Il gesuita della rivoluzione: fede, angoscia e terrore nel Lukács di Pellicani

Nel nostro percorso di analisi critica, torniamo a esaminare un’altra figura chiave attraverso la lente affilata di Luciano Pellicani e del suo saggio “Cattivi maestri della sinistra”. Dopo la precedente riflessione, oggi ci addentriamo in uno dei capitoli più densi e provocatori: “Lukacs: il gesuita della rivoluzione”.

L’obiettivo, come sempre, non è la semplice cronaca, ma una disamina approfondita delle tesi dell’autore per rinvigorirle e renderle strumento di una seria e, talvolta, spietata riflessione politica su ciò che è stata la sinistra comunista.

Prima di iniziare, un’annotazione metodologica in linea con le finalità di questo blog. La tesi di Pellicani è potente e, per chi come me la ritiene valida, estremamente persuasiva. È quindi fondamentale essere consapevoli del bias di conferma (in inglese, confirmation bias), la tendenza a cercare, interpretare e dare maggior credito alle informazioni che confermano le nostre convinzioni preesistenti. Affronteremo quindi l’analisi non come discepoli, ma come attenti lettori, presentando le argomentazioni di Pellicani nella loro interezza per poi trarne le dovute conclusioni.

Il Dilemma Morale: Scacciare Satana con Belzebù

Pellicani apre la sua analisi presentando un György Lukács ancora in bilico. In uno scritto della fine del 1918, Il bolscevismo come problema morale, il filosofo ungherese riconosce con lucidità il dilemma che attanaglia il socialismo. Da un lato, c’è la possibilità di cogliere l’attimo, realizzare il fine ultimo della rivoluzione e instaurare una società senza più lotta di classe. Per farlo, però, è necessario abbracciare gli strumenti del nemico: oppressione, dittatura, terrore. Significherebbe, come scrive Lukács, “scacciare Satana con Belzebù”.

Dall’altro lato, c’è la via della “vera democrazia”, un percorso di persuasione e attesa, rispettoso della volontà della maggioranza dell’umanità che, forse, non è ancora pronta per il nuovo ordine mondiale.

Inizialmente, Lukács sembra propendere per la seconda via, definendo la scelta bolscevica un “insolubile problema morale”, basata su un’ipotesi metafisica inaccettabile: che dal male possa nascere il bene.

La Conversione: dall’Angoscia Esistenziale alla Fede Comunista

Cosa trasforma un’ipotesi “inaccettabile” in una “certezza teorica” nel giro di poche settimane? Secondo Pellicani, la risposta non è politica, ma esistenziale. Per comprenderla, dobbiamo guardare all’uomo Lukács prima della sua adesione al comunismo.

Pellicani descrive un giovane intellettuale “assetato di assoluto”, tormentato da un’angoscia profonda e da pensieri suicidi, come testimonia il suo stesso

Diario. Lukács vive un disgusto viscerale per la società borghese, regno della volgarità, del compromesso e della “compiuta peccaminosità”. Pellicani definisce questo stato d’animo “orrore gnostico dell’esistente”: la percezione del mondo come un luogo “stregato, deformato e capovolto”, una prigione da cui evadere.

In questo deserto spirituale, segnato dalla “morte di Dio”, Lukács è, secondo la folgorante definizione di Pellicani, un“cattolico senza fede”. Egli aspira alla struttura, alla gerarchia ascetica e alla solidarietà morale della Chiesa medievale, ma non riesce a credere. La sua angoscia è la ricerca disperata di una “Damaskus”, una rivelazione capace di dare un senso alla sua vita.

La Rivoluzione d’Ottobre e la figura di Lenin appaiono come la risposta a questa attesa spasmodica. Il Partito Comunista diventa il surrogato funzionale della Chiesa, la nuova fede in grado di placare l’angoscia metafisica. Non si tratta di un’adesione politica, ma di una vera e propria conversione religiosa, una scommessa pascaliana.

Il Partito come Nuova Chiesa: Il Sacrificio dell’Intelletto

Una volta abbracciata la nuova fede, Lukács ne diventa il teologo. Il suo ruolo non è più quello di interrogarsi, ma di giustificare. Pellicani sottolinea come questa sottomissione diventi totale, fino al sacrificio della propria coscienza e del proprio intelletto. La divisa diventa:

Extra ecclesiam nulla salus (Fuori dalla Chiesa non c’è salvezza). Lukács stesso arriverà a dire: “right or wrong, my party” (giusto o sbagliato, è il mio partito).

