Gramsci: il Partito comunista come divinità. Una rilettura filologica di Pellicani

Letture di Cattivi maestri della sinistra (Luciano Pellicani, Rubbettino 2017)
Capitolo 1: Gramsci

«La rivoluzione proletaria è imposta e non proposta».

Antonio Gramsci, L’Ordine Nuovo, p. 27

Quando Luciano Pellicani apre nel 2017 i suoi Cattivi maestri della sinistra (Rubbettino, collana Zonafranca), affida al primo dei cinque ritratti capitolari il compito più scomodo della sua intera traiettoria: dimostrare filologicamente che la teoria gramsciana del moderno Principe come divinità non è estremizzazione retorica del vocabolario gramsciano, ma sua coerente conclusione strutturale. La Premessa («Le due sinistre», pp. 5-7) ha appena costruito la frattura genealogica entro l’Illuminismo fra i partigiani di Sparta (Rousseau, Mably, Morelly, Deschamps) e i partigiani di Atene (Montesquieu, Voltaire, Diderot, Condorcet, D’Alembert), sigillando la tesi che l’intera storia delle sinistre moderne è la guerra fra queste due famiglie. Il cap. 1 traduce operativamente quella frattura: «la Rivoluzione d’Ottobre irruppe sulla scena internazionale come una dichiarazione di guerra lanciata contro la civiltà liberale e tutte le sue istituzioni, dalla proprietà privata alla libertà individuale, dalla democrazia parlamentare alla laicità dello Stato» (p. 9). Gramsci, secondo Pellicani, non combatte la borghesia in astratto ma la civiltà liberale come tale.

Il dispositivo dimostrativo pellicaniano regge una stratificazione che troppo spesso resta implicita: ciò che si analizza è Pellicani che legge Gramsci, non Gramsci tout court. La stratificazione si scioglie in due strati distinti, che vanno tenuti separati per misurare con precisione la portata diagnostica del cap. 1. Il primo strato è la cornice categoriale che il cap. 1 stesso impiega in modo testuale ed esplicito, riconducibile a Rolf Sternberg, Le tre radici della politica, il Mulino, Bologna 2001 (citato da Pellicani p. 22 nota 44). Il secondo strato è la costellazione concettuale più ampia della religione politica novecentesca (Voegelin, Gentile), che Pellicani 2017 non convoca direttamente nel cap. 1 ma che il lettore contemporaneo richiama legittimamente come paratesto esegetico. La distinzione fra i due strati è onestà filologica primaria: senza dichiararla, il rischio è duplice, appiattire Gramsci sulla cornice o appiattire la cornice su Gramsci.

La rivoluzione come purificazione

Il primo paragrafo del cap. 1 (pp. 9-19) costruisce un dispositivo critico in tre movimenti che si sostengono a vicenda. Il primo è la pietra di paragone marxista anti-leninista, affidata a Karl Kautsky e a Rodolfo Mondolfo. Il secondo è il quadro biografico-intellettuale dell’adesione gramsciana al leninismo. Il terzo è la matrice del dispositivo della purificazione, leninista per genealogia immediata e gramsciana per interiorizzazione.

Pellicani parte dall’ortodossia kautskiana, ricordata con citazione netta del «Papa rosso»: la Spd era «un partito rivoluzionario, non già un partito che faceva le rivoluzioni» (Kautsky, La via al potere, Laterza, Bari 1969, p. 71; Pellicani p. 10). Kautsky aveva categoricamente escluso ogni forma di volontarismo: la rivoluzione non si provoca, si attende. Mondolfo, nei suoi Studi sulla Rivoluzione russa (Morano, Napoli 1968), porta la critica all’esperimento bolscevico in una formula severa che Pellicani p. 12 riprende per esteso: Lenin aveva «dimenticato l’insegnamento fondamentale contenuto nella teoria materialistica della storia, secondo il quale le condizioni oggettive del superamento del capitalismo si sarebbero presentate in maniera piena e compiuta solo quando lo sviluppo fosse stato maturo per la rivoluzione, cioè quando la formazione sociale avesse sviluppato la pienezza delle forze produttive, che essa era capace di dare» (Mondolfo, Studi, p. 28). La qualifica «aborto storico», con cui Pellicani p. 12 sigilla il giudizio sul bolscevismo, è formula propria del lettore-esegeta, non citazione mondolfiana: distinzione che vale la pena fissare, perché Mondolfo offre l’analisi e Pellicani la conclusione tagliente. Il sigillo è in Mondolfo p. 28: «marxismo e leninismo erano del tutto incompatibili». Per il marxismo, lo sviluppo maturo del capitalismo è condizione necessaria della maturità della coscienza socialista. Per il leninismo, la forza politica è onnipotente e le condizioni economiche sono materia duttile e malleabile.

