Letture di Cattivi maestri della sinistra (Luciano Pellicani, Rubbettino 2017)
Capitolo 2: Togliatti, Partito Nuovo
«Creare un partito di nuovo tipo significa creare un partito comunista rompendo con l’organizzazione, l’ideologia e la tradizione socialdemocratica. Ma un partito comunista noi lo avevamo creato nel 1921, e per più di un ventennio avevamo lavorato e lottato per farlo avanzare sulla via del marxismo-leninismo».
Palmiro Togliatti, Problemi del movimento operaio internazionale, ER, Roma 1962, pp. 258-259 (per il XL anniversario della Rivoluzione d’Ottobre, 1957)
L’incipit del cap. 2 di Cattivi maestri della sinistra (Pellicani 2017) registra l’operazione del 1944 con franchezza chirurgica: «Palmiro Togliatti deve essere considerato il rifondatore del Pci non solo nel senso che, dopo la caduta della dittatura fascista, ne riorganizzò le truppe, ma anche, e soprattutto, perché lo rimodellò alla luce degli insuccessi della strategia della Terza Internazionale» (p. 31). Due movimenti distinti convivono nella formula. Il riassetto organizzativo (la riorganizzazione delle truppe nei mesi immediatamente successivi alla caduta di Mussolini) è il movimento di superficie, quello che Togliatti gestisce dal momento del rientro dall’esilio sovietico fino alla Costituente. Il rimodellamento strategico (la trasformazione del modello bolscevico del 1921 in un dispositivo capace di operare per la lunga durata nelle democrazie occidentali) è il movimento di profondità, quello che ridefinisce i criteri di efficacia rivoluzionaria nel momento in cui la rivoluzione bolscevica come modello esportabile ha esibito i suoi limiti europei. La citazione che Togliatti consegna in occasione del XL anniversario della Rivoluzione d’Ottobre, in epigrafe, registra a sua volta in modo diretto il punto: la frattura del 1944 è organizzativa, non ideologica. Il «Partito comunista» creato nel 1921 e la sua «via del marxismo-leninismo» restano intatti. Cambia il dispositivo che li realizza.
La svolta di Salerno e l’ibrido kautsko-leninista
Il Partito comunista italiano nasce nel gennaio 1921 dalla scissione del Partito socialista al congresso di Livorno, sul modello rigido che Lenin aveva consegnato al Comintern: élite di rivoluzionari di professione, disciplina di ferro, mito dell’Ottobre come orizzonte normativo dell’azione politica, internazionalismo come dottrina operativa cogente. Il «Partito di tipo nuovo», nella formula che lo stesso Togliatti userà retrospettivamente, è macchina concepita per il momento insurrezionale: avanguardia rivoluzionaria dell’imminente scontro frontale con lo Stato borghese, capace di muoversi in tempi di guerra civile europea, inadatta a operare in tempi di consolidamento democratico. Vent’anni di clandestinità sotto il fascismo accentuano i limiti operativi del modello. La direzione si chiude in piccoli gruppi separati dal Paese reale, l’ortodossia cominterniana si irrigidisce, la struttura di rivoluzionari professionali (cooptati e formati nelle scuole del partito a Mosca, a Parigi, in Spagna) opera come élite separata dalla società italiana, incapace di tradurre il proprio progetto in radicamento di massa. Rodolfo Mondolfo (1877-1976), socialista riformista bolognese, allievo di Antonio Labriola e voce maggiore del marxismo democratico italiano del primo Novecento, esule antifascista in Argentina dal 1939, aveva fissato nel suo bilancio della Rivoluzione russa il vizio originario del modello bolscevico: la pretesa di saltare la maturazione delle condizioni oggettive del superamento del capitalismo, immaginando il partito rivoluzionario come motore onnipotente capace di forzare il corso della storia. La rivoluzione bolscevica era stata «aborto storico» (R. Mondolfo, Studi sulla Rivoluzione russa, Morano, Napoli 1968, p. 25) non per gli esiti politici, ma per la premessa metodologica: il volontarismo dell’élite di rivoluzionari professionali contro la pazienza marxista classica della maturazione strutturale. Il «Partito di tipo nuovo» italiano, calco del modello bolscevico, ne aveva ereditato sia la struttura sia il vizio. La rifondazione del 1944 non disconosce il volontarismo originario, lo ridistribuisce: lo concentra nel segmento dirigente, la testa leninista che custodisce la strategia complessiva e l’obbiettivo finale, e lo dissimula nel segmento operativo, il corpo kautskiano di massa che opera nei tempi delle istituzioni democratiche italiane senza forzature insurrezionali. La pazienza marxista che a Mondolfo era mancata nel 1917 si presenta nel 1944 come superficie esibita; la testa leninista, però, continua a operare con la stessa logica volontaristica, che nel lungo periodo della guerra di posizione trova lo spazio di proiezione strategica che il momento insurrezionale del 1917 le aveva precluso.