Questo atteggiamento, che Pellicani paragona al motto gesuita Perinde ac cadaver (“obbedire come un cadavere”), è teorizzato a chiare lettere in Storia e coscienza di classe. La vera libertà, scrive Lukács, si realizza solo attraverso “la disciplina del Partito comunista” e “l’assorbimento incondizionato” della propria personalità nella volontà collettiva. L’individuo deve annullarsi, “suicidarsi come individuo”, per fondersi nel superorganismo morale del Partito e così salvarsi dalla corruzione del mondo borghese.

Le umilianti abiure e autocritiche che Lukács compirà di fronte all’Inquisizione staliniana non sono, in quest’ottica, atti di viltà per salvarsi la pelle, ma la coerente e tragica applicazione di questo principio: la fede nel Partito ha un valore superiore alla propria integrità intellettuale e morale.

La Gnosi Rivoluzionaria e la Legittimazione del Terrore

Se il Partito è la Chiesa, chi ne detiene il sapere? Pellicani evidenzia un paradosso centrale nel pensiero di Lukács: la “coscienza di classe” non appartiene alla classe operaia reale, spesso “infettata” dall’ideologia borghese, ma è un’istanza teorica di cui il Partito è l’unico portatore.

Il Partito non rappresenta la classe, la incarna. Diventa una sorta di Paracleto gnostico, un’entità in possesso di una conoscenza superiore e salvifica (una Gnosi), con la missione di difendere la purezza della dottrina da ogni deviazione ed eresia (l’opportunismo socialdemocratico).

Da queste premesse, la legittimazione del terrore diventa una conseguenza logica. Se il Partito detiene la Verità Assoluta sulla salvezza dell’umanità, e se la libertà borghese è solo “un principio corrotto e corruttore”, allora ogni mezzo per realizzare il fine è non solo lecito, ma necessario. Il Terrore, anche nelle sue forme più brutali, è il bisturi con cui estirpare il cancro della società borghese per creare il “Regno millenario della libertà”.

Secondo Luciano Pellicani, per cogliere la vera essenza, quasi una «dottrina segreta» , della mentalità rivoluzionaria di György Lukács, è indispensabile analizzare il suo ritratto letterario ne La montagna incantata di Thomas Mann. Pellicani sostiene che il personaggio dell’«orribile Naphta» — il gesuita che unisce un’implacabile logica scolastica a un fervore quasi religioso — sia la più spaventosa e veritiera rappresentazione del filosofo ungherese. L’ideologia di Naphta è infatti una miscela esplosiva che fonde un fine metafisico, la restaurazione del “Regno di Dio” , con i mezzi politici più brutali del suo tempo: la “dittatura del proletariato” e la “necessità del terrore” per la salvezza del mondo. Questa tesi non è una semplice congettura, ma si fonda su prove precise: la lunga conversazione che Mann ebbe con Lukács a Vienna prima di terminare il romanzo , la testimonianza dell’amico comune Ernst Bloch che ammise «Naphta assomiglia a Lukacs», e soprattutto la dinamica della reazione di Lukács stesso. Inizialmente, infatti, Lukács respinse con forza l’identificazione, definendo Naphta un esponente della “demagogia reazionaria”, un suo nemico ideologico. Pellicani interpreta questa negazione non come un disaccordo critico, ma come un classico esempio di “malafede” , un autoinganno necessario per non vedere la mostruosità della propria filosofia riflessa nello specchio della letteratura. La prova finale di questa lettura psicologica risiede, per Pellicani, nella tardiva e quasi riluttante confessione dello stesso Lukács, che in età avanzata ammise: «non si poteva contestare che Mann con Naphta intendeva ritrarre me».

Uno Specchio per la Sinistra

Il ritratto che Pellicani fa di Lukács è quello di una tragedia intellettuale e morale. Un “genio assoluto della morale” che, per placare un’insostenibile angoscia esistenziale, ha sacrificato la sua stessa coscienza sull’altare di una fede totalitaria.

Per noi, oggi, questa analisi è uno specchio impietoso. Ci costringe a chiederci: quanto di questo fideismo, di questa logica del “fine che giustifica i mezzi”, di questa concezione del Partito come depositario di una Verità assoluta, ha permeato la cultura della sinistra comunista, anche in Italia? Quanto la demonizzazione dell’avversario, visto non come portatore di un’idea diversa ma come “nemico di classe” o “agente della borghesia”, affonda le sue radici in questa matrice teologico-politica?

La lezione di Pellicani su Lukács è un monito potentissimo: quando la politica smette di essere un confronto razionale tra visioni del mondo e si trasforma in una guerra di religione secolare, il primo a morire è l’intelletto, seguito a ruota dalla morale.



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