L’odierna crisi della democrazia liberale non si consuma esclusivamente entro il perimetro delle cancellerie o sui teatri bellici; essa si manifesta, con pari e insidiosa virulenza, nelle aule scolastiche e tra le pieghe dei manuali di storia. Qualora il rigore della ricostruzione documentaria abdichi in favore della parzialità ideologica, il nocumento che ne deriva non è meramente culturale, ma strutturale. Si assiste a un sistematico sabotaggio della capacità delle future generazioni di abitare lo Stato di diritto, inteso qui come spazio vitale e normativo.
La subordinazione del fatto alla narrazione, ci porta dritti a due paradigmatici episodi che tracciano il perimetro di tale deriva, evidenziando come la distorsione del lessico possa alterare radicalmente la percezione della sovranità internazionale. Il primo caso, di notevole gravità storiografica, concerne la casa editrice Zanichelli, indotta a emendare d’urgenza il manuale “La storia – Progettare il futuro” (firmato da Alessandro Barbero, Chiara Frugoni e Carla Sclarandis). L’intervento si è reso necessario a seguito dei rilievi sollevati dal giurista Emanuele Calò il 27 gennaio 2026.
Il testo, in un passaggio dedicato al conflitto mediorientale, designava le vittime dell’eccidio del 7 ottobre 2023 come “coloni” e l’area dell’offensiva (specificamente i kibbutz e il perimetro del festival Nova) come “insediamenti”. Tale formulazione operava una duplice distorsione, geografica e giuridica: l’evento è occorso entro i confini dello Stato di Israele internazionalmente riconosciuti. L’uso improprio del termine “colono” non costituisce una semplice svista, ma una parzialità terminologica che declassa il diritto alla sicurezza di una popolazione a questione politica disputabile, trasformando il civile in una categoria ideologica.
Il secondo fronte pertiene alla Crimea e alle esternazioni dello stesso Barbero: “La Crimea è in Russia, è sempre stata russa”, durante un evento al PalaAsti di Torino il 29 gennaio 2026, con Angelo d’Orsi che rincara: “È sempre stata russa la Crimea”. Lo storico, quindi, tende a presentare l’annessione russa del 2014 come un evento “storicamente consolidato”, evocando una presunta pertinenza ancestrale russa, relativizzando, di fatto, l’oggettiva violazione dell’integrità territoriale ucraina. Tale impostazione poggia su una visione dove la profondità storica, spesso soggettiva, pretende di prevalere sulla norma cogente. In entrambi i casi, la strategia appare speculare: il risultato è una storia usata in modo tale da finire per scardinare, sul piano percettivo, i pilastri del diritto internazionale, degradando la sovranità a opinione.
Un caso analogo si è verificato di recente in Francia, dove Hachette ha ritirato migliaia di manuali scolastici per inesattezze storiche sugli stessi eventi, dopo una presa di posizione pubblica del presidente Emmanuel Macron. Alcuni manuali e sussidi per il baccalauréat (e anche altri testi scolastici) pubblicati da Hachette descrivevano le vittime del 7 ottobre come “oltre 1.200 coloni ebrei” uccisi in una serie di attacchi di Hamas, presentando poi la reazione israeliana come semplice “rafforzamento dell’embargo economico” e “invasione” che avrebbe causato la crisi umanitaria, senza chiarire in modo adeguato la natura terroristica dell’attacco e il fatto che le vittime fossero civili all’interno dei confini internazionalmente riconosciuti di Israele.
L’uso di quell’espressione e l’impostazione del passaggio sono stati denunciati dalla LICRA (Lega Internazionale Contro il Razzismo e l’Antisemitismo) come una deriva “confusionaria e negazionista” e hanno suscitato la reazione indignata di Emmanuel Macron, che ha definito “intollerabile” un manuale “che falsifica i fatti” e ha chiesto misure al governo. Hachette ha quindi annunciato il ritiro immediato dei volumi incriminati, tre testi scolastici di preparazione al baccalauréat della collana “Objectif Bac Terminale” e, successivamente, anche un dizionario destinato alle scuole medie, disponendo il richiamo delle copie già distribuite e persino la distruzione dei lotti stampati, scusandosi pubblicamente e avviando una verifica interna sui contenuti.
La questione è quindi anche, e forse soprattutto educativa e pedagogica: sostituire il paradigma che impone la ricerca della verità nei dettagli documentali, con un “pacchetto ideologico” preconfezionato genera sistemi cognitivi labili. Quando un manuale fallisce nel distinguere un confine riconosciuto da un insediamento compromette la facoltà di discernimento dello studente.
Un cittadino educato alla Filologia è “antifragile”. La filologia non è solo studio dei testi, ma amore per il Lógos, per la parola esatta che mette ordine nel caos. Il dissenso e la complessità non minano l’integrità di tale cittadino, ma la corroborano. Viceversa, l’istruzione ideologizzata plasma sudditi inabili a gestire l’incertezza, prigionieri del binarismo schmittiano “amico/nemico”, dove l’altro non è un interlocutore ma un avversario da delegittimare. La cognizione non è una computazione astratta, ma un’azione incarnata. Veicolare categorie linguistiche corrotte, come definire “colono” chi abita entro confini legittimi, altera la struttura stessa dell’agire politico. Le nostre deliberazioni sono orientate da risposte emotive correlate a determinati concetti. Se il termine “confine” viene sistematicamente dissociato dalla sua funzione di garanzia giuridica e accostato all’idea di “sopruso”, la democrazia smarrisce la propria base psicologica e cognitiva di stabilità democratica. Il cittadino di domani non scorgerà nel diritto un baluardo, ma un impedimento, favorendo la transizione verso derive autocratiche dove la forza sostituisce la norma.
La sfida contemporanea esige un ripristino del rigore terminologico inteso quale supremo atto di resistenza. L’ammissione di errore da parte di Zanichelli segna una vittoria del metodo sulla narrazione. Tuttavia, la necessità di un intervento esterno da parte di un giurista esperto evidenzia quanto sia permeabile il confine tra saggistica e propaganda.
La “Resistenza Filologica” rappresenta oggi l’unico strumento atto a impedire che la Verità si tramuti in un sottoprodotto dell’interfaccia ideologica. Restaurare la distinzione tra “fatto storico”, “norma giuridica” e “opinione personale” è l’unico modo per ricostruire quegli anticorpi necessari a evitare che il fragore del revisionismo soffochi definitivamente la voce del diritto.

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