Il leninismo, nella diagnosi pellicaniana che Mondolfo viene a sostenere, «si basava sul rovesciamento del rapporto dialettico fra struttura (economica) e sovrastruttura (politica). Con la conseguenza che non era la classe il soggetto protagonista della rivoluzione, bensì il Partito concepito come l’avanguardia cosciente che doveva costringere la società capitalistica a partorire la società socialista» (Pellicani p. 13). La nuova classe dominante che ne risulta è «la burocrazia dello Stato-Partito» (Mondolfo, Studi, p. 291; Pellicani p. 14, nota 14). Lo Stato-Partito designa la fusione fra apparato statale e apparato di partito che rende impossibile ogni distinzione fra dominio politico e direzione amministrativa. La paginazione mondolfiana è precisa: la p. 209, attestata altrove nel cap. 1 come fonte della lettera di Preobraženskij riportata a p. 19, riguarda altro materiale e non va confusa con il rinvio della formula Stato-Partito.

Su questa pietra di paragone si misura l’adesione di Gramsci. Pellicani la descrive senza eufemismi: «L’adesione di Gramsci all’ideologia totalitaria di Lenin fu così piena e totale, una vera e propria identificazione mistica» (p. 18). La formula identificazione mistica è conio pellicaniano, non gramsciano. Designa una specifica forma psicologica e teologica di adesione: non semplice affiliazione politica, ma incorporazione ontologica del proprio destino in quello dell’altro. Tre formule gramsciane fissano la natura mistica della cosa. La rivoluzione proletaria è «imposta e non proposta» (L’Ordine Nuovo, p. 27): l’avanguardia si misura per la sua capacità di imporre alla classe operaia il proprio progetto storico, non di proporlo. Aderire all’Internazionale comunista significa «aderire alla concezione dello Stato sovietìstico e ripudiare ogni residuo dell’ideologia democratica» (L’Ordine Nuovo, p. 20). La «militarizzazione del movimento operaio, con il conseguente passaggio dalla lotta di classe alla guerra di classe, era la grande lezione contenuta nella vittoriosa rivoluzione guidata da Lenin» (Pellicani p. 15). Tre formule diverse, una sola postura: la classe non delibera, l’avanguardia decide. La deliberazione collettiva, che la tradizione liberale ha posto a fondamento procedurale della democrazia, è strutturalmente sostituita dalla decisione di un soggetto qualificato dalla sua superiorità dottrinale. Le frequenti riprese contemporanee di Gramsci come pensatore della democrazia, ricorrenti nelle vulgate accademiche italiana e anglosassone, devono confrontarsi con questa pietra incancellabile: il Gramsci dell’Ordine Nuovo non è democratico in nessuna delle accezioni operative del termine, e la sua nozione di libertà non coincide con quella che la tradizione liberale ha trasmesso fino a noi.