I tre grandi modelli di partito di massa nei paesi europei dei primi quarant’anni del Novecento avevano costruito quanto al «Partito di tipo nuovo» era mancato. La Sozialdemokratische Partei Deutschlands di Bebel e Kautsky, alle elezioni del 1912, aveva ottenuto il primo posto al Reichstag con quattro milioni e trecentomila voti, costruendo un sistema capillare di organizzazioni collaterali (sindacati, cooperative, mutue, associazioni sportive e ricreative, movimenti femminili e giovanili) dentro cui il militante operaio viveva una vita parallela a quella della società borghese tedesca. Era radicamento di massa che il marxleninismo non aveva mai conosciuto. La SPD aveva pagato l’inserzione nel sistema con il ridimensionamento progressivo della pretesa rivoluzionaria, fino alla revisione bernsteiniana che aveva sostituito il mito del crollo del capitalismo con la prospettiva della trasformazione interna alla legalità democratica. Il Labour britannico, costruito a partire dal 1900 dal basso verso l’alto, dalle Trade Unions ai gruppi cooperativi al partito stesso, era invece pragmatico-sindacale per origine, anti-marxista per costituzione: un partito di massa che non si era mai posto il problema della rivoluzione, perché la sua spina dorsale era la rappresentanza degli interessi materiali del lavoro nelle istituzioni dello Stato di diritto. Il Parti socialiste francese, infine, aveva conosciuto a sua volta la frattura del 1920 al congresso di Tours, quando la maggioranza aveva aderito al Comintern dando vita al Parti communiste, lasciando alla minoranza socialdemocratica un partito ridotto e in difficoltà. La traiettoria francese è significativa: il movimento operaio aveva in sé entrambe le possibilità, leninista e socialdemocratica, e la divisione organica del 1920 aveva consegnato due partiti competitor che si sarebbero contesi per decenni il consenso operaio. Togliatti rientra in Italia nel marzo 1944 con questo quadro continentale chiaro. Il «Partito di tipo nuovo» del 1921 non aveva costruito né il radicamento di massa della SPD né l’efficacia istituzionale del Labour né il radicamento sindacale del PCF. Doveva costruire qualcosa di diverso da tutti e tre, e da se stesso.
