Oltre lo scontro delle civiltà: Said, Sen e la decostruzione delle civiltà-prigione

Una critica a Samuel P. Huntington attraverso le lenti di Edward Said e Amartya Sen

L’architettura della tesi huntingtoniana: la civiltà come blocco

Nell’estate del 1993, quando Foreign Affairs pubblica «The Clash of Civilizations?» (vol. 72, n. 3, pp. 22-49), il problema teorico che la rivista affronta non è la previsione di un conflitto specifico ma la ricerca di un paradigma successivo all’orizzonte concettuale che aveva organizzato i quarant’anni precedenti. Il containment di George Kennan, formulato nel celebre articolo siglato «X» del 1947, aveva esaurito la propria funzione con il collasso dell’Unione Sovietica; la tesi fukuyamiana della «fine della storia» (articolo 1989, libro 1992) aveva proposto la sintesi liberaldemocratica come telos universale, ma lasciava scoperto il problema di nominare la fonte dei conflitti residui. Samuel Phillips Huntington, politologo di Harvard, propone di chiamare quella fonte civiltà, e di farlo con un’ipotesi forte: i conflitti dei decenni a venire saranno principalmente né ideologici né economici ma culturali, e si svolgeranno lungo i confini che separano le grandi formazioni civilizzazionali (Occidentale, Islamica, Sinica, Ortodossa, Indù, Latino-americana, Africana, e in alcune redazioni Giapponese come unità distinta dalla Sinica).

Tre anni dopo, l’articolo si espande in monografia presso Simon & Schuster: The Clash of Civilizations and the Remaking of World Order (1996; in Italia Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale, traduzione di Sergio Minucci, Garzanti, 1997). La struttura argomentativa, già compiuta nell’articolo, vi acquisisce respiro storico-comparativo e ambizione propositiva: l’ultima sezione del libro fornisce indicazioni di politica estera per la conservazione del primato occidentale, sottraendo alla tesi il suo carattere descrittivo per consegnarla a quello prescrittivo. Operazione non irrilevante: ciò che era diagnosi diventa programma, e il programma retroagisce sulla diagnosi rafforzandone la presa retorica.

L’edificio si regge su quattro travi portanti, che è opportuno articolare in prosa anziché in elenco perché la loro forza sta nel concatenamento sequenziale.

La prima trave è l’esaurimento del frame ideologico. Con la dissoluzione dell’URSS, le ideologie universalistiche del Novecento (liberalismo, socialismo, fascismo) avrebbero perso, secondo Huntington, la propria capacità di mobilitazione identitaria; il vuoto che lasciano non resta tale, viene riempito da forme di identificazione più antiche e più profonde.

La seconda trave è il ritorno dell’identità culturale come asse di mobilitazione. La definizione di sé attraverso religione, lingua, tradizioni e memoria storica non è residuo arcaico che la modernizzazione dissolverà; è il fondo antropologico che la stagione ideologica aveva temporaneamente coperto. Huntington identifica nella civiltà il livello più ampio di identificazione culturale a cui le persone si riconducono, un livello che si colloca sopra le aggregazioni nazionali, regionali ed etniche.

La terza trave è la concezione delle civiltà come entità monolitiche, costruite intorno a un nucleo di valori fondamentali ritenuti incompatibili. La divergenza in materia di democrazia, diritti umani, ruolo della religione nella sfera pubblica e organizzazione della famiglia non sarebbe materia negoziabile attraverso il dialogo politico ma espressione di sostrati civilizzazionali diversi. La metafora che Huntington adopera è geologica: le civiltà sono placche, e dove le placche si toccano si producono attriti.

La quarta trave traduce questa geologia in geografia politica. «Le linee di faglia fra le civiltà saranno le linee di battaglia del futuro»: il termine faglia, dal latino fallere nel senso di «venire meno, cedere», descrive le zone di frattura della crosta terrestre nel lessico geologico; trasferito al lessico geopolitico, identifica i Balcani, il Caucaso, l’Asia centrale, il subcontinente indiano e il Mediterraneo orientale come spazi di collisione strutturale.