La matrice della purificazione, leninista per genealogia immediata e gramsciana per interiorizzazione, va articolata come terzo movimento del dispositivo. Lenin la offre nei termini più crudi nel saggio Come organizzare l’emulazione: «ripulire il suolo della Russia di qualsiasi insetto nocivo, delle pulci: i furfanti; delle cimici: i ricchi, ecc.» (Lenin, Come organizzare l’emulazione, in Opere complete, vol. XXVI, p. 394; Pellicani p. 18, nota 35). Il vocabolario è quello dell’igiene sociale, e il dispositivo è leninista per genealogia immediata, medievale-millenarista per genealogia profonda. Gramsci interiorizza completamente: «umanità servile, abietta, umanità di sicari e lacchè (…) espellerla dal campo sociale, come si espelle una volta di locuste da un campo semidistrutto, col ferro e col fuoco (…) significa purificare l’ambiente sociale» (L’Ordine Nuovo, p. 61; Pellicani pp. 18-19, nota 36, corsivi nell’originale). Il sintagma volta di locuste è quello stampato nell’edizione Rubbettino 2017: il lettore moderno legge intuitivamente volata, ma la lettera del testo va preservata. La citazione è la base testuale della tesi pellicaniana che il paragrafo intende dimostrare: «la rivoluzione come sanguinaria purificazione della società corrotta dallo spirito borghese» (Pellicani p. 19, in corsivo). Lo sterminio dei kulaki sotto Stalin non è perversione del progetto originario ma sua logica conseguenza: «la creazione di un ordine sociale nel quale tutto ciò che sapeva di borghesia doveva essere estirpato. E ciò andava fatto con la massima spietatezza» (p. 19).

La concretizzazione storica del dispositivo è offerta da Pellicani p. 19 attraverso una lettera che Evgenij Preobraženskij, fra i massimi dirigenti del Partito bolscevico, scrisse da Mosca all’«Avanti!» rispondendo a Giacinto Menotti Serrati. Serrati aveva espresso dubbi sulla possibilità di conciliare la Nep con il comunismo. Preobraženskij rispose con vocabolario zoologico-predatorio: i nepman «sono individui che mirano ad approfittare della situazione per godere e arricchire (…) li nutriamo noi oggi, i nepman, come i patrizi facevano con le murene. Con questa differenza, che noi li nutriamo della stessa carne: lasciamo che si divorino reciprocamente: il più grosso mangia il più piccolo. Ma li conosciamo questi squali e la loro vita è nelle nostre mani: un bel giorno chiuderemo gli sbocchi e faremo una colossale retata. Sarà una nuova fase della rivoluzione» (Mondolfo, Studi, p. 209; Pellicani p. 19, nota 37). Lo schema della purificazione discende dal piano dottrinale al piano operativo: la concretezza della metafora predatoria non è retorica esornativa ma rivela il modus operandi.

Sulla pietra di paragone marxista anti-leninista così posta, Pellicani innesta il secondo movimento argomentativo: la tesi titolare del Partito-divinità. Pellicani convoca tre dispositivi sovrapposti: il messianismo giudaico-cristiano secolarizzato, la struttura della Chiesa medievale come modello organizzativo, il moderno Principe gramsciano come sostituto teologico-politico della divinità. La cornice categoriale che organizza il movimento è quella di Sternberg, esplicitamente riconducibile alla nota 44 di Pellicani p. 22. Sternberg distingue tre concezioni della politica: politica autoritaria come soppressione dei conflitti, politica liberale come regolamentazione dei conflitti, politica escatologica come redenzione dai conflitti. Il dispositivo gramsciano del Partito-divinità si situa, per Pellicani, nella terza casella: politica come redenzione, e dunque come attesa di una società senza conflitti che la Storia stessa avrebbe garantita per il tramite del soggetto rivoluzionario.

La pietra testuale di questo movimento è una citazione gramsciana centrale: «il socialismo è la religione che ammazzerà il cristianesimo. […] religione perché ha sostituito nelle coscienze al Dio trascendentale dei cattolici la fiducia nell’uomo e nelle sue energie migliori» (Gramsci, Sotto la Mole, Einaudi, Torino 1964, p. 228; Pellicani p. 23, nota 47). La fonte va situata: si tratta del Gramsci pre-carcerario, giornalista torinese su «Avanti!» e «Grido del Popolo» fra il 1916 e il 1920. Precisazione filologica importante per evitare la sovrapposizione di piani fra giornalismo militante e teoria politica del carcere che troppe esegesi gramsciane hanno consumato. Il Partito comunista è descritto da Gramsci come «la sola istituzione che possa seriamente raffrontarsi alle comunità religiose del cristianesimo primitivo» (L’Ordine Nuovo, p. 156; Pellicani p. 23, nota 46). La contrapposizione agostiniana fra «militanti della Città di Dio e militanti per la Città dell’Uomo» è ripresa esplicitamente da Gramsci, che la rovescia: la superiorità è dei militanti della Città dell’Uomo. Pellicani sigilla con conio proprio: «il comunismo era qualcosa di più di un movimento che intendeva emancipare le classi proletarie dallo sfruttamento capitalistico; era una rivoluzione metapolitica che si poneva come l’erede del messaggio di salvezza universale del millenarismo giudaico-cristiano» (p. 23, in corsivo). La rivoluzione metapolitica è categoria pellicaniana, non gramsciana. Designa una rivoluzione che agisce sui presupposti teologico-antropologici del quadro politico, non sulle decisioni politiche dentro quel quadro.

