assuma: quando si comportano in modo vantaggioso, i loro resoconti rivelano quasi sempre una conoscenza esplicita sufficiente a spiegare quel comportamento, il che indebolisce l’idea di una guida puramente inconscia e corporea. Barnaby Dunn, Tim Dalgleish e Andrew Lawrence, nel 2006, hanno raccolto le riserve sul piano della parsimonia teorica e della prova causale del meccanismo corporeo: che una reazione fisiologica accompagni la decisione è osservabile, che la produca resta da dimostrare.
Conviene allora distinguere due versioni della tesi, perché l’argomento politico che segue dipende solo dalla più debole. La versione forte sostiene che un segnale somatico inconscio decide al posto nostro, scavalcando il ragionamento; è questa che le critiche colpiscono, e su questa il giudizio della letteratura resta aperto. La versione debole afferma soltanto che l’affetto concorre alla decisione, la orienta, ne restringe lo spazio prima e durante la deliberazione. Questa seconda formulazione non è più in discussione: la condividono tanto Damasio quanto i suoi critici, e la conferma una tradizione di scienza politica che le neuroscienze non hanno inaugurato, da Caplan a Drew Westen, che in The Political Brain documenta quanto poco i dati spostino il voto rispetto alle reazioni emotive. Per chiedersi cosa accada quando qualcun altro impara a scrivere su quel registro affettivo, non serve che l’emozione decida da sola. Basta che pesi. E pesa.
Quando la marcatura passa ad altre mani
Il sistema si è formato per tenerci vivi in un ambiente di predatori e di scarsità: il marcatore negativo che la vista del serpente innesca è una scorciatoia che ha salvato innumerevoli antenati. Immerso nell’infosfera digitale, lo stesso sistema diventa una superficie esposta. Gli algoritmi di raccomandazione non selezionano i contenuti per verità o rilevanza ma per capacità di trattenere l’attenzione, e ciò che trattiene l’attenzione è l’attivazione ad alta intensità: indignazione, paura, disgusto, euforia tribale. Questo è documentabile e non richiede di postulare un complotto: massimizzare l’ingaggio e massimizzare l’attivazione affettiva coincidono di fatto, perché l’attivazione è ciò che misura la metrica.
Chiamo marcatura somatica eterodiretta il regime che ne risulta. Sul piano semantico nomina un segnale corporeo che resta interamente tuo nella sua origine fisiologica ma la cui regìa è passata a un altro. Sul piano etimologico l’aggettivo unisce il greco héteros, altro, alla direzione: non un segnale fabbricato dall’esterno, che sarebbe una contraddizione, perché il marcatore è endogeno per definizione e parlare di un marcatore «artificiale» è un ossimoro, ma un apparato endogeno la cui attivazione viene innescata e modellata dall’esterno. Sul piano operativo descrive il meccanismo per cui una architettura digitale apprende quali stimoli producono in te le reazioni più intense e te li somministra nella dose e nella sequenza che massimizzano il suo profitto, non il tuo orientamento. Il procedimento non richiede di conoscere le tue opinioni: richiede solo di registrare su cosa ti fermi, cosa condividi, cosa ti fa restare un secondo in più. Ogni interazione è un test che affina il modello, e il modello converge verso ciò che ti attiva, non verso ciò che ti informa. Shoshana Zuboff, in The Age of Surveillance Capitalism, ha chiamato potere strumentario questa capacità di modellare il comportamento a fini di estrazione economica, e ha tracciato la distinzione che qui è decisiva: il suo prodotto non è la persuasione ma il condizionamento. La persuasione si rivolge a un soggetto che valuta ragioni e può sempre rifiutarle; il condizionamento aggira il soggetto e lavora sotto la soglia in cui le ragioni si formano. Non ti convince, ti predispone. La marcatura eterodiretta è la forma che il potere strumentario assume quando il materiale su cui lavora è il tuo corpo che reagisce.