La forza esplicativa del modello è considerevole, e i suoi sostenitori vi hanno letto, dopo gli attentati dell’11 settembre 2001, un’anticipazione clamorosa: l’attacco al World Trade Center sarebbe stato il primo episodio macroscopico della fase delle linee di faglia. Questa lettura retrospettiva ha conferito alla tesi un’autorità che il testo del 1993 non possedeva e che il testo del 1996 non rivendicava esplicitamente; ne ha però occultato anche la fragilità sistemica, oggetto delle due grandi critiche che i blocchi successivi ricostruiranno.

Una precisazione genealogica conclude la ricostruzione. La morfologia delle civiltà come blocchi organici dotati di ciclo vitale autonomo non nasce con Huntington; ha un radicamento spengleriano che il blog ha già ricostruito altrove, mostrando come la tesi degli anni Novanta sia epigono geopolitico di un organicismo culturale di matrice tardo-ottocentesca e primo-novecentesca (cfr. La ferita della ragione). Questa filiazione non è dettaglio storiografico: orienta la critica successiva, perché ciò che Said e Sen smontano in Huntington è precisamente l’eredità morfologica spengleriana, la presupposizione che le civiltà siano realtà chiuse, periodizzabili, soggette a leggi di sviluppo autonome.

Said 2001: dalla porosità storica allo Scontro dell’Ignoranza

La risposta di Edward Said alla tesi huntingtoniana arriva otto anni dopo l’articolo di Foreign Affairs e cinque dopo la monografia di Simon & Schuster, in una congiuntura che non è incidentale: «The Clash of Ignorance» appare su The Nation (vol. 273, n. 12, 22 ottobre 2001, pp. 11-13) sei settimane dopo l’attacco alle Torri Gemelle. La diacronia conta. Said scrive nel momento esatto in cui la tesi huntingtoniana smette di essere ipotesi accademica e diventa cornice operativa per la lettura politica e mediatica dell’evento: amministrazioni, editorialisti e analisti convergono in quei giorni nell’adottare il lessico dello «scontro di civiltà» come griglia interpretativa di un attacco terroristico transnazionale, e la tesi del 1993 acquisisce così quella forza di evidenza retrospettiva che il suo autore non aveva esplicitamente rivendicato. La critica di Said colpisce in quel preciso passaggio: non smonta una teoria astratta, smonta un dispositivo che si sta installando come senso comune.

La struttura argomentativa del breve saggio (tre pagine fitte sulla rivista) si articola in tre nuclei convergenti che è opportuno articolare in sequenza per non perderne la connessione logica.

Il primo nucleo è la denuncia della profezia auto-avverante. La tesi delle civiltà come blocchi destinati allo scontro, una volta entrata in circolazione, non descrive la realtà che dichiara di osservare: la produce. Fornisce, scrive Said, una griglia retorica utilizzabile da leader politici, organizzazioni mediatiche, gruppi estremisti su entrambi i fronti per riformulare conflitti localizzati, interessi materiali, dinamiche statuali in termini di guerra culturale generalizzata. Huntington non sarebbe quindi analista neutrale di un mondo che si organizza in blocchi civilizzazionali; sarebbe, nel lessico saidiano, ideologo, qualcuno che vuole rendere «civiltà» e «identità» ciò che non sono: entità chiuse e sigillate, purificate delle correnti e controcorrenti che animano la storia umana. La distinzione è tagliente: descrivere una guerra culturale che già esiste è un’operazione, sostenere che esiste una guerra culturale strutturale lungo linee di faglia destinate a manifestarsi è un’altra operazione, e la seconda contribuisce a produrre la prima.

