La tentazione di Sparta: perché l’Occidente si veste da guerriero (ma può salvarsi solo diventando Europa)

Sul Corriere della Sera, Federico Rampini ha registrato il riaffiorare di un lessico che si credeva archiviato: quello di Sparta. Due episodi recenti gli danno corpo. Il 15 settembre 2025, davanti al convegno del Ragioniere generale a Gerusalemme, Benjamin Netanyahu ammette l’isolamento economico in cui la guerra a Gaza ha spinto Israele e dichiara che il Paese dovrà diventare una sorta di «super-Sparta» autosufficiente: non un ideale rivendicato, ma una resa ai fatti travestita da virtù. In Cina, Xi Jinping ripropone da anni alla gioventù la formula 吃苦 (chī kǔ, «mangiare amarezza»), un’etica della fatica e della rinuncia che affonda nell’eredità maoista del lavoro alla base, e che gli osservatori occidentali traducono, con un salto interpretativo non scontato, in spirito di sacrificio quasi militare.

Dal riarmo tedesco alla retorica della «mentalità da caserma» che riaffiora nelle autocrazie, sembra che il mondo voglia archiviare la stagione di Atene (i commerci, l’apertura, la circolazione di merci e idee) per rifugiarsi nella sicurezza armata e autarchica di Sparta. Per l’Occidente, però, questa non è una rinascita. È un travestimento.

Il cosplay geopolitico

Conviene chiamare le cose con il loro nome. Definisco cosplay geopolitico la simulazione performativa di un modello incompatibile con il proprio assetto storico e istituzionale: vestire i panni di Sparta restando, per formazione e per ordinamento, Atene. La distinzione spengleriana fra Kultur (la fase creativa e istintiva di una civiltà) e Zivilisation (la fase tarda, tecnica, razionalizzata) offre una griglia descrittiva utile, a una condizione: usarla come strumento e non come oracolo. La prognosi di Spengler, il declino come legge biologica di un organismo che invecchia e muore, va respinta. Le civiltà non sono organismi con un ciclo vitale prefissato; sono ordinamenti, e gli ordinamenti si scelgono.

Il punto è proprio questo. L’Europa e l’America non «sono» Atene per costituzione genetica, come se una natura immutabile le avesse plasmate. Lo sono per assetto storico e istituzionale: società di mercanti, di studiosi, di cittadini, costruite intorno allo stato di diritto e allo scambio. Nel lessico di Karl Popper sono società aperte, fondate sulla critica e sul pluralismo, là dove Sparta fu il prototipo della società chiusa, omogenea e coercitiva (l’intuizione del contrasto risale a Bergson, ma è Popper a darle peso politico). La tentazione odierna di «fare Sparta», alzando muri, gonfiando i bilanci militari, invocando la sovranità chiusa, è perciò un paradosso. Come osservava Alexander Hamilton nel sesto dei Federalist, Sparta fu «poco più di un accampamento militare ben regolato», priva della vitalità economica necessaria a durare.

Resta la dissonanza che il travestimento non risolve: l’Occidente vuole la sicurezza di Sparta senza rinunciare alle libertà di Atene. Guerriero, ma con il welfare; potente, ma senza sacrificio. Le nazioni europee, prese una a una, restano troppo piccole per essere Sparta e troppo deboli per restare Atene.

La trappola della solitudine nazionale

Vale la pena ricordare un fatto che chi gioca a fare Sparta dimentica. Nemmeno la Sparta storica fu autosufficiente. Vinse la guerra del Peloponneso non per virtù autarchica, ma perché il denaro persiano le permise di costruire la flotta che Atene, sul mare, non poteva più contrastare: i sussidi di Ciro il Giovane a Lisandro, sanciti dai trattati spartano-persiani che Tucidide registra nell’ottavo libro, condussero a Egospotami nel 405 a.C. e alla resa di Atene l’anno successivo. La società chiusa per eccellenza dovette il proprio trionfo all’oro del nemico. Barry Strauss lo ribadisce, e Rampini lo riprende: l’autosufficienza spartana è, storicamente, un’illusione.

Figuriamoci l’Italia, la Francia o la Germania del 2026, strette fra giganti continentali. Il ritorno ai nazionalismi, spacciato come recupero di forza «spartana», funziona da acceleratore del declino: ogni Stato europeo che si chiude credendo di difendersi prepara la propria irrilevanza. È quella che si può chiamare la trappola della solitudine nazionale, l’illusione che la chiusura produca sicurezza mentre genera dipendenza.

La sintesi mancata

Esiste una via d’uscita? Una se ne può argomentare, e porta il nome, antico e mai realizzato, di Stati Uniti d’Europa. Un’unione politica federale darebbe la dimensione critica che i singoli Stati non possiedono: la capacità dissuasiva di una grande potenza (difesa comune, indipendenza industriale ed energetica) senza smantellare l’ordinamento che la rende ciò che è (stato di diritto, democrazia, garanzie sociali). Non uno Stato etico né una Megamacchina amministrativa che divori dal centro la pluralità europea, ma una società aperta su scala continentale.

L’ipotesi è argomentabile, non per questo è un destino. La tensione che la attraversa resta irrisolta: la stessa potenza che dovrebbe difendere la società aperta rischia, accentrandosi, di chiuderla. Federare l’apertura senza irrigidirla è un problema, non una promessa. Mentre l’Europa discute, vale come monito il paradosso da cui siamo partiti: persino Sparta, per vincere, dovette dipendere dall’oro di chi voleva combattere. Chi oggi sogna l’autarchia armata corteggia un modello che, alla prova della storia, non si è mai retto da solo.



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