La cornice di Sternberg basta al cap. 1 per fondare la categoria. Resta tuttavia legittimo, per il lettore contemporaneo, situare la diagnosi pellicaniana nella costellazione più ampia della religione politica novecentesca, sviluppata da Eric Voegelin in Die politischen Religionen (Bermann-Fischer, Stoccolma 1939; tr. it. Le religioni politiche, Fazi 2004) e ripresa da Emilio Gentile in Le religioni della politica (Laterza 2001). La filiazione non è interna al cap. 1 di Pellicani 2017: Voegelin e Gentile non vi compaiono. Funziona come paratesto esegetico che il lettore richiama per cogliere come la cornice sternberghiana, all’altezza del 2017, sia compatibile con un canone più articolato che lega la trascendenza secolarizzata al totalitarismo novecentesco. La distinzione fra strato testuale (Sternberg) e strato esegetico (Voegelin, Gentile) va dichiarata.

Il pilastro testuale della tesi titolare del capitolo è una citazione lunga dei Quaderni del carcere (p. 1561) che Pellicani riporta a p. 25 con un’avvertenza filologica preziosa.

«il moderno Principe, sviluppandosi, sconvolge tutto il sistema di rapporti intellettuali e morali in quanto il suo sviluppo significa appunto che ogni atto viene concepito come utile o dannoso, come virtuoso o scellerato, solo in quanto ha come punto di riferimento il moderno Principe stesso e serve a incrementare il suo potere o a contrastarlo. Il Principe prende il posto, nelle coscienze, della divinità e dell’imperativo categorico, diventa la base di una completa laicizzazione di tutta la vita e di tutti i rapporti di costume».

Antonio Gramsci, Quaderni del carcere, p. 1561

I corsivi su divinità e imperativo categorico sono dichiarati esplicitamente da Pellicani in nota 55: «i corsivi sono i miei». La dichiarazione è codice filologico ineccepibile e svolge funzione architettonica di prima importanza. I due termini sono di Gramsci, ma l’enfasi che li solleva al rango di tesi pellicaniana è del lettore-esegeta. Sostituendo nelle coscienze contemporaneamente la divinità (cristiana) e l’imperativo categorico (kantiano), il moderno Principe gramsciano cancella simultaneamente le due principali matrici della morale moderna occidentale, sostituendole con un dispositivo di legittimazione totalitaria. Il pilastro è rinforzato dalla citazione che Pellicani p. 25 fa seguire: il moderno Principe dovrà esercitare una funzione «non solo totalitaria come concezione del mondo, ma totalitaria in quanto investirà tutta la società fin dalle sue più profonde radici» (Quaderni, p. 515; Pellicani p. 25, nota 56). Il totalitarismo gramsciano non si limita all’ambito della concezione del mondo: penetra le più profonde radici della società. Pellicani sigilla con un altro conio proprio: «Nei Quaderni il Partito comunista è il soggetto escatologico cui la Storia ha assegnato la missione di edificare la Città dell’Uomo sulle macerie della società borghese» (p. 25, in corsivo). Soggetto escatologico è categoria pellicaniana, costruita sulla base testuale gramsciana ma applicata al cuore della diagnosi della religione politica.