Il secondo nucleo è la fallacia delle etichette. La categoria «islam», intesa come unità sociologica e politica, comprenderebbe nel 2001 circa un miliardo e duecento milioni di persone distribuite su quattro continenti, parlanti centinaia di lingue, organizzate in oltre cinquanta Stati con sistemi politici eterogenei, divise in correnti teologiche, scuole giuridiche, tradizioni mistiche, posizioni politiche ed esperienze storiche radicalmente differenti. La distanza culturale fra un musulmano sciita iraniano di tradizione persiana, un sufi senegalese erede della confraternita muridiyya, un giurista hanafita indonesiano formato nelle università cosmopolite di Jakarta e un berbero del Rif marocchino è incommensurabilmente maggiore di quella che ciascuno di loro possa avere con un occidentale di matrice culturale affine. La categoria «occidente» soffre dello stesso vizio aggregativo: include cattolici romani e luterani secolarizzati, anarco-libertari della Silicon Valley e socialdemocratici scandinavi, popolazioni rurali della Slovacchia e milieu urbani parigini, accomunati da una geografia politica vaga e da una narrazione retrospettiva di matrice illuministica che opera per esclusione (chi non è incluso definisce il perimetro di chi lo è). L’aggregazione, conclude Said, non è dato empirico che il ricercatore registra; è artefatto categoriale che il ricercatore produce. L’operazione discorsiva si maschera da descrizione naturalistica.

Il terzo nucleo è la porosità storica delle culture. La filosofia greca classica non sarebbe arrivata all’Europa medievale senza la mediazione decisiva degli studiosi arabi del IX-XII secolo: la Casa della Sapienza (Bayt al-Ḥikma) fondata a Baghdad sotto il califfo al-Maʾmūn nell’830 organizza la traduzione sistematica di Aristotele, Platone, Galeno, Tolomeo, Euclide; al-Kindī, al-Fārābī, Avicenna (Ibn Sīnā) e Averroè (Ibn Rušd) elaborano commenti che diventeranno il canale di trasmissione attraverso cui Tommaso d’Aquino accede ad Aristotele due secoli dopo, nelle traduzioni latine prodotte a Toledo e in Sicilia. La storia europea della filosofia, se ricostruita filologicamente anziché ideologicamente, è storia di una circolazione trans-civilizzazionale. Considerazioni analoghe valgono per la matematica (il sistema posizionale di origine indiana mediato dall’algebra di al-Khwārizmī, da cui il termine algoritmo), per la medicina (il Canone di Avicenna come testo universitario europeo fino al XVII secolo), per la musica (l’influenza modale orientale sulla polifonia medievale iberica), per l’arte (i tessuti, le ceramiche, l’architettura, la miniatura). Le civiltà di Huntington, secondo Said, sono costruzioni che operano amputando dalla memoria storica precisamente quelle interconnessioni che renderebbero impraticabile l’idea della chiusura.

Una nota di sfondo sulla genealogia del dispositivo critico saidiano. La porosità che Said rivendica nel 2001 non è argomento improvvisato per la circostanza polemica: è l’applicazione mirata di uno strumento concettuale che Said aveva elaborato un quarto di secolo prima in Orientalism (Pantheon Books, New York 1978; ed. it. Orientalismo, traduzione di Stefano Galli, Bollati Boringhieri, Torino 1991). In quel libro, Said aveva mostrato come la costruzione discorsiva occidentale dell’«Oriente» (filologica, letteraria, accademica, politica) avesse prodotto un oggetto immobile, essenziale, contrapposto, esotico e fondamentalmente Altro, funzionale al dispositivo coloniale che doveva amministrarlo. La tesi orientalismo non è propriamente che l’Occidente abbia descritto male l’Oriente; è che lo abbia costruito attraverso l’atto stesso del descriverlo, e che lo abbia costruito secondo i bisogni del proprio progetto egemonico. Nel 2001, Said riconosce nella tesi huntingtoniana la stessa operazione, ridistribuita ora su scala globale e moltiplicata in sette o otto civiltà-prigione anziché concentrata sul singolo asse Oriente/Occidente. Il dispositivo è identico; cambia la cartografia.

