Da Curtis Yarvin a Peter Thiel, la Nuova Destra vagheggia una palingenesi della società modellata su un software difettoso. Ma la storia ammonisce: l’iper-razionalizzazione non partorisce l’ordine, bensì il rigor mortis dei sistemi complessi.
Sussiste un’atavica tentazione intellettuale che riemerge ciclicamente nelle pieghe della storia occidentale, mutando sembianze ma conservando intatto il proprio nucleo seducente e fallace. È l’illusione che l’umano consorzio non sia che una macchina dai meccanismi sofisticati ma intelligibili; un ordigno che, se affidato a tecnici sapienti, possa essere smontato, emendato dai suoi attriti e riassemblato per un moto perpetuo e perfetto.
Nel XIX secolo, tale ambizione si ammantava del rigore del Positivismo: Auguste Comte profetizzava una «fisica sociale» capace di governare le moltitudini con l’esattezza del calcolo infinitesimale. Nel secolo breve, essa si è cristallizzata nelle architetture plumbee dei totalitarismi e nei piani quinquennali, nel tentativo titanico e brutale di imprigionare il divenire storico entro il perimetro di uno schema razionale assoluto.
Oggi, nel cuore tecnologico del XXI secolo, quel medesimo spettro torna ad aggirarsi tra i colossi della Silicon Valley. Ha il volto ieratico di Peter Thiel (di cui abbiamo già analizzato il manifesto filosofico fondativo) e la voce dottrinale di Curtis Yarvin (un tempo noto come Mencius Moldbug). È il verbo della Neoreazione (NRx): un movimento che, armato di una dialettica computazionale, declassa la democrazia a sistema operativo obsoleto, infettato da bug e inefficienze strutturali, da obliterare in favore di un radicale «Hard Reset».
Eppure, dietro il fulgore futurista del «CEO-King» e della governance algoritmica, si annida il più fatale degli errori epistemologici: la pretesa di scambiare la mappa per il territorio.
Yarvin e i suoi sodali si autoproclamano iper-realisti, alfieri di una «pillola rossa» che svelerebbe la Verità Oggettiva celata dalle narrazioni democratiche. La loro premessa è dogmatica: il mondo obbedirebbe a leggi statiche e gerarchie ferree, e il disordine della polis non sarebbe che il frutto dell’insipienza delle masse.
È in questo iato che scatta la trappola. Il loro non è razionalismo critico, bensì un razionalismo costruttivista di matrice demiurgica. È l’eredità dell’Illuminismo radicale francese e non di quello scettico e prudente di marca scozzese convinto che la Ragione possa operare una tabula rasa della tradizione per ridisegnare il reale su un foglio bianco.
Al pari dei bolscevichi, persuasi di poter espungere l’imponderabile del mercato tramite il calcolo centralizzato, i neoreazionari sognano di espungere il dissenso per giungere alla politica perfetta. In entrambi i casi, siamo dinanzi a un pensiero magico travestito da ingegneria: la superstizione che l’irriducibile complessità dell’umano possa essere compressa, senza perdite, in un algoritmo di gestione.
Perché questa hybris è destinata al naufragio o, peggio, alla genesi di mostruosità? La risposta non risiede nei manuali di programmazione, ma nelle scienze della vita.
Come ci insegna l’epistemologia della complessità e la prospettiva dell’enattivismo (da Varela e Maturana a Ceruti), la realtà non è un oggetto inerte in attesa di essere «mappato» una volta per tutte. La conoscenza è un atto poietico: noi «facciamo emergere un mondo» (bring forth a world) nel momento stesso in cui lo abitiamo e lo attraversiamo.
Non esiste una «vista da nessun luogo», un punto d’osservazione arcangelo da cui un Sovrano o un’Intelligenza Artificiale possano discernere la totalità del tempo a venire. La pretesa neoreazionaria di congelare la società in una gerarchia ottimizzata è, in ultima istanza, un tentativo di arrestare il tempo. Ma in un sistema vivente, la stasi non è ordine: è morte. Se la conoscenza del reale fosse definitiva e totale, lo spazio per l’adattamento, l’evoluzione e l’imprevisto si annullerebbe. Il risultato non sarebbe un’utopia efficiente, ma un cimitero geometricamente perfetto.
In questo scenario emerge la grandezza vitale e spesso misconosciuta del liberalismo democratico. Esso non si fonda sull’illusione che «il popolo abbia sempre ragione», bensì sull’umiltà socratica e sulla lezione popperiana: nessuno possiede il monopolio della verità.
Poiché la realtà è un flusso incessante e imprevedibile, l’unica strategia di sopravvivenza è il fallibilismo. Il conflitto, il dibattito e la polifonia delle prospettive non sono concessioni etiche, ma necessità epistemiche. Il dissenso non è un bug che rallenta l’esecuzione del programma; è la feature fondamentale. È il sensore vitale che segnala l’errore, la deviazione, la necessità del mutamento. La cooperazione autentica fiorisce dalla risoluzione condivisa di problemi comuni, non dalla sottomissione a una soluzione calata dall’alto da un architetto supremo.
L’utopia di Thiel e Yarvin è un Palazzo di Cristallo: una struttura algida, trasparente, dove ogni traiettoria è predeterminata. È una costruzione esteticamente impeccabile, ma intrinsecamente fragile. È sufficiente un urto imprevisto perché l’intera impalcatura vada in frantumi. E, soprattutto, nel Palazzo di Cristallo regna l’asettica sterilità: nulla vi può nascere o germogliare.
La democrazia liberale somiglia invece a una Foresta. È un luogo disordinato, popolato di ombre e cacofonie, teatro di competizioni feroci. Ma è un sistema autopoietico, capace di rigenerarsi dalle proprie ceneri e di adattarsi a mutamenti che nessun ingegnere avrebbe mai potuto computare.
Oggi veniamo lusingati dall’invito a barattare la libertà della foresta con la sicurezza del palazzo. Ci dicono che la complessità è un nemico da domare. Il compito di un pensiero autenticamente libero è ricordare che quella complessità non è un intralcio al cammino: è l’habitat naturale della nostra umanità.

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