Il pilastro è completato da due riprese. La prima è leniniana: «la dottrina di Marx era onnipotente perché giusta» (Lenin, Due fonti e tre parti integranti del marxismo, in Opere complete, vol. XIX, p. 9; Pellicani p. 25, nota 52). Onnipotenza più giustizia: il dispositivo della religione politica novecentesca trova in Lenin la sua formula più nuda. La seconda è marxiana: il comunismo è «il risolto enigma della storia e si sa come tale» (Marx, Manoscritti economico-filosofici, in Opere complete, vol. III, p. 328; Pellicani p. 25, nota 54). Una dottrina che si presenta come risolto enigma della Storia non può tollerare smentite empiriche: la sua infallibilità è precondizione del suo dominio, non sua conseguenza.

Dalla guerra di movimento alla guerra di posizione

Il secondo paragrafo del capitolo (pp. 20-30) articola lo snodo strategico decisivo della parabola gramsciana. La Terza Internazionale era nata sull’ipotesi che il sistema capitalistico mondiale fosse entrato in una fase di disgregazione rapida, e che il compito dei partiti comunisti nazionali fosse accelerarla mobilitando le masse contro lo Stato borghese. L’ipotesi si rivelò falsa: «i capi del Comintern avevano sottovalutato le capacità di ripresa del capitalismo» (Pellicani p. 20). Lenin aveva tentato il Blitzkrieg, riuscendo solo perché in Russia c’era un vuoto di potere; in Europa, dove esisteva un blocco storico borghese sufficientemente coeso, l’assalto frontale era impraticabile. Le «aspettative catastrofico-palingenetiche» (formula pellicaniana p. 20) erano state smentite dal corso degli eventi.

Gramsci trovò la nuova strategia ripercorrendo a ritroso la storia della civiltà europea: «la vittoria del cristianesimo sulla cultura greco-romana» (p. 20). Una vittoria che era stata il risultato non dell’assalto militare alla Cittadella borghese (impossibile per i primi cristiani come per i comunisti del Novecento) ma della «conquista metodica, silenziosa, penetrante delle sovrastrutture ideologiche della società civile» (p. 21). I partiti comunisti, esattamente come i primi cristiani, dovevano sottrarre alla borghesia il sostegno diffuso delle classi subalterne attraverso l’occupazione progressiva delle istituzioni di produzione del consenso. Il latinismo pellicaniano manu militari segna il punto di rottura: «se non era possibile conquistare manu militari la Cittadella borghese, era possibile conquistarla adottando la strategia del logoramento del nemico» (p. 21). Il transito dalla guerra di movimento (assalto frontale) alla guerra di posizione (logoramento metodico) introduce nel dispositivo il concetto di egemonia.

Tre formule gramsciane formano il pilastro del dispositivo egemonico. Prima: «non è mai esistito uno Stato senza egemonia» (Quaderni, p. 1084). Seconda, la lotta fra due classi per il dominio è, nella sua sostanza ultima, «lotta fra due egemonie» (Quaderni, p. 1084). La precisazione testuale è importante: il soggetto della formula è «la lotta fra due classi per il dominio», non «la realtà storica» nel senso lasco; la presa di classe è dimensione che Gramsci e Pellicani conservano integra. Terza: «un principio egemonico (etico-politico) trionfa dopo aver vinto un altro principio egemonico» (Quaderni, p. 1236). L’ordine sociale è prima di tutto fenomeno culturale: istituzionalizzazione di un determinato modello di vita collettiva con le sue norme e i suoi valori cardinali. Una classe che intenda conquistare il potere ha da essere prima egemone (capace di esercitare una direzione intellettuale e morale) e poi dominante (in grado di esercitare il comando coercitivo). Non basta dunque per il moderno Principe alimentare lo «spirito di scissione»; deve produrre, modificando step by step il «senso comune», una generale adesione al nuovo tipo di civiltà implicito nella filosofia di Marx, e diventare «la forza motrice di una espansione universale, di uno sviluppo di tutte le energie nazionali» (Quaderni, p. 245; Pellicani p. 22).