La portata della critica saidiana, intesa così, va oltre il merito specifico della disputa con Huntington. Said non si limita a sostenere che la tesi delle civiltà sia descrittivamente falsa; sostiene che sia performativamente attiva, cioè che essa costruisca l’oggetto che afferma di descrivere. La distinzione fra descrizione e costruzione discorsiva è il punto teorico di maggior peso del saggio del 2001, ed è ciò che rende «The Clash of Ignorance» un testo che eccede di molto l’occasione del 22 ottobre 2001 per diventare strumento critico applicabile a ogni operazione di chiusura categoriale che si presenti come ricognizione neutrale. Lo riprenderemo nel blocco di sintesi.

Sen 2006: identità solitaria e pluralità dell’io come precondizione della libertà

Cinque anni dopo «The Clash of Ignorance», la critica della tesi huntingtoniana riceve un secondo affondo, condotto su un piano analitico diverso. Identity and Violence: The Illusion of Destiny esce nel 2006 presso W. W. Norton & Company (collana Issues of Our Time) e in contemporanea in edizione italiana, Identità e violenza, per Laterza (collana I Robinson. Letture, Roma-Bari 2006). Amartya Sen, premio Nobel per l’economia nel 1998, sposta il piano analitico dal macro al micro: mentre Said aveva smontato la tesi delle civiltà come blocchi a livello di analisi storica e culturale, Sen la smonta a livello di antropologia filosofica, partendo dall’unità minimale dell’argomento huntingtoniano, l’individuo come membro di una civiltà.

Anche qui la congiuntura non è incidentale. Il libro esce nel secondo dopoguerra iracheno, quando il discorso pubblico occidentale aveva già metabolizzato il lessico dello «scontro di civiltà» trasformandolo in cornice operativa per la lettura di fenomeni eterogenei (terrorismo transnazionale, gestione dell’immigrazione, politiche multiculturali europee in crisi, dibattito sulle scuole confessionali nel Regno Unito di Tony Blair). Sen interviene non in un dibattito accademico ma in un dispositivo politico-amministrativo già installato, che riduce le persone alla loro presunta affiliazione civilizzazionale primaria per ragioni di gestione operativa, di sicurezza, di policy. La sua critica è proporzionalmente più analitica e meno polemica di quella saidiana: smonta il presupposto micro-antropologico per togliere terreno all’edificio macro-politico.

Tre nuclei argomentativi compongono la tesi seniana, da percorrere in sequenza per non perderne la connessione interna.

Il primo nucleo è il riconoscimento della pluralità delle affiliazioni come dato antropologico costitutivo. Ogni essere umano è simultaneamente membro di una pluralità di insiemi: nazione, lingua, professione, classe socio-economica, genere, generazione, convinzioni politiche, tradizione religiosa, gusti estetici, legami familiari, affiliazioni associative, orientamenti sportivi, scelte alimentari. Sen non sostiene che queste affiliazioni siano equivalenti per peso o per profondità esistenziale; sostiene che esse coesistono nella persona reale e che nessuna di esse, da sola, esaurisce la sua identità. L’esempio che ricorre nel libro è autobiografico: Sen è simultaneamente indiano per nazionalità, bengalese per lingua e cultura regionale, hindu per origine familiare (non per pratica religiosa), economista per professione, filosofo per disciplina secondaria, asiatico per geografia, abitante di Cambridge per residenza, anglofono per formazione, cittadino del mondo per cosmopolitismo deliberato. Ridurre questo individuo alla sola affiliazione «hindu» o alla sola affiliazione «asiatico», come la tesi huntingtoniana strutturalmente esige, significa amputare ciò che lo costituisce concretamente come persona.