La svolta di Salerno è il momento operativo della rifondazione. Nel marzo 1944, dopo la caduta del regime monarchico-fascista e l’occupazione alleata dell’Italia meridionale, Togliatti rientra dall’URSS con la decisione, presa a Mosca dopo lunghe consultazioni con Stalin e i quadri del Comintern, di partecipare al governo Badoglio insieme alle altre forze antifasciste. La decisione comporta la rinuncia tattica all’opposizione frontale al regime monarchico e al governo che ne sta emergendo, e il riconoscimento implicito del valore strategico della partecipazione antifascista ai gabinetti di unità nazionale. Una parte significativa della direzione interna del partito, in particolare l’ala settentrionale rappresentata da Pietro Secchia, è scettica: la rinuncia al pregiudiziale antimonarchico e all’opposizione al governo Badoglio appare cedimento al vecchio sistema politico. Togliatti tiene il punto. Per lui la svolta di Salerno non è cedimento ma riposizionamento: il partito comunista non rinuncia al suo orizzonte rivoluzionario, lo sposta dal breve al lungo periodo, accettando di operare attraverso le istituzioni della democrazia liberale italiana che si sta ricostruendo. Tre conseguenze immediate. La partecipazione ai governi di unità nazionale del 1944-1947 (Bonomi, Parri, De Gasperi I e II) trasforma il partito da forza extra-istituzionale a forza di governo. La partecipazione alla Costituente del 1946-1947 lo trasforma in forza costituente, con peso effettivo nella scrittura della Costituzione repubblicana. La rifondazione organizzativa attraverso i discorsi di Napoli, Roma, Firenze nel 1944-1945 lo trasforma da partito di quadri in partito di massa. I tre movimenti convergono. Il «Partito Nuovo» è la creatura strategica che rende possibile la convergenza.
A p. 33 del cap. 2, una formula icastica cattura la struttura della creatura: il «Partito Nuovo» è «un ibrido politico-ideologico: un corpo kautskiano (il partito di massa organizzato come una contro-società) con una testa leninista». L’ibrido bicipite è la chiave dell’intera operazione del 1944. Il corpo è la struttura kautskiana del partito di massa profondamente radicato nella società italiana del dopoguerra, con rete capillare di sezioni territoriali, presenza in fabbriche e scuole e sindacati e organizzazioni associative collaterali, capacità di organizzare la vita quotidiana del militante in una società alternativa a quella borghese. La testa è la dirigenza di rivoluzionari professionali educati al marxleninismo nelle scuole del Comintern, fedele all’obbiettivo finale del «socialismo scientifico» e custode dell’ortodossia ideologica. La struttura risultante non è semplice somma né compromesso fra le due, è dispositivo strategico nuovo. Pellicani lo registra come costruzione strategica: la struttura kautskiana del partito di massa, lungi dall’essere concessione al riformismo, si rivela strumento più efficace della struttura leninista pura per realizzare l’obbiettivo leninista nelle democrazie occidentali. La «guerra di posizione» gramsciana (Quaderni p. 1561) sostituisce la «guerra di movimento» bolscevica come strategia operativa. L’assedio metodico nel lungo periodo sostituisce il Blitzkrieg insurrezionale.
Il Partito Nuovo come contro-società messianica
Il discorso di Napoli dell’11 aprile 1944, che inaugura la rifondazione organizzativa, esibisce il corpo kautskiano nei suoi tratti operativi. Togliatti dichiara: «Dobbiamo essere un partito di massa, il quale ottenga dalla classe operaia le sue forze decisive, al quale si accostino gli elementi migliori delle classi contadine, un partito che attraverso gli iscritti diriga milioni di uomini» (Discorsi 1944-45, a cura del PCI, Roma 1945, p. 19). La formula si arricchisce nei discorsi fiorentini di pochi mesi dopo: il PCI deve diventare «un grande partito di massa e di popolo, capace di inquadrare tutte le energie progressive, gli intellettuali, i giovani, le donne; una grande organizzazione che avesse nelle proprie file gli elementi necessari per stabilire dei contatti con tutte le categorie del popolo e per dirigerle» (ivi, pp. 49 e 64). Le sezioni del partito non saranno cellule cospiratorie da bolscevichi, ma «centri di vita popolare» dove chiunque possa trovare una guida, un consiglio, un’occasione di socialità. L’iscrizione di centinaia di migliaia di operai, contadini, intellettuali, donne nelle sezioni del PCI nei primi mesi del 1944-1945 conferma l’efficacia dell’operazione organizzativa. Già a fine 1945 il partito conta oltre un milione e ottocentomila iscritti; nel 1947 supererà i due milioni. La SPD del 1912 raggiungeva il milione abbondante, in un Paese più popoloso e con una tradizione associativa operaia molto più consolidata.
