Che cosa dice davvero lo studio sulla mobilità sociale in Italia, e perché per la Capitanata la conseguenza è una sola
Il titolo che tre economisti (Paolo Acciari del Ministero dell’Economia, Alberto Polo della Bank of England, Giovanni Violante di Princeton) hanno scelto per il loro studio del 2022 è la frase attribuita a Galileo davanti all’Inquisizione: «e pure si muove». La scelta non è decorativa. La domanda a cui rispondono è se la società italiana sia davvero immobile, cristallizzata, un luogo dove chi nasce in basso resta in basso; la risposta, sorprendente per molti, è che qualcosa si muove, ma non ovunque e non allo stesso modo.
Per decenni non è esistito, in Italia, un modo affidabile per misurare la mobilità sociale tra generazioni usando i redditi veri. La ragione è banale e insieme decisiva: servono dati che colleghino genitori e figli e che, per entrambi, registrino il reddito. I sociologi avevano aggirato l’ostacolo studiando le professioni; altri economisti avevano lavorato sui cognomi, sfruttando il fatto che un cognome raro concentrato ai vertici del reddito segnala una società poco fluida. Nessuno aveva mai potuto seguire il reddito effettivo di quasi settecentomila coppie genitore-figlio.
Il colpo di genio degli autori è procedurale. In Italia, per ottenere le detrazioni sui figli a carico, un genitore deve indicare in dichiarazione il codice fiscale del figlio. Quel codice diventa il filo che permette di ricongiungere, nell’archivio delle dichiarazioni dei redditi, la generazione dei genitori (redditi del 1998, 1999, 2000) con quella dei figli quattordici anni dopo (2011, 2012, 2014). Il campione finale è di circa 650.000 coppie. È il primo studio su scala nazionale che usa redditi reali, non stimati.
Il risultato principale si riassume in una frase: un figlio nato da genitori sotto la mediana del reddito (dunque, in media, al 25º gradino su 100) arriva da adulto, in media, al 44º gradino. Sale, quindi; ma resta sotto la metà. Non è la paralisi totale che certa retorica descrive, e non è nemmeno una società che rimescola le carte a ogni generazione.
Un secondo numero rende la cosa concreta: la probabilità che un figlio nato nel quinto più povero della popolazione arrivi da adulto nel quinto più ricco è dell’11 per cento. Detto altrimenti, poco più di uno su dieci compie il salto lungo; gli altri nove restano più vicini al punto di partenza. Al vertice la persistenza è ancora più forte: un figlio di genitori nel decile più alto ha circa il 26 per cento di probabilità di restarci, quasi sette volte la probabilità che un figlio del decile più basso ci arrivi.
Vale la pena fermarsi su una scelta tecnica, perché spiega perché molte cifre che circolano sulla mobilità italiana sono fuorvianti. La misura più antica e diffusa è l’elasticità del reddito tra generazioni: risponde alla domanda di quanto del vantaggio economico dei genitori si trasmetta ai figli. Un’elasticità di 0,5, per fare un esempio, significa che uno scarto del 20 per cento nel reddito dei genitori si traduce in uno scarto del 10 per cento nel reddito dei figli. In Italia questa elasticità vale, nel complesso, 0,25: un numero apparentemente rassicurante.
Quel numero, però, è una media che non descrive nessuna famiglia reale. Gli autori mostrano che l’elasticità è vicina allo zero (0,04) per chi parte dal decimo più povero, mentre supera 0,32 per tutti gli altri. La trasmissione del vantaggio, insomma, quasi non esiste in fondo alla scala e diventa forte appena sopra. Due ragioni producono questa distorsione: il calcolo richiede il logaritmo del reddito, e obbliga quindi a scartare o a stimare i redditi nulli o negativi (con risultati sensibili alle assunzioni); la curva che lega reddito dei figli e reddito dei genitori è tutt’altro che una retta, quasi piatta in basso e ripida in alto. Un solo coefficiente riassume male una realtà così spezzata.
Il metodo per posizioni evita la trappola. Si ordina ciascuno da 0 a 100 nella propria generazione, e si osserva come la posizione del figlio dipenda da quella dei genitori. In Italia questa relazione è quasi perfettamente lineare (si incurva solo all’estremo superiore), e perciò una sola pendenza, pari a 0,22, la riassume davvero. Tradotta: due famiglie distanti dieci decili producono, una generazione dopo, figli mediamente distanti due decili; servono circa tre generazioni perché quel divario iniziale si annulli. Ragionare di gradini scalati, e non di percentuali di reddito, restituisce una fotografia molto più leggibile e onesta.