Il paradosso strategico è esibito dalla nota 43 di Pellicani p. 22 con limpidezza disarmante: «la strategia gramsciana della “guerra di posizione” è praticabile solo nel quadro delle istituzioni della democrazia liberale. Essa, in definitiva, consiste nel metodico sfruttamento delle “libertà borghesi” per eliminare il dominio della borghesia». Mentre Lenin teorizzava la conquista della società tramite la conquista violenta dello Stato, Gramsci propone il procedimento inverso: la conquista dello Stato attraverso l’occupazione pacifica delle istituzioni della società civile (scuole, università, mezzi di comunicazione di massa, sindacati). La civiltà liberale è insieme bersaglio e condizione di possibilità della strategia che la mira al cuore. Letta da fuori, è la negazione hayekiana per eccellenza della catallassi come ordine spontaneo: la guerra di posizione è progetto di conversione di un cosmos in taxis, di un ordine emergente in un ordine pianificato dall’alto da un’avanguardia di intellettuali organici.

«Siamo di fronte alla più franca e inequivocabile teorizzazione della natura totalitaria del Partito comunista che sia stata mai concepita» (Pellicani p. 26). La sigillatura tonale della pagina 26 va riportata per intero: il giudizio di Pellicani sul Partito gramsciano non ammette graduazioni, e sopprimerla nell’esposizione attenuerebbe la portata polemica del referto. Il moderno Principe, «proprio a motivo della natura escatologica del piano gramsciano di ri-fondazione totale e globale della società centrato sull’ideale della Unità», assume i tratti diacritici della Chiesa medievale: «il focolare della fede» e «il depositario della dottrina» (L’Ordine Nuovo, p. 11; Pellicani p. 27, nota 61), «disciplina di ferro» (L’Ordine Nuovo, p. 355; Pellicani p. 27, nota 64). Il Partito è chiesa militante, e la sua chiesa militante richiede la massima coesione interna. Il latinismo pellicaniano ab imis (dalle fondamenta) compatta la totalità della rifondazione: «tutto deve essere ri-formato ab imis» (p. 26). La formula gramsciana «tutto è politica» (Quaderni p. 886; Pellicani p. 26, nota 57) ne è la versione testuale, e va compresa nel suo significato pieno: nulla resta fuori dal raggio d’azione del Partito, perché nulla è privo di rilevanza politica.

Il dispositivo della Chiesa medievale gramsciana opera attraverso due leve solidali: la purezza ideologica e l’unanimità. Pellicani p. 27 le presenta in successione: il moderno Principe «può fare solo se mantiene la sua purezza ideologica basata sul principio dell’unanimità» (corsivi nell’originale). La «purificazione del senso comune» è ricondotta da Pellicani alla nota 62 a Diego Fusaro, Antonio Gramsci, Feltrinelli, Milano 2015, p. 112: il riferimento è significativo, perché segna la metabolizzazione del dispositivo gramsciano oltre il canone pellicaniano stesso. La centralità del principio dell’unanimità è illustrata da una citazione gramsciana lunga, riportata da Pellicani p. 27 dalla Storia del Partito comunista italiano di Paolo Spriano (vol. I, Da Bordiga a Gramsci, Einaudi, Torino 1967, p. 294): «Una delle manifestazioni a cui l’Esecutivo (del Comintern) più tiene è che nella votazione ci sia sempre l’unanimità. Non è una semplice questione formale. Data l’esperienza della Riv. Russa risulta che l’assenza di unanimità nelle grandi votazioni pubbliche determinano atteggiamenti speciali in mezzo alle grandi masse: gli avversari politici si polarizzano verso la minoranza, ne allargano e generalizzano la posizione (…). Un atteggiamento difensivo contro tali manovre è l’unanimità nelle votazioni, che dinanzi al pubblico appare come un raggiunto accordo e come prova dell’unità più franca». La diga ideologica dell’unanimità non è formalismo procedurale: è dispositivo strategico contro le polarizzazioni che la presenza di una minoranza interna al Partito produrrebbe. La testimonianza testuale rivela la consapevolezza gramsciana del problema disciplinare e la sua soluzione monolitica.