Il dispositivo operativo che permette al corpo kautskiano di coesistere con la testa leninista è il centralismo democratico, ereditato in linea diretta dal «Partito di tipo nuovo» del 1921 e mai messo in discussione dopo la svolta di Salerno. Si tratta di principio organizzativo che Lenin aveva codificato nel Che fare? (1902) e perfezionato negli statuti del partito bolscevico fra il 1903 e il 1921. Lo statuto è bifronte: in fase deliberativa, le decisioni si prendono dopo discussione fra gli iscritti e i delegati ai congressi, con voto a maggioranza che produce la linea ufficiale del partito; in fase esecutiva, ogni iscritto è vincolato all’unità monolitica nell’attuazione della linea, indipendentemente dalla sua posizione personale, con divieto assoluto di costituire frazioni interne (la X risoluzione del Congresso bolscevico del 1921, sotto Lenin stesso, vieta esplicitamente le frazioni). Il dispositivo si dichiara democratico nell’una fase, esibisce il suo contenuto autoritario nell’altra. Sul piano delle scelte strategiche, opera attraverso un meccanismo di cooptazione verticale: la Direzione del partito predispone la linea, il Comitato centrale la ratifica, il Congresso del partito la approva, e poi il Congresso elegge il Comitato centrale che a sua volta nomina la Direzione. Il circolo è chiuso: chi delibera è chi nomina chi delibera. Lucio Colletti ne darà, in Intervista politico-filosofica (Laterza 1974, p. 12), la descrizione più tagliente: «non era il Congresso che eleggeva il Comitato centrale, ma il Comitato centrale che nominava il Congresso, non era il Comitato centrale che nominava la Direzione, ma la Direzione che nominava il Comitato centrale; non era la Direzione che eleggeva l’Ufficio politico, ma l’Ufficio politico che nominava Direzione». Le sezioni del «Partito Nuovo» sono democratiche verso l’esterno, gerarchiche verso l’interno; verso l’esterno costruiscono comunità di base, verso l’interno trasmettono la linea preconfezionata dalla testa leninista. La forma democratica della società civile italiana del dopoguerra non corrode la struttura del partito, ne è invece la cornice operativa.
Da questa configurazione discende la qualifica della «contro-società» che Pellicani applica al «Partito Nuovo» (cap. 2, p. 33). Il PCI non è partito che opera nella società italiana al pari degli altri partiti, è società alternativa che convive con quella italiana ufficiale e tende a sostituirla. Il termine «contro-società», di per sé sociologicamente neutro, acquista coefficiente messianico nel passaggio in cui Pellicani lega la fenomenologia organizzativa del PCI a un dispositivo categoriale più ampio. La cornice della religione politica gnostica, che Pellicani aveva sviluppato in La società dei giusti (ETAS 1995) e in Gramsci, Togliatti e il PCI (Armando 1990), legge la contro-società del «Partito Nuovo» come Ecclesia militans: avanguardia escatologica della società comunista a venire, dotata del «potere battesimale» di purificare uomini, idee, istituzioni dalle stimmate dello «spirito borghese». La cornice non si limita a descrivere, ricolloca: la dimensione messianica della struttura organizzativa diventa visibile come elemento strutturale del dispositivo, non come accidente psicologico dei militanti. La testa leninista del PCI non opera nella prospettiva del partito laburista britannico, organizzazione di interessi che cerca compromessi nelle istituzioni del proprio Stato; opera nella prospettiva dell’avanguardia rivoluzionaria che attende il momento storico del rovesciamento del capitalismo come «mondo rovesciato» (Pellicani 2017, p. 33), e che fino a quel momento costruisce la propria contro-società come anticipazione concreta della società giusta a venire.