Collocata accanto agli altri paesi, l’Italia sta a metà strada: più mobile degli Stati Uniti, meno dei paesi scandinavi. Qui però si nasconde un’insidia. Confrontare le posizioni tra paesi con disuguaglianze diverse è fuorviante, perché in un paese più diseguale i gradini della scala sono più distanti e salirli conta di più. Quando gli autori adottano una misura che tiene conto di questo (la probabilità che il figlio guadagni almeno il 50 per cento in più del padre), il quadro cambia: l’Italia batte gli Stati Uniti soltanto nel terzo più povero della popolazione, e perde altrove. La mobilità italiana, insomma, protegge relativamente meglio chi parte dal basso, ma offre meno slancio a chi sta già nel mezzo.
La geografia pesa quasi tutto
La parte più forte del lavoro non è la media nazionale, ma la sua dispersione geografica. Le differenze tra le 110 province italiane sono enormi. Le province del Nord, e in particolare del Nord-Est (Veneto, Lombardia, Emilia-Romagna), mostrano una mobilità verso l’alto tre o quattro volte superiore a quella del Sud. Una scomposizione della varianza rivela che l’80 per cento della variazione tra province si spiega con la differenza tra le quattro macro-aree del paese; la geografia, qui, pesa quasi tutto.
Un esempio rende la scala del divario. A Milano un figlio di famiglia sotto la mediana raggiunge in media il 54º percentile; a Palermo, con lo stesso identico punto di partenza, si ferma al 38º. Sedici gradini di differenza, prodotti non dal merito delle famiglie ma dal luogo in cui i figli sono cresciuti. La provincia più mobile è Bolzano, la meno mobile Ragusa.
Conviene calare questi numeri su un territorio preciso, perché l’astrazione statistica nasconde quanto sia pesante il divario. Foggia occupa, nella classifica costruita dagli autori, esattamente l’ottantatreesima posizione su 110. L’indice di mobilità assoluta vale 0,399: un figlio di genitori sotto la mediana, cresciuto nel foggiano, raggiunge in media appena il 40º percentile, quattro gradini sotto la media nazionale, quattordici sotto Milano, ventitré sotto Bolzano. È importante capire che questa posizione è misurata nella distribuzione nazionale: quel ragazzo non viene confrontato con altri foggiani, ma con l’intero paese, e il ritardo si legge rispetto a tutti gli italiani.
La media, però, è la misura più indulgente. La misura più dura è la probabilità di risalire dal fondo alla vetta: a Foggia vale 0,063. Di cento bambini nati nel quinto più povero della provincia, poco più di sei arrivano da adulti nel quinto più ricco; a Bolzano sarebbero trentasette. La pendenza che lega la posizione dei figli a quella dei genitori (0,231) conferma il quadro: il punto di partenza familiare pesa molto, e la scala, per chi la deve salire, ha i gradini più alti e più radi. Foggia non è un’anomalia isolata, ma un caso tipico della fascia meridionale in cui lo studio la colloca.
Gli autori mettono a confronto la mobilità con quasi cinquanta indicatori locali: mercato del lavoro, criminalità, struttura demografica, istruzione, apertura economica, capitale sociale, e una serie molto dettagliata di misure sulla qualità delle scuole. Il risultato, dopo aver isolato i fattori davvero rilevanti, è chiaro: contano soprattutto le condizioni del mercato del lavoro locale, l’instabilità familiare, la qualità della scuola dell’infanzia e i punteggi degli studenti nei test.
Sulla scuola dell’infanzia vale la pena insistere, perché il risultato è meno ovvio di quanto sembri. Quando gli autori scompongono la qualità della scuola nei quattro livelli (infanzia, primaria, media, superiore) e li mettono in competizione tra loro nella stessa analisi, è la qualità del nido e della materna a emergere con l’associazione più forte; primaria, media e superiore quasi scompaiono. Colpisce perché si tratta dello stadio più precoce e meno selettivo, quello che precede la scuola vera e propria. Il dato si innesta su una lunga letteratura economica (il ragionamento è associato al nome di James Heckman) secondo cui il rendimento di un investimento educativo è tanto più alto quanto più presto arriva, perché agisce quando le capacità cognitive e non cognitive sono ancora plasmabili. La qualità della scuola dell’infanzia, inoltre, è una caratteristica del territorio, non della famiglia; e questo, come si vedrà tra poco, non è un dettaglio, perché colloca una delle leve più potenti della mobilità dentro ciò che una comunità può effettivamente costruire, e prima ancora che la scuola cominci.