Il secondo nucleo è la denuncia dell’illusione dell’identità solitaria. Sen riserva al fenomeno un termine tecnico, solitarist approach, l’approccio che considera gli esseri umani come membri di un solo gruppo identitario rilevante, ricondotti operativamente a una sola appartenenza primaria. La critica seniana non è che questo approccio sia descrittivamente impreciso (lo è, ma il punto non è solo questo); è che sia politicamente preparatorio alla violenza. L’imposizione di un’unica identità non è errore conoscitivo neutro: è operazione che organizza la persona per la mobilitazione, per il riconoscimento o per la persecuzione. Sen ricorda l’esperienza biografica decisiva: a undici anni, durante i massacri induista-musulmani che precedono e accompagnano la partizione del 1947, vede arrivare nel cortile di casa, agonizzante, un bracciante musulmano accoltellato in strada perché identificato come musulmano da una folla induista. Quel bracciante aveva un nome, un mestiere, una famiglia, una storia di lavoro per sfamare i propri figli; tutto questo era stato cancellato da un’identificazione singola applicata dall’esterno. «L’imposizione di un’unica appartenenza, sia essa una religione o una civiltà, è divenuta troppo spesso il preludio all’esercizio della violenza e del settarismo belligerante». La tesi non è retorica: è osservazione di come la riduzione identitaria operi storicamente come dispositivo di chiusura preventiva.

Il terzo nucleo è la rivendicazione della libertà di scelta delle priorità identitarie come capacità razionale. Le affiliazioni non sono, secondo Sen, semplicemente date: sono valutate dall’individuo, che decide, in un dato contesto e per ragioni che può articolare, a quale di esse dare peso operativo. Un musulmano italiano residente in Lombardia che paga le tasse al fisco italiano, partecipa al consiglio scolastico dei propri figli, milita in un partito democratico, frequenta la moschea il venerdì e gioca a calcetto con i colleghi di lavoro il martedì sera, sceglie ogni volta a quale delle proprie affiliazioni dare priorità in funzione del contesto, e questa scelta è esercizio di razionalità pratica, non oscillazione superficiale di un’identità incerta. La capacità di valutare e selezionare le priorità è precisamente ciò che la civiltà-prigione huntingtoniana esclude: assegnando l’identità alla nascita e fissandola al sostrato civilizzazionale, sopprime l’operazione razionale di valutazione comparativa che fonda la libertà identitaria sostanziale.

Qui si innesta la saldatura, sobria ma puntuale, con il capability approach seniano. La libertà di valutare e scegliere le priorità tra le proprie affiliazioni è esempio paradigmatico di capability nel senso tecnico che Sen ha elaborato altrove (Development as Freedom, 1999): libertà sostanziale, non semplice assenza di vincolo formale, di essere e fare ciò che la persona ha ragione di valore. La tesi huntingtoniana, nel ridurre la persona alla propria affiliazione civilizzazionale, non viola un principio liberale astratto; comprime una capability concreta che è precondizione del funzionamento autonomo dell’individuo come agente razionale. Per chi voglia approfondire la grammatica del capability approach, il blog ha già lavorato altrove sul ponte fra libertà sostanziale e configurazione istituzionale del Mezzogiorno italiano; qui ne basti il richiamo, perché il piano dell’argomento è antropologico-filosofico, non economico-distributivo.

L’argomentazione seniana trova il suo radicamento testuale più diretto, per la scrittura che qui si conduce, in due capitoli specifici del libro 2006. Il capitolo 3, Civilizational Confinement, articola la critica al «confinamento civilizzazionale» come operazione che imprigiona l’individuo nella sola appartenenza civilizzazionale primaria; il capitolo 6, Culture and Captivity, sviluppa la tesi della «cattività culturale» come dispositivo che converte la cultura, fenomeno costitutivamente plurale e poroso, in gabbia identitaria. Il sintagma italiano «civiltà-prigione», che il blog adopera come coniazione operativa, è traduzione concettualmente coerente del binomio confinement/captivity seniano: non etichetta proprietaria in cerca di referente, ma resa italiana di una grammatica che Sen aveva già lessicalizzato. La precisazione filologica non è ornamento erudito, è garanzia che la coniazione del corpus risponda a un’esigenza testuale documentabile.

Una conseguenza pratica della tesi seniana merita registrazione prima di chiudere il blocco. Se la libertà identitaria è capacità di valutazione razionale delle priorità fra affiliazioni multiple, allora la grammatica delle scelte collettive nei momenti di rottura geopolitica non è espressione di destino civilizzazionale ma esercizio comparativo. La scelta ucraina di orientare l’asse delle proprie affiliazioni politico-istituzionali verso lo spazio europeo, anziché verso lo spazio eurasiatico ortodosso che la tesi huntingtoniana avrebbe predetto come naturale, non è anomalia che richieda spiegazione speciale; è esercizio di capability identitaria collettiva. Il blog ha sviluppato questo argomento altrove, in sede dedicata al rapporto fra imperialismo russo e anomalia europea; qui basti la registrazione, che dimostra in medias res la fertilità analitica della grammatica seniana applicata a un caso storico concreto contemporaneo.