Pellicani articola il dispositivo nella sua dimensione mitologica al passaggio cardinale di p. 34: «il primo si basava sul mito dell’imminenza (del crollo catastrofico del capitalismo a motivo delle sue insanabili contraddizioni interne), mentre il secondo si basava sul mito della presenza (della Unione Sovietica)». Il primo mito è quello che la SPD kautskiana aveva ereditato dall’ortodossia bernsteiniana, e che Bernstein stesso aveva ridimensionato: il capitalismo crollerà per le sue contraddizioni interne, la storia dispone della morte del capitalismo, il partito di massa attende e si organizza. Il secondo mito è quello specificamente leninista del «Partito Nuovo» togliattiano: l’Unione Sovietica esiste, la rivoluzione comunista non è progetto astratto ma fatto storico-geografico in atto, e il partito di massa italiano è collegato in modo organico al «legame di ferro con Mosca» che lo lega alla «patria del socialismo». Il PCI vive così su due miti che si alimentano reciprocamente: l’imminenza del crollo del capitalismo come prospettiva storica oggettiva, la presenza dell’URSS come garante terreno della prospettiva escatologica. Quando l’imminenza si dilata nel lungo periodo (i decenni passano e il crollo del capitalismo non arriva), la presenza dell’URSS diventa sempre più centrale come surrogato della rivoluzione promessa. Quando la presenza dell’URSS si incrina (rivelazioni di Krusciov del 1956, repressione ungherese del 1956), il partito si trova davanti al dilemma di fondo: rinunciare al primo mito o difendere il secondo. La storia successiva del PCI, nel dossier filologicamente conclamato del 1956-1958, dimostrerà che Togliatti scelse di difendere il secondo mito anche a costo di esposizione politica.
Lo stato di tensione fra le due nature dell’ibrido bicipite è la «doppiezza» che caratterizzerà la storia del PCI per l’intera durata della Prima Repubblica. La doppiezza non è vizio morale, non è tatticismo contingente. È la logica operativa stessa dell’ibrido kautsko-leninista: l’unico modo attraverso cui un partito di massa profondamente radicato nelle istituzioni democratiche italiane può continuare a operare, nel suo apparato dirigente, come avanguardia rivoluzionaria fedele all’obbiettivo finale del marxleninismo. Macaluso, nel suo Comunisti e riformisti (Feltrinelli 2013, p. 38), da testimone interno particolarmente autorevole, ha consegnato al dibattito italiano la fenomenologia stratificata del fenomeno. Per Togliatti la doppiezza era strategia consapevole, dispositivo di lungo periodo che permetteva al partito di operare nel sistema senza esserne assorbito. Per i quadri intermedi del partito era tattica contingente, gestione delle situazioni concrete in cui il partito si trovava di volta in volta a operare, con margini di adattamento alle condizioni locali. Per la base militante era promessa rivoluzionaria differita, fede attiva nella società comunista a venire che avrebbe ricompensato la disciplina presente. Tre livelli, una sola doppiezza. Il «Partito Nuovo» si reggeva sulla loro convergenza non dichiarata.
Bibliografia ragionata
Le fonti togliattiane di prima fondazione. I Discorsi 1944-45, raccolta originale curata dal PCI nel 1945, restituiscono il momento operativo della rifondazione organizzativa: il discorso di Napoli dell’11 aprile 1944 (p. 19) e gli interventi fiorentini dello stesso anno (pp. 49 e 64) consegnano lo statuto del partito di massa nei suoi tratti programmatici, prima ancora che la creatura prendesse la sua forma adulta. Problemi del movimento operaio internazionale (Editori Riuniti, Roma 1962) raccoglie invece la riflessione retrospettiva del Togliatti maturo: il passaggio sul XL anniversario della Rivoluzione d’Ottobre (pp. 258-259), scelto come epigrafe del pezzo, fornisce la chiave dichiarata della continuità ideologica sotto frattura organizzativa. I due volumi vanno letti insieme, con scarto cronologico di tredici anni, per cogliere il rapporto fra la decisione del 1944 e la sua razionalizzazione del 1957.
