Pellicani e i cattivi maestri della sinistra: Gramsci, Togliatti, Lukács, Sartre, Marcuse

Pellicani e la democrazia incompiuta italiana


1. Introduzione: perché (ri)leggere Cattivi maestri della sinistra

Pubblicato per la prima volta nel 2005 (Rubbettino), Cattivi maestri della sinistra. Gramsci, Togliatti, Lukács, Sartre e Marcuse è l’opera in cui Luciano Pellicani – sociologo, docente alla LUISS di Roma e firma di lungo corso de Il Foglio – distilla quarant’anni di ricerca su ideologie rivoluzionarie, totalitarismo e modernità. Il volume si apre con una Premessa («Le due sinistre») che ricostruisce la frattura genealogica dentro l’Illuminismo e prosegue con cinque ritratti polemici dedicati ai mentori del comunismo occidentale.

A mio avviso la produzione di Pellicani risulta oggi ancora più preziosa: nell’epoca dei populismi e delle post‑verità il suo invito al «coraggio dell’uso pubblico della ragione» suona come un promemoria civile.

Questo libro, in particolare, ci aiuta a capire perché la sinistra italiana continui a essere prigioniera di un’eredità ideologica tossica: i “cattivi maestri” – esaltatori del partito‑chiesa e della palingenesi violenta – hanno lasciato un sedimento culturale che paralizza tuttora l’identità riformista e la piena maturazione democratica del Paese.

2. Le due sinistre secondo Pellicani

“Spartani”“Ateniesi”
Rousseau, Mably, MorellyMontesquieu, Voltaire, Condorcet
Libertà degli antichi → virtù civica, terrore rigeneratoreLibertà dei moderni → diritti civili ed economici individuali, pluralismo
Partito‑chiesa, rivoluzione totalizzanteRiforme graduali, mercato regolato

Pellicani colloca l’origine del dualismo già nel cosiddetto “partito dei filosofi” illuminista. L’espressione, coniata in chiave polemica dagli avversari degli encyclopédistes fra il 1750 e il 1760, indicava la rete cosmopolita di salotti, logge massoniche ed editori che promuoveva riforme laiche e libertà di stampa. Da allora l’etichetta ha attraversato quattro fasi storiografiche:

  1. Atto d’accusa (1750‑1789) – pamphlettisti gesuiti e controriformisti la usarono per denunciare un complotto che avrebbe minato trono e altare.
  2. Vessillo identitario (anni 1760‑1780) – alcuni illuministi, specie i fisiocratici, la rivendicarono come emblema di un “partito della ragione”.
  3. Mitologia del complotto (1797) – Quando l’abbé Barruel pubblica i Mémoires pour servir à l’histoire du jacobinisme, racconta che dietro il Terrore cova un «partito dei filosofi» organizzato come setta massonica. È il momento in cui l’Illuminismo viene capovolto in complotto: un racconto sensazionalistico di fili invisibili che tirano le masse. Inserisco qui questo episodio perché la sua trama ritorna, mutatis mutandis, nelle moderne teorie del deep state statunitense e nella visione neoreazionaria della “Cattedrale” di Curtis Yarvin, oltre che nelle narrazioni della sinistra populista antiliberale. In entrambe le narrazioni il nemico è un’élite burocratico‑culturale onnipotente, capace di aggirare la volontà popolare: la stessa architettura immaginativa costruita da Barruel per dipingere i philosophes. Riannodare questi fili mostra come l’idea di un potere occulto sopravviva attraverso i secoli.
  4. Categoria analitica (dal 1880) – storici come Rocquain, Venturi, Darnton e Robertson lo usano per descrivere la ‘Repubblica delle Lettere’, pur precisando che non fu mai un vero partito politico.

Al suo interno, già nel Settecento, si manifestò la spaccatura tra “spartani” collettivisti (Rousseau, Mably, Morelly) e “ateniesi” borghesi individualisti (Montesquieu, Voltaire, Condorcet). Da questa faglia discendono le antinomie Girondini/Giacobini, Kautsky/Bernstein, Lenin/Martov. La contesa sopravvive, ma si “ritualizza” nell’agorà liberale, dove vige – almeno in teoria – l’«uso pubblico della ragione» come inteso da Kant.


3. Massimalisti e riformisti: la frattura italiana

Quando nel gennaio 1921 l’ala massimalista del Partito Socialista abbandonò il teatro Goldoni di Livorno per fondare il Partito Comunista d’Italia, la dicotomia Sparta/Atene smise di essere una disputa quasi esclusivamente intellettuale e si incarnò nella politica nazionale. Da quel momento – e per l’intera “Prima Repubblica” – l’immaginario spartano convive a fatica con il pragmatismo ateniese dei socialisti riformatori, generando una «democrazia bloccata».

  • Sparta a Roma. Il nuovo PCI, instradato da Mosca, si concepì come partito d’avanguardia: disciplina ferrea, mito dell’Ottobre, internazionalismo rivoluzionario. I finanziamenti clandestini del Cremlino rafforzarono la sua postura di «cittadella assediata».
  • Atene ai margini. I riformisti – da Turati a Nenni, fino alla “terza via” craxiana – tentarono di portare la sinistra dentro il perimetro liberale, puntando su gradualismo parlamentare e welfare. Il peso elettorale del PCI e la diffidenza atlantica li relegarono però a un ruolo ancillare.
  • La conventio ad excludendum. Per Washington e per l’establishment occidentale, un partito leninista al governo di una frontiera NATO era inaccettabile: nacque una prassi tacita che tenne il PCI fuori dall’esecutivo, irrigidendo l’intero sistema. I comunisti spartani sorvegliavano la piazza, gli ateniesi negoziavano riforme minime, la DC restava perno immobile.

In questo schema, la frattura settecentesca fra la Sparta del dovere collettivo e l’Atene della libertà borghese e individuale rinasceva all’ombra della Cortina di ferro. L’Italia restò così sospesa fra colpi d’ariete ideologici e finestre di riforma sempre troppo strette: una democrazia cresciuta, ma non matura.

4. Effetti di una “democrazia bloccata”

  1. Istituzioni irrigidite – Alternanza impedita, predominio DC (1948‑1994).
  2. Terrorismo politico – Anni di piombo, sequestro Moro (1978) come punto di non ritorno.
  3. Ritardo nelle riforme – Modernizzazione economica e amministrativa rimandate; escalation del debito pubblico.

L’assenza di un confronto fluido fra progressisti e conservatori rinforza i blocchi ideologici e alimenta derive eversive.


5. Perché partire da qui

  • Capire la crisi odierna: populismi, sfiducia nei partiti, welfare in affanno sono anche eredità di quella frattura.
  • Rilanciare l’“uso pubblico della ragione”: archiviare le nostalgie spartane e inaugurare, dentro la sinistra, un necessario esame di coscienza sul retaggio comunista e sulle responsabilità che quel passato ha avuto nel rallentare la piena maturazione democratica del Paese.
  • Assenza di un partito liberale di massa: la polarizzazione indotta dal blocco comunista ha impedito che attecchisse in Italia un’autonoma tradizione liberal‑popolare, lasciando scoperto il centro del terreno politico.
  • Crisi identitaria della sinistra: finché la vecchia classe dirigente di matrice comunista non affronterà un esame di coscienza – ammettendo la propria responsabilità nel blocco dell’alternanza e nell’esposizione della politica italiana a influenze esogene – la sinistra resterà priva di un’identità coerente e condivisa.


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