Il capitale sociale merita una nota, perché il suo comportamento è istruttivo. Gli autori lo misurano con la donazione di sangue, il numero di associazioni non profit, la partecipazione al voto e un indice di autoefficacia, cioè la fiducia dei ragazzi nella propria capacità di raggiungere obiettivi. Guardato da solo, questo insieme è fortemente legato alla mobilità, e l’autoefficacia in particolare svetta. Nell’analisi che tiene insieme tutti i fattori, però, il capitale sociale perde significatività statistica; e basta togliere dal conto il mercato del lavoro perché torni a contare. La lettura degli autori è sobria: capitale sociale e mercato del lavoro funzionante viaggiano così appaiati che i dati non riescono a separarli, e non permettono di dire quale dei due muova l’altro.
Compare anche una versione tutta italiana della cosiddetta curva del Grande Gatsby, per cui più disuguaglianza significa meno mobilità. Il dettaglio interessante è quale disuguaglianza conti: la distanza tra ricchi e poveri (il rapporto tra il 90º e il 10º percentile) è fortemente significativa, mentre l’indice di Gini lo è meno; ed è la disuguaglianza dentro il 99 per cento della popolazione, non la semplice presenza di un vertice ricchissimo, a soffocare la mobilità. Da qui un paradosso apparente: la quota di reddito dell’1 per cento più ricco si correla positivamente alla mobilità, all’opposto di quanto accade negli Stati Uniti. Il meccanismo, una volta spiegato, è limpido. In Italia una quota alta del vertice segnala province dense di imprenditori e liberi professionisti, cioè di lavoro autonomo; la mobilità è più alta proprio per i figli degli autonomi (la loro probabilità di risalire dal fondo alla vetta è circa tripla). Un vertice ricco, qui, non è il sintomo di una casta chiusa, ma di un tessuto produttivo che solleva.
Tutto questo, però, resta correlazione. Le province mobili potrebbero semplicemente attrarre famiglie più attente ai figli, che investono di più nella loro crescita; in quel caso il merito del territorio sarebbe un’illusione statistica, e il vero motore sarebbero le persone che quel territorio raccoglie. Distinguere l’effetto del luogo dall’effetto di chi ci abita è il problema più duro dell’intera ricerca, e gli autori lo affrontano con la mossa metodologicamente più elegante del lavoro.
Il terremoto come prova
Sfruttano un evento che nessuna famiglia ha scelto: il terremoto dell’Irpinia del novembre 1980, magnitudo 6,9, che colpì Campania e Basilicata, causò quasi tremila morti e costrinse oltre centomila famiglie a lasciare le case distrutte. Tra i figli nati prima del 1980 nelle tre province più colpite (Salerno, Potenza, Avellino), alcuni hanno genitori che nel 1998 vivevano ancora lì (gli stayers), altri hanno genitori che nel frattempo si erano trasferiti altrove (i movers). Il ragionamento poggia su due assunzioni. La prima è che chi se ne andò lo fece a causa del sisma, e trova sostegno in un dato: nelle tre province terremotate il tasso di migrazione dei genitori è 0,074, contro lo 0,028 delle altre province delle stesse due regioni, uno scarto ampio e statisticamente netto. La seconda è che, a parità di posizione di reddito dei genitori, chi si spostò e chi rimase fosse, in sostanza, distribuito a caso.
I numeri raccontano il resto. I figli dei movers raggiungono in media la posizione 0,45. Il valore controfattuale, cioè la posizione che avrebbero raggiunto se le loro famiglie non avessero traslocato (calcolato sulla combinazione tra provincia di origine e posizione dei movers), è 0,39. I residenti delle province di destinazione, infine, arrivano a 0,54. Il confronto tra 0,45 e 0,39 isola l’effetto della provincia d’arrivo al netto della selezione; il confronto tra 0,54 e 0,45 misura invece quanto del vantaggio di una provincia dipenda da chi essa attrae. La conclusione, e questo è probabilmente il lascito più importante dello studio, è netta nella sua misura: circa metà dell’effetto-provincia dipende dalla selezione delle persone, e circa l’altra metà dalle condizioni socio-economiche locali. Il luogo, di per sé, muove il destino dei figli.