La civiltà-prigione come dispositivo megamacchinico: dalla morfologia alla soppressione della libertà

I tre blocchi precedenti hanno svolto un lavoro analitico distribuito: il primo ha ricostruito l’architettura della tesi huntingtoniana mostrandone il radicamento spengleriano; il secondo ha smontato l’aggregazione civilizzazionale a livello macro-storico attraverso la porosità saidiana; il terzo ha smontato la riduzione identitaria a livello micro-antropologico attraverso la pluralità seniana. Resta il lavoro di sintesi: nominare con precisione cosa fa la tesi huntingtoniana quando è messa in opera come dispositivo discorsivo, e situare questa operazione nella grammatica più ampia che il blog ha elaborato altrove. È compito di questo blocco conclusivo, che si articola in quattro mosse argomentative successive.

La prima mossa è la calibrazione esplicita della coniazione che il titolo adopera. «Civiltà-prigione» non nomina una civiltà che è una prigione (referente ontologico, civiltà come oggetto chiuso), nomina l’operazione discorsiva che converte la pluralità culturale storicamente data in unità monolitica operativamente trattabile (referente discorsivo, civiltà-prigione come gesto di chiusura). La distinzione non è scolastica: tiene insieme la critica saidiana e quella seniana, perché trattare «civiltà-prigione» come oggetto ontologico equivarrebbe a replicare il gesto totalizzante di Huntington in versione critica, costruendo una nuova totalità denominata «civiltà-prigione» che ingloberebbe sotto etichetta unica operazioni eterogenee. Said e Sen avrebbero ragione contro la coniazione stessa. Trattarla invece come dispositivo, come operazione che chiude la pluralità anziché come pluralità chiusa, nomina precisamente il gesto criticato senza chiudere a propria volta. La coniazione, calibrata in questo modo, è strumento di analisi: serve a riconoscere l’operazione di chiusura ovunque essa si manifesti, indipendentemente dal contenuto specifico delle civiltà che essa pretende di descrivere. La civiltà-prigione di Huntington trasforma l’islam in blocco; ma la stessa operazione discorsiva, quando ridistribuita altrove, produce «occidente cristiano» come blocco, «cattolicesimo italiano» come blocco, «valori europei» come blocco. Il dispositivo è il medesimo; cambia l’oggetto che esso reifica.

La seconda mossa è la saldatura genealogica. Il dispositivo civiltà-prigione non emerge nel 1993 con Huntington; ha un radicamento morfologico spengleriano che il blog ha già ricostruito in sede dedicata. L’organicismo deterministico di Der Untergang des Abendlandes (1918-1922) concepisce le civiltà come organismi biologici dotati di ciclo vitale autonomo (primavera, estate, autunno, inverno; Kultur che si trasforma in Zivilisation senile e decadente), governati da leggi morfologiche ineluttabili. Senza questo presupposto morfologico-organicista, la tesi huntingtoniana perderebbe il proprio terreno di plausibilità: le «linee di faglia» non avrebbero forza di evidenza se le civiltà non fossero state pre-concepite come organismi dotati di confini biologici, perimetri vitali, sostrati culturali immutabili. Huntington è epigono geopolitico di Spengler nel senso preciso che applica la morfologia spengleriana alla cartografia post-Guerra Fredda, traducendo l’organicismo culturale tardo-ottocentesco in modello strategico di policy. La filiazione conta perché orienta la critica: ciò che Said e Sen smontano nella tesi del 1993-1996 non è solo il modello esplicativo, è il presupposto organicista da cui esso deriva la propria autorità diagnostica. Il blog dedica al nesso Spengler-Huntington uno sviluppo specifico nell’articolo sulla genealogia della crisi della razionalità strumentale; qui basti il rinvio.