Il pilastro testuale dell’apparato organizzativo è una citazione integrale dell’Ordine Nuovo p. 121, riportata da Pellicani p. 17 nota 28: «l’esistenza di un Partito comunista coeso e fortemente disciplinato, che attraverso i suoi nuclei di fabbrica, di sindacato, di cooperativa coordini e accentri nel suo Comitato esecutivo centrale tutta l’azione rivoluzionaria del proletariato, è condizione fondamentale e indispensabile per tentare qualsiasi esperimento di Soviet». La struttura cellulare gramsciana, articolata per nuclei territoriali e funzionali subordinati a un Comitato esecutivo centrale, è la traduzione organizzativa del centralismo democratico leninista. Pellicani rileva, citando direttamente Gramsci, che la «politica totalitaria» secondo Gramsci stesso si articola in due forme distinte (Quaderni, p. 800; Pellicani p. 26, nota 58): «di destra (regressivo) e di sinistra (naturalmente progressivo)». Il primo è «assorbimento delle volontà individuali nella volontà collettiva, annichilimento del pluralismo istituzionale» con segno reazionario, il secondo è la stessa cosa con segno rivoluzionario. La distinzione gramsciana è importante perché mostra che Gramsci sapeva di essere totalitario, anche se chiamava «progressivo» il suo totalitarismo. Pellicani non concede sconti: il totalitarismo «di sinistra» è totalitarismo, e la qualifica «progressivo» non ne riduce la struttura.

La conclusione del capitolo arriva in volata sulla p. 30 con la formula pellicaniana titolare. Il fondamento testuale è la dialettica intellettuali-massa, base teorica gramsciana che Pellicani cita da Quaderni, p. 1386 (nota 70 di Pellicani p. 29): «il processo di sviluppo è legato alla dialettica intellettuali-massa». La classe operaia «cessa di essere un sacco di patate, un indistinto generico, un conglomerato amorfo di individui senza idee, senza volontà, senza indirizzo unificato» (L’Ordine Nuovo, p. 4; Pellicani p. 29, nota 74) solo quando il Partito le imprime forma. Non è la classe che crea il Partito, ma il Partito che crea la classe alla luce della dottrina escatologica di cui si è autoproclamato unico ed esclusivo custode carismatico. La teoria gramsciana dell’egemonia del moderno Principe risulta essere «la legittimazione della dittatura totalitaria degli intellettuali sulle masse lavoratrici» (Pellicani p. 30, in corsivo). La forma femminile lavoratrici è esatta nel testo di Pellicani 2017, e va preservata: riprende l’uso tradizionale dell’italiano socialista del Novecento, in cui le masse lavoratrici designano il collettivo concreto contrapposto all’élite intellettuale che ne pretende la guida. Pellicani sigilla con tono lapidario: «Il che è, esattamente, ciò che, puntualmente, è emerso ovunque il marxleninismo si è fatto Stato» (p. 30).

La nota 75 a p. 30 non è semplice rinvio bibliografico ma argomentazione articolata. Pellicani ricorda che alcuni studiosi hanno tentato di distinguere il centralismo gramsciano dal centralismo leninista, basandosi sulla differenza fra «centralismo organico» e «centralismo burocratico» nei Quaderni pp. 1634-35. Pellicani concede che Gramsci «avvertì il pericolo che il Partito rivoluzionario potesse essere colpito dal “cancro burocratico”» (formula gramsciana attestata, n. 75) ma respinge la conclusione esonerativa: Gramsci «non accettò l’unico metodo per scongiurarlo: la sostituzione della logica monopolistica con la logica pluralistico-competitiva». La pietra di paragone è interna al marxismo rivoluzionario democratico, non esterna: Rosa Luxemburg, Problemi di organizzazione della socialdemocrazia russa (in Scritti politici, Editori Riuniti 1970, p. 232). Vent’anni prima di Gramsci, Luxemburg vide che il centralismo leninista era «il mezzo più facile e sicuro per consegnare un movimento operaio ancora giovane alla brama di potere degli intellettuali». Marxista rivoluzionaria intransigente, aveva diagnosticato esattamente il dispositivo che Pellicani 2017 dimostra in sede di esegesi gramsciana. Gramsci avrebbe potuto leggere Luxemburg, in linea di principio, e tirarne le conseguenze; non lo ha fatto.