La forza di questa conclusione sta in ciò che falsifica. Toglie legittimità alla narrazione del puro abbandono esterno, secondo cui il ritardo di un territorio sarebbe tutto responsabilità di chi sta altrove; e toglie legittimità alla narrazione opposta, secondo cui il territorio sarebbe neutro e a fare la differenza sarebbero solo le persone. Circa la metà del divario è endogena al luogo, cioè prodotta e in principio modificabile dentro il luogo stesso. Gli autori restano prudenti, e fanno bene: si tratta di un solo evento, non si osserva l’anno esatto dei trasferimenti, l’evidenza è suggestiva più che definitiva. Ma è quanto di più vicino a una prova di causa i dati osservativi permettano di ottenere.
Lo studio consegna una notizia buona e una cattiva. La buona è che l’Italia, a livello nazionale, è meno paralizzata di quanto molte analisi sociologiche lasciassero credere. La cattiva è che questa media riassume due paesi diversi: un Nord-Est che assomiglia alla Scandinavia per abbondanza di opportunità, e un Sud dove le posizioni si tramandano quasi intatte tra le generazioni.
Rimane, sullo sfondo, un risultato che gli stessi autori definiscono sorprendente e che dovrebbe rendere prudenti tutti: anche a parità di reddito dei genitori, e anche dentro la stessa provincia, i destini dei figli restano straordinariamente diversi. Gran parte di ciò che decide la mobilità sfugge ancora ai dati. La società italiana, dunque, si muove; ma sapere esattamente perché alcuni salgano e altri no rimane, in larga parte, una domanda aperta.
Due fertilità per gli stessi ragazzi
Lo studio si ferma dove finiscono i numeri, e ammette con onestà che gran parte di ciò che separa chi sale da chi resta continua a sfuggirgli. La cronaca, certe volte, mostra ciò che le tabelle non catturano. La prima pagina de l’Attacco di oggi, 9 luglio 2026, ne offre un esempio, e conviene leggerlo con la stessa freddezza con cui gli autori leggono i loro percentili.
Il titolo che conta non è quello politico, ma quello di lato: «figli e nipoti dei boss», le aggressioni delle gang giovanili di Monte Sant’Angelo. Lasciamo alla giustizia i nomi e la presunzione d’innocenza; teniamo la struttura. Un clan è, tra le altre cose, un sistema che trasmette il proprio sapere di generazione in generazione senza dispersione. Quei ragazzi non ignorano nulla perché sono stati istruiti; il clan educa, e lo fa bene, a modo suo.
Questo rovescia la domanda dello studio. Ci si chiede perché la Capitanata non riesca a produrre risultati collettivi; la prima pagina risponde che qualcosa il territorio lo produce eccome, e con efficienza: riproduce se stesso. Ciò che qui si tramanda si tramanda benissimo. Il problema non è l’assenza di trasmissione, ma il tipo di trasmissione che funziona. Quei sei bambini su cento che a Foggia risalgono dal fondo alla vetta stanno dentro questo dato: non che manchi la trasmissione, ma che le catene efficienti puntino, troppo spesso, nella direzione sbagliata.
Serve allora una parola presa in prestito da due filosofi, Jonathan Wolff e Avner de-Shalit, e ripresa da Martha Nussbaum: alcuni beni, quando li possiedi, ne generano altri. Li chiamano funzionamenti fertili. L’appartenenza è il più fertile di tutti: da un legame nascono fiducia, protezione, sapere condiviso. La prima pagina mostra però una fertilità rovesciata; un’appartenenza (quella del clan) che genera, sì, ma genera chiusura, ostilità verso l’esterno e la riproduzione identica di sé. Il capitale sociale esiste, ed è densissimo; solo che tiene insieme il gruppo contro tutti gli altri, invece di costruire ponti verso il resto. Lo stesso studio da cui siamo partiti aveva registrato quel capitale come associato alla mobilità, salvo vederne il peso confondersi con quello del mercato del lavoro; qui se ne vede la faccia patologica, quella che di mobilità non ne produce affatto.
C’è un altro funzionamento fertile, e compete con questo sullo stesso terreno, sugli stessi ragazzi: l’istruzione. Se l’istruzione è ciò che genera oltre sé, allora è anche il punto in cui la riproduzione si può interrompere; la fertilità è, per definizione, ciò che produce qualcosa di diverso da ciò che l’ha generata. Un bambino educato bene non è programmato per ripetere la condizione da cui proviene; è messo nelle condizioni di eccederla. La scuola, quando funziona, è l’unico dispositivo che spezza la catena invece di saldarla.