La terza mossa è la saldatura con la grammatica della Megamacchina. La logica del dispositivo civiltà-prigione è isomorfa, nel senso tecnico di una corrispondenza strutturale fra operazioni, alla logica della Megamacchina pellicaniana che il corpus del blog ha articolato a partire dal nucleo fondativo (Mumford, ripreso e sviluppato da Luciano Pellicani). La Megamacchina nomina l’apparato sociale che sopprime la pluralità delle volizioni individuali subordinandole a un’unità sovraordinata gerarchicamente organizzata, convertendo la libertà delle affiliazioni multiple in obbligo di una sola appartenenza primaria, riducendo l’individuo alla funzione che il sistema gli assegna. La civiltà-prigione esegue la stessa operazione su un piano differente di scala: la Megamacchina classica opera sul rapporto Stato-individuo (l’idrocrazia mesopotamica, l’Egitto faraonico, la burocrazia bolscevica, l’apparato del totalitarismo novecentesco), la civiltà-prigione opera sul rapporto Civiltà-individuo, comprimendo le affiliazioni plurali costitutive della persona (lingue, religioni, tradizioni regionali, scelte politiche, pratiche professionali) entro un unico contenitore civilizzazionale che si presenta come destino antropologico. L’operazione di soppressione della pluralità è identica; cambia il livello su cui essa è amministrata. Riconoscere l’isomorfismo permette di leggere la tesi huntingtoniana come variante geopolitica di un’operazione che il pensiero politico ha già nominato altrove, e di sottrarla all’eccezionalità che la sua presentazione retrospettiva post-2001 le aveva conferito.

La quarta mossa è la saldatura con l’anomalia europea come categoria politico-istituzionale. Se il dispositivo civiltà-prigione comprime la pluralità identitaria entro un contenitore civilizzazionale unico, la rottura storica di questa operazione è precisamente ciò che il corpus del blog chiama anomalia europea: la formazione, in una congiuntura specifica e contingente, di un assetto istituzionale in cui la pluralità delle affiliazioni è protetta dal diritto positivo, garantita dalla separazione dei poteri, sottratta al destino civilizzazionale attraverso la cittadinanza come rapporto giuridico astratto. La nomocrazia europea (il governo della legge che vincola il potere e tutela l’individuo) non è realizzazione di un universalismo culturale astratto né manifestazione di una superiorità civilizzazionale «occidentale» (sarebbe replicare in chiave celebrativa il gesto huntingtoniano); è dispositivo istituzionale storicamente prodotto che neutralizza la pressione del modello civiltà-prigione consentendo all’individuo di esercitare le proprie capabilities identitarie senza che esse vengano pre-assegnate dalla nascita o dalla geografia culturale. La libertà sostanziale di scegliere fra le proprie affiliazioni, che il blocco precedente ha articolato attraverso Sen, non è dato antropologico universale; è prodotto storico-istituzionale di una rottura che è opportuno nominare con precisione. L’anomalia europea consiste, in altri termini, nel fatto che un certo arco storico-politico ha costruito istituzioni che impediscono operativamente al dispositivo civiltà-prigione di funzionare nella sua piena potenza coercitiva. Quando queste istituzioni si indeboliscono, il dispositivo torna a operare; e quando soggetti politici interni o esterni allo spazio europeo lavorano alla loro erosione, lo fanno attivando proprio la grammatica civilizzazionale che Huntington aveva codificato.