Lo scarto rispetto al funzionamento naturale è netto su tre fronti. L’origine: nel primo caso lo stimolo viene dall’esperienza diretta e dalla memoria biografica, nel secondo da un simulacro calibrato e dal contagio emotivo. La finalità: la sopravvivenza fisica e sociale da un lato, la massimizzazione del tempo di permanenza dall’altro. E soprattutto la durata. Il marcatore naturale è omeostatico, tende a riassorbirsi e a riportare l’organismo alla calma, secondo quel principio di equilibrio dinamico che Damasio, in Lo strano ordine delle cose, pone alla radice tanto della vita quanto della cultura. Il marcatore eterodiretto è invece cronicizzato per costruzione: l’allerta non deve spegnersi, perché ogni ritorno alla calma è tempo sottratto allo scorrimento. Quando appare un video di quindici secondi confezionato per indignarti, il corpo reagisce prima che la corteccia abbia ricostruito il contesto, e si forma un’associazione che precede il giudizio. Non stai valutando una proposta. Stai rispondendo a uno stimolo che è stato scelto per te.
La politica del baracconismo
Una vulnerabilità così disegnata premia un tipo preciso di leader. Non chi offre soluzioni complesse, che impongono un carico cognitivo alto e non producono marcatori immediati, ma chi sa suonare il corpo dell’elettorato come uno strumento. Il leader performativo lavora sulle sedi dell’elaborazione affettiva, l’amigdala che pesa la minaccia, l’insula che traduce in sensazione viscerale il disgusto, e costruisce una scena fatta di pericoli imminenti e di protezioni provvidenziali. Dove la marcatura è eterodiretta, chi la sincronizza non ha bisogno di argomentare: gli basta accordare il proprio messaggio alla frequenza che l’algoritmo ha già reso dominante. È il baracconismo di cui il blog ha trattato analizzando la riduzione della politica a performance: il consenso non si cerca con le ragioni, si ottiene per risonanza. E quando un cittadino sente nel corpo che un leader è dalla sua parte, nessuna tabella e nessun fact-checking lo smuovono, perché cambiare idea equivarrebbe a contraddire una reazione fisica.
Da qui si misura male la polarizzazione, se la si descrive come incompatibilità biologica tra fazioni. La formula è suggestiva e falsa, e per il pensiero della società aperta sarebbe una resa: se gli avversari fossero neurologicamente incapaci di convergere, non resterebbe alcuna deliberazione da difendere. Il fenomeno reale è un altro. L’irrigidimento affettivo coltivato dagli algoritmi non rende impossibile il dialogo, lo rende costoso. Il quadro suggerisce, senza dimostrarlo, che quando l’avversario politico viene marcato con la stessa risposta che presidia la contaminazione, il disgusto che Paul Rozin ha studiato come barriera contro il cibo avariato e che Jonathan Haidt vede estendersi alla sfera morale, il costo cognitivo del confronto sale fino a sembrare proibitivo. Ma la società aperta non è mai stata altro che la disponibilità collettiva a pagare quel costo: a tollerare l’errore proprio e altrui come prezzo della correzione. Il fallibilismo che ne è il principio non chiede di amare l’avversario, chiede di trattarlo come una fonte possibile di correzione del proprio errore, e questo presuppone che il dialogo resti almeno concepibile. La nomocrazia, l’ordine che si regge su regole impersonali anziché sulla vittoria di una parte, vive della stessa premessa: che le fazioni si riconoscano dentro una cornice comune invece di percepirsi come contaminazioni reciproche. Quando l’apparato affettivo viene cronicizzato sull’avversione, non crolla la regola; cresce il prezzo psichico di rispettarla, finché astenersi dal dialogo diventa la scelta che costa meno. Il marcatore reso cronico non abolisce la società aperta. La rende cara, e scommette sul punto in cui diventi troppo cara per essere difesa.
Il marcatore somatico è un tassello del paradigma della mente incarnata di cui il blog ha trattato a proposito dell’enattivismo: il corpo non accompagna la cognizione, ne è il substrato. In questa luce la disinformazione non è anzitutto informazione falsa, ma perturbazione del modo in cui il cittadino è accoppiato al proprio ambiente, e colpisce a un livello che la verifica dei fatti non raggiunge.
Resta il paradosso da cui Elliot ci ha avvertiti. Lo stesso apparato che ci rende capaci di scegliere, e la cui assenza condanna alla paralisi chi conserva intatta ogni facoltà logica, è ciò che ci espone alla cattura. Non c’è una ragione pura cui fare ritorno, perché non c’è mai stata. Difendere la deliberazione non significa allora mettere a tacere il corpo, operazione che ci renderebbe simili al paziente che non sa fissare un appuntamento, ma sapere chi tiene la regìa dei segnali che il corpo continua, comunque, a inviare.

Rispondi