Da qui la conseguenza che vorrei risultasse netta, perché va contro un certo modo consolatorio di parlarne. «Investiamo sui bambini» suona come frase gentile, un buon sentimento da fine convegno. Non è questo. L’investimento precoce non possiede un valore morale aggiuntivo; possiede lo status, molto più freddo, di unica leva disponibile. Non lo scegliamo perché è nobile, ma perché è l’unico punto in cui la riproduzione della condizione cede. Lo studio, del resto, lo aveva già isolato: tra i quattro livelli scolastici, è la scuola dell’infanzia a dominare, mentre primaria, media e superiore quasi scompaiono; e quel livello, a differenza del reddito della famiglia, è una caratteristica del territorio, qualcosa che una comunità può costruire da sé.
Le due gambe della tesi, a questo punto, sono entrambe di provenienza certa. La prima è che quella metà dell’effetto-provincia isolata dal terremoto è causale, prodotta dentro il luogo e perciò modificabile dentro il luogo. La seconda è che la leva più potente, dentro quel luogo, agisce nei primissimi anni. Metà del ritardo di Foggia, il ritardo che vale 0,399 di mobilità assoluta e 0,063 di probabilità di risalita, non è destino: è prodotto, e ciò che è prodotto si può disfare. La leva non è auspicata; è identificata.
Una leva, però, non si aziona da sola; la impugna qualcuno. Dire che la scuola per l’infanzia (per, non dell’: orientata al bambino, al suo servizio, non una scuola in miniatura) è il punto in cui la catena si spezza significa dire che a spezzarla è chi in quella scuola insegna, e che la sua formazione non è un dettaglio tecnico ma il vero collo di bottiglia. Chi prepara i maestri della prima infanzia decide, a monte di ogni finanziamento, se la leva avrà una presa. A Foggia questo luogo ha un nome: il corso di laurea in Scienze della Formazione Primaria, unico titolo che abiliti a insegnare nella scuola dell’infanzia e nella primaria, affiancato dalla triennale in Scienze dell’Educazione, che forma gli educatori dei servizi da zero a sei anni. Il territorio produce da sé i propri maestri. Ne discende una responsabilità che non ammette sconti: quel corso deve essere esigente, severo, selettivo, perché forma le persone a cui affideremo gli unici anni in cui la riproduzione della condizione si può ancora interrompere. Un maestro formato con indulgenza è una leva che scivola dalla mano.
Resta il nodo più crudele, che chiude il cerchio. La stessa incapacità amministrativa che genera l’arretratezza tende a dilapidare proprio le risorse destinate a curarla: è già accaduto che finanziamenti per servizi educativi ai piccolissimi andassero persi per l’incapacità di spenderli nei tempi. La malattia aggredisce la sua unica cura. Il che non è una ragione per rinunciare; è la ragione per cui la scuola per l’infanzia, e la formazione di chi vi insegnerà, vanno presidiate con un’ostinazione che di solito riserviamo ad altro.
La prima pagina, allora, mette in scena due fertilità che si contendono gli stessi ragazzi. Una funziona già, si tramanda per figli e nipoti, e non ha bisogno di noi per riprodursi. L’altra, il nido e l’educazione dei primi anni, è la sola che può generare qualcosa di diverso dal punto di partenza; e ha bisogno di essere finanziata, difesa, portata a termine, e affidata a chi sia stato formato per bene, perché da sola non si riproduce. Chi legge quel titolo e prova indignazione ha ragione a provarla; ma l’indignazione è un funzionamento sterile, non genera nulla oltre se stessa. La risposta che genera oltre sé sta, alla lettera, negli anni che vengono prima; nei tre, quattro, cinque anni di un bambino che ancora non sa di essere ottantatreesimo su centodieci.
Bibliografia
Paolo Acciari, Alberto Polo, Giovanni L. Violante, «And Yet It Moves: Intergenerational Mobility in Italy», American Economic Journal: Applied Economics, 14, 3, 2022, pp. 118-163. Lo studio da cui muove l’articolo: prima stima della mobilità intergenerazionale italiana su dati amministrativi delle dichiarazioni dei redditi.
Jonathan Wolff, Avner de-Shalit, Disadvantage, Oxford University Press, 2007. Origine dei concetti di «funzionamento fertile» e «svantaggio corrosivo».
Martha C. Nussbaum, Creating Capabilities: The Human Development Approach, Harvard University Press, 2011. Riprende i funzionamenti fertili dentro l’approccio delle capacità.
James J. Heckman, «Skill Formation and the Economics of Investing in Disadvantaged Children», Science, 312, 2006. Il rendimento più alto dell’investimento educativo precoce, richiamato nel testo.

Lascia un commento