Le quattro mosse, percorse in sequenza, restituiscono un quadro analitico che eccede la critica puntuale alla tesi del 1993-1996. La civiltà-prigione non è errore concettuale di un politologo di Harvard; è dispositivo discorsivo trasversale, dotato di radicamento morfologico nella tradizione spengleriana, isomorfo alla grammatica più generale della Megamacchina, e contrastato istituzionalmente dalla nomocrazia europea come prodotto storico contingente. Riconoscerlo come dispositivo, anziché come oggetto, è precondizione per leggerne le manifestazioni contemporanee: il neo-eurasiatismo russo che reifica un’identità ortodossa-imperiale, le retoriche identitarie occidentali che rivendicano un «occidente cristiano» come blocco di valori incompatibili, le politiche securitarie europee che gestiscono le popolazioni immigrate attraverso la riduzione alla loro affiliazione civilizzazionale presunta. In ciascuno di questi casi, la tesi huntingtoniana opera come grammatica latente, e la critica congiunta di Said e Sen fornisce gli strumenti per smontarla, a condizione di averla compresa non come modello esplicativo ma come operazione produttiva di realtà.

Fonti e autori

La tesi e la sua morfologia

Samuel P. Huntington, «The Clash of Civilizations?», Foreign Affairs, vol. 72, n. 3, Summer 1993, pp. 22-49 (DOI: 10.2307/20045621). Articolo programmatico del Council on Foreign Relations, scritto in dialogo polemico con la tesi fukuyamiana della «fine della storia». La griglia delle sette o otto civiltà (Occidentale, Ortodossa, Islamica, Sinica, Indù, Latino-americana, Africana, Giapponese) è qui presentata nella sua forma più sintetica.

The Clash of Civilizations and the Remaking of World Order, Simon & Schuster, New York 1996; ed. it. Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale, traduzione di Sergio Minucci, Garzanti (collana Saggi blu), Milano 1997, pp. 508. Espansione monografica dell’articolo, con sviluppo delle implicazioni prescrittive per la politica estera occidentale.

La contro-diagnosi: porosità storica e pluralità dell’io

Edward W. Said, Orientalism, Pantheon Books, New York 1978; ed. it. Orientalismo, traduzione di Stefano Galli, Bollati Boringhieri (collana Nuova cultura, 27), Torino 1991, pp. 393. Riferimento di sfondo per la genealogia del dispositivo critico saidiano: la costruzione discorsiva dell’Altro come operazione del sapere coloniale.

«The Clash of Ignorance», The Nation, vol. 273, n. 12, 22 ottobre 2001, pp. 11-13. Risposta diretta alla tesi huntingtoniana nel contesto post-11 settembre. Tre nuclei: profezia auto-avverante, fallacia delle etichette aggregative, porosità storica delle culture.

Amartya Sen, Identity and Violence: The Illusion of Destiny, W. W. Norton & Company (collana Issues of Our Time), New York 2006; ed. it. Identità e violenza, Laterza (collana I Robinson. Letture), Roma-Bari 2006. Riferimenti testuali specifici ai capitoli 3 (Civilizational Confinement) e 6 (Culture and Captivity), che forniscono la base lessicale diretta per la coniazione operativa civiltà-prigione adottata dal blog.

Il framework del corpus

Luciano Pellicani, Dalla società chiusa alla società aperta, Rubbettino Editore, Soveria Mannelli 2002, collana «Storia e Società» (diretta dallo stesso Pellicani), n. 104. Il volume sviluppa la dialettica bergsoniano-popperiana società chiusa/società aperta come grammatica matrice della modernità europea e tratta esplicitamente, nelle pagine conclusive, la categoria delle «civiltà-altre» elaborata dal terzomondismo culturale come matrice teorica della successiva codificazione huntingtoniana. I lemmi Megamacchina (ripresa da Mumford e rielaborata), anomalia europea, nomocrazia sono articolati lungo l’intero corpus pellicaniano e costituiscono il vocabolario fondativo del blog. Per la genealogia del dispositivo civiltà-prigione nella morfologia spengleriana, il rinvio specifico è all’articolo del blog La ferita della ragione: genealogia della crisi della razionalità strumentale (24 febbraio 2026), che ricostruisce il nesso Spengler-Huntington come variante dell’organicismo deterministico tardo-ottocentesco. Per l’applicazione della grammatica capability-anomalia europea al caso ucraino contemporaneo, il rinvio è all’articolo Imperialismo russo e anomalia europea: NATO, difesa europea, katechon eurasiatico (28 giugno 2025).



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