La cornice esegetica pellicaniana. Cattivi maestri della sinistra (Rubbettino, Soveria Mannelli 2017, collana Zonafranca n. 28) è il riferimento principale: il cap. 2 «Togliatti: la via italiana al totalitarismo» (pp. 31-51) articola due dispositivi argomentativi, il Partito Nuovo da un lato, la doppiezza con l’Ecclesia militans e la democrazia anomala dall’altro. I due lavori paralleli a cui Pellicani rinvia sistematicamente come quadri categoriali sono Gramsci, Togliatti e il PCI. Dal moderno principe al postcomunismo (Armando, Roma 1990), monografia precoce sul PCI di cui Cattivi maestri riprende l’asse interpretativo, e La società dei giusti. Parabola storica dello gnosticismo rivoluzionario (ETAS libri, Milano 1995), opera teorica maggiore che fonda la categoria di religione politica gnostica come dispositivo di lettura del comunismo nel suo complesso, oltre il caso italiano. Il rinvio al cantiere voegeliniano (E. Voegelin, Die politischen Religionen, Bermann-Fischer, Stoccolma 1939; tr. it. Le religioni politiche, Fazi, Roma 2004) chiude la cornice categoriale: il volume del 1939, scritto in esilio dopo l’Anschluss e dedicato alle religioni politiche secolari del Novecento, fornisce la matrice teorica primaria che Pellicani articolerà nel caso italiano cinquant’anni dopo.
Le pietre di paragone marxiste anti-leniniste. Karl Kautsky, La via al potere (Laterza, Roma-Bari 1979, ed. originale tedesca 1909), è il testo classico della socialdemocrazia maggioritaria della Seconda Internazionale: difesa del marxismo come dottrina rivoluzionaria contro la revisione bernsteiniana, ma rifiuto del modello insurrezionale leninista. È il «papa rosso» che Lenin avrebbe poi definito «traditore» nel suo La rivoluzione proletaria e il rinnegato Kautsky del 1918. Rodolfo Mondolfo, Studi sulla Rivoluzione russa (Morano, Napoli 1968), riprende dalla tradizione marxista italiana il giudizio sull’esperienza bolscevica come «aborto storico» (p. 25): forzatura volontaristica delle condizioni oggettive del superamento del capitalismo. Le due voci, lette insieme, fissano lo statuto della pietra di paragone marxista anti-leninista. Il dispositivo Mondolfo-Kautsky-Bernstein ne riceve articolazione esegetica più ampia.
Le testimonianze interne e gli osservatori marxisti critici. Lucio Colletti, Intervista politico-filosofica (Laterza, Roma-Bari 1974), consegna nella forma dell’autobiografia critica la descrizione più tagliente del centralismo democratico come dispositivo di cooptazione verticale (p. 12): testimonianza di un marxista interno alla tradizione di sinistra che esce dal PCI proprio sulla questione della struttura organizzativa, e che porta nella critica il taglio analitico della filosofia marxista classica. Emanuele Macaluso, Comunisti e riformisti. Togliatti, Berlinguer e il fallimento della sinistra italiana (Feltrinelli, Milano 2013), è la testimonianza interna a maggiore valore filologico per la storia del PCI: dirigente storico del partito, riformista di lungo corso, Macaluso ricostruisce dall’interno la fenomenologia tripartita della «doppiezza» (p. 38) come articolazione stratificata del dispositivo togliattiano. Le due voci, sebbene di gradiente diverso, hanno funzione comune nel pezzo: fanno parlare il PCI dal di dentro, attraverso testimoni che ne hanno conosciuto la struttura senza essere apologeti. La storia interna del partito non si riduce alle sue prese di posizione ufficiali.

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