La tesi pellicaniana è qui filologicamente fondata. Una distinzione filologica resta tuttavia da sciogliere. Il dispositivo categoriale che organizza la lettura, cioè la cornice della religione politica gnostica, è di Pellicani, non di Gramsci. Termini come «partito-chiesa», «Ecclesia militans», «Paracleto gnostico», «soggetto escatologico», «archetipo giudaico-cristiano secolarizzato», «messianismo rivoluzionario» appartengono al lessico pellicaniano sviluppato in La società dei giusti (ETAS 1995) e in Gramsci, Togliatti e il PCI (Armando 1990), non al magistero gramsciano testuale. Gramsci fornisce le tessere lessicali (Città dell’Uomo, focolare della fede, moderno Principe come divinità, tutto è politica, sacco di patate, élite di intellettuali); Pellicani le organizza nella cornice della religione politica gnostica con il sostegno categoriale di Sternberg. La stratificazione non è difetto, ma forza esegetica specifica: organizza frammenti gramsciani sparsi in un dispositivo coerente che Gramsci stesso non ha mai presentato in forma sistematica. Solo un’esegesi che dichiari la stratificazione può misurare, contro la lettera, la portata diagnostica delle categorie applicate.

Un nodo, però, la lettura contemporanea non può aggirare. Il dispositivo gramsciano della guerra di posizione è oggi rivendicato dalle controculture anti-egemoniche dei campus anglosassoni come arma diagnostica contro l’egemonia liberale, in chiave inversa rispetto a quella che il volume pellicaniano denuncia. La «marcia attraverso le istituzioni» (Marsch durch die Institutionen), formulata negli anni Sessanta da Rudi Dutschke e dalla Sozialistischer Deutscher Studentenbund nel solco gramsciano, è stata metabolizzata nei decenni successivi dalle teorie critiche della razza, del genere e dell’orientamento sessuale, e attraverso queste è diventata paradigma operativo di settori importanti delle università anglosassoni, dei dipartimenti di risorse umane delle grandi corporazioni, di larga parte degli apparati editoriali e mediatici. La guerra di movimento è abbandonata; la guerra di posizione è cifra organizzativa della nuova egemonia. Le sue avanguardie non sono più il Partito comunista coeso e fortemente disciplinato di gramsciana memoria, ma reti accademiche, ONG, fondazioni filantropiche, consulenze DEI: la struttura cellulare resta, il centro carismatico è dissolto in una galassia di nodi di produzione del consenso che operano in modo decentralizzato.

La dialettica intellettuali-massa che Pellicani 2017 denuncia come dispositivo totalitario nella sua forma marxista-leninista illumina, oggi, come una nuova élite di intellettuali abbia costruito la sua egemonia metodica nelle sovrastrutture ideologiche della società civile senza mai vincere un’elezione popolare. Il paradosso strategico esibito dalla nota 43 di Pellicani p. 22 («la strategia gramsciana è praticabile solo nel quadro delle istituzioni della democrazia liberale, e consiste nel metodico sfruttamento delle “libertà borghesi” per eliminare il dominio della borghesia») rimane il referto diagnostico più lucido che si possa offrire alla nostra contemporaneità. Misurato sul compromesso fallibilistico del riformismo socialdemocratico popperiano, sulla catallassi come ordine spontaneo che la guerra di posizione rovescia in taxis, sulla parrhēsía come franco parlare democratico che l’unanimità ideologica strutturalmente nega, il dispositivo è impraticabile in quanto teoria normativa per chi prenda sul serio la società aperta. Resta tuttavia disponibile come strumento diagnostico per chi voglia capire la propria epoca: Gramsci letto contro Gramsci, con Gramsci.

Non è la borghesia che lo rovescia. È la pietra di paragone luxemburghiana, interna al marxismo rivoluzionario democratico, che lo accompagna in basso. Il centralismo leninista era già, vent’anni prima della stagione gramsciana del carcere, «il mezzo più facile e sicuro per consegnare un movimento operaio ancora giovane alla brama di potere degli intellettuali». La denuncia non è uscita dal canone marxista. Pellicani, quando la riprende a chiusura del cap. 1 nel 2017, sta onorando una tradizione che Gramsci, fino in fondo, non ha voluto raccogliere.

